Of course, but maybeAntonello Fassari, Louis C.K., e il miglior meccanismo comico di questi tempi

Nel Novecento un piccolo personaggio come il signor Antonio di “Avanzi” sapeva spiegarci il mondo. Adesso per capire i femminicidi dobbiamo riascoltare il monologo di un comico americano che curiosamente ha rischiato di chiudere la carriera per il MeToo

Lapresse

È il meme il miglior meccanismo comico che questo secolo sia riuscito a produrre? Secondo me no, ma a questo (secolo) ci arriviamo dopo. Intanto cominciamo dal Novecento, un secolo in cui i migliori tra i meccanismi comici – cioè non le battute ma gli schemi riadattabili da emuli – li hanno inventati quelli che acclaratamente erano i più grandi.

La lettera di Totò e Peppino (l’aveva scritta Scola? L’avevano improvvisata loro? Come in tutte le storie orali, vai a sapere). Il «chi siete? dove andate? un fiorino!» di Benigni e Troisi. E poi ce n’era almeno uno d’un minore. Minore non per sue scarse qualità, ma perché la vita è una questione di compagnie: se diventi famoso nel programma in cui diventa famoso Corrado Guzzanti, non è che la gente se deve citare uno poi cita te.

Però Antonello Fassari era il signor Antonio, con la parrucca rossa, che in una puntata di “Avanzi” del 1993, a «non c’è più il Pci: c’è la Quercia», rispondeva «Hanno aperto una sezione in campagna?». Era quello che si svegliava dal coma dopo vent’anni, e il mondo era cambiato. Un meccanismo comico non solo perfetto, ma utilissimo nel secolo successivo, quello in cui il mondo sarebbe cambiato più rapidamente nella storia dell’uomo.

Naturalmente “Avanzi” aveva delle autrici (Valentina Amurri, Linda Brunetta, Serena Dandini) ma, così come le canzoni sono di chi le canta, le gag sono di chi le mette in scena, e quindi Antonello Fassari, morto sabato, sarà per sempre quello che usciva dal coma trovando un altro mondo dieci anni prima che quel meccanismo comico venisse usato per un film tedesco, “Good Bye, Lenin!”.

Il signor Antonio si svegliava convinto che il mondo fosse ancora quello in cui «noi del Pci siamo contro ogni forma di violenza in vista del sorpasso che faremo alle prossime elezioni», e invece toccava alla Dandini dirgli che il comunismo era finito, tutto era cambiato, esistevano i fax, esisteva la Lega che sarebbe presto andata al governo («La Lega calcio?»), c’era stato Craxi al 14 per cento, poi Tangentopoli, poi Berlusconi: l’unica cosa rimasta identica erano i Pooh.

Nel 2012, Louis CK era all’inizio del quinquennio in cui non ne avrebbe sbagliata una. Io fino all’anno prima neppure sapevo esistesse, poi erano successe due cose. Una era che Chuck Klosterman, il miglior critico culturale della mia generazione, aveva scritto della sua serie, “Louie”, che i Nirvana tutti li amavano retrospettivamente, ma ci sono fenomeni culturali che sono importantissimi già al presente, e in quel senso il C.K. del 2011 era «come i Beatles nel ’66, o forse Joe DiMaggio nel ’41».

Era la seconda volta che lo sentivo nominare, C.K. Qualche mese prima, Chris Rock aveva dato un’intervista a Esquire in cui diceva che la cosa più remunerativa era lo stand-up, e i migliori a farlo erano lui e Jerry Seinfeld e Ricky Gervais e C.K. Su di lui, Rock si dilungava dicendo che era il migliore ma che, nonostante abitasse a New York da tutta la vita, i newyorkesi lo snobbavano perché per loro era troppo classe operaia.

Cinque giorni dopo il mio quarantesimo compleanno entrai per la prima volta in un teatro per vedere non uno spettacolo in prosa o un musical, ma un monologo comico (che poi avremmo cominciato a non chiamare più «monologo» ma «stand-up», perché pur non avendo imparato l’inglese avremmo disimparato l’italiano). Il monologo era quello che l’anno dopo sarebbe andato alla tele col titolo “Oh my God”, e conteneva un minuto che oggi tutte le femmine posterebbero su ogni social se nel frattempo non ci fosse stato un problema, per C.K., di presentabilità sociale. Al problema ci arriviamo dopo, prima vi traduco quel minuto.

«Una donna che accetta di uscire con un uomo è letteralmente pazza o ha ascoltato pessimi consigli. E l’intera sopravvivenza della specie conta sul fatto che lo faccia, che accetti, e io mi chiedo: come fanno le donne a frequentare ancora gli uomini, considerato il fatto che niente costituisce per l’esistenza delle donne una minaccia seria quanto gli uomini? Siamo per le donne la prima causa, storicamente e globalmente, di ferite provvisorie e lesioni permanenti, la cosa peggiore che sia loro mai capitata. Lo sapete qual è la prima minaccia per noi? Le malattie cardiache: il nostro stesso cuore che ci dice “non ce la faccio, amico, non puoi comportarti così, te l’ho detto tre infarti fa”. Ma le donne sono ancora lì che “Certo che esco con te, da sola, di sera”. Ma sei matta?! “Salgo sulla tua macchina, dove andiamo?” “Statisticamente, verso il tuo decesso”. Se siete uomini, provate a immaginarla così: uscite con una creatura metà orso e metà leone dicendovi “Speriamo che questo sia carino, speriamo che non faccia quel che farà di sicuro”». 

Poiché in quei successivi anni di gloria i monologhi di C.K. li guardavamo proprio tutti, non c’è donna che conosca che non pensi a quel minuto ogni volta che a un caso di cronaca in cui un uomo uccide una donna segue dibattito – ma le donne che conosco io non sono particolarmente rappresentative delle donne che vediamo quando prendiamo in mano il telefono, ormai nostra finestra primaria sul mondo.

Ieri ho sentito una tiktoker dire che l’orso (ve lo ricordate quando l’internet dibatteva se le donne dovessero avere più paura degli uomini o degli orsi, e lo faceva senz’alcuna consapevolezza di citare Louis C.K., perché ormai chiedere alla persona media di ricordare una battuta che l’ha fatta ridere dieci anni prima è un po’ come chiederle di ricordare le battaglie minori di Napoleone orecchiate di malavoglia a scuola nel secolo precedente) non le ha mai «tolto la dignità» facendola a pezzi e chiudendola in una valigia.

Quindi, se uno psicopatico ti fa a pezzi, ti sta, ripetiamolo a voce alta altrimenti non riesco a crederci, togliendo la dignità. Quindi il successo popolare di Gisèle Pelicot è dovuto al fatto che quell’ovvietà sul fatto che sarà semmai lo stupratore che deve vergognarsi, mica la stuprata, quella frase sul cambiare posto alla vergogna a voialtre è parsa rivoluzionaria, perché voi veramente pensavate e tendete a pensare che sia la stuprata a doversi vergognare, voi veramente vivete nell’Italia di Pietro Germi, in cui l’evoluzione è che gli schermi sono a colori e sul telefono c’è la telecamera, ma il sussulto da piccoli moralisti sempre lo stesso è.

Tutte pensiamo a quel minuto di C.K. ma nessuna sa se sia realistico: i comici, come gli autori di canzoni, non hanno il dovere della verosimiglianza o anche solo della logica. Possono scrivere cose che suonano convincenti ma se le dissezioni non sono utili a capire la realtà. Il loro patto col pubblico è farlo ridere (o farlo cantare), mica farlo ragionare.

Io non so se i maschi siano tutti potenziali assassini, o è soltanto che ogni caso di cronaca serve alle femministe dell’internet a fatturare e quindi viene pompato. Non so se gli uomini siano più pericolosi di prima perché sentono messi in discussione quelli che una volta erano i loro esclusivi campi. In un’intervista che gli ha fatto Annalisa Cuzzocrea, lo psicoterapeuta Matteo Lancini dice alcune cose di notevole stolidità sulla non influenza dei telefoni con le telecamere, ma butta lì anche uno spunto interessante sul crescere i maschi e le femmine: «Bisogna interrogarsi su una nuova fragilità che porta oggi a un ritiro maschile senza precedenti. […] C’è tutta una nuova costruzione identitaria dei ragazzi da indagare, come abbiamo fatto per i disturbi alimentari delle ragazze. Ho avuto in cura tanti ragazzi che allora non si definivano incel, ma che magari erano timidissimi, a scuola non osavano alzare lo sguardo, e poi su Internet seguivano gruppi neonazisti. Invece di elaborare il loro disagio, lo trasferivano in un mito di violenza».

Certo però, se il parallelismo è con la bulimia femminile, che attecchì per contagio sociale quando le riviste femminili iniziarono a parlarne, allora temo il disastro per questi maschi la cui aggressività sarà moltiplicata da social sui quali tutti parlano del caso di cronaca nera del giorno mettendosi dalla parte giusta del quale risulteranno virtuosi (l’altroieri il “Saturday Night Live” aveva un notevole sketch sulla gara, alle cene di sinistra, a dire di te la cosa che più ti fa apparire probo).

A me fa impressione quando vedo le madri di maschi contrirsi sui social dicendo che, quando la fidanzatina del figlio adolescente lo lascia, loro stanno attentissime perché temono di aver cresciuto un potenziale assassino. Mi sembrano ridicole; ma, se rendersi ridicole poi serve ad avere una morta in meno, ben venga la ridicolaggine. Come gestire le nuove paturnie non lo sa chi lo fa di mestiere, figuriamoci cosa posso saperne io (e comunque se c’è una carriera che procede per tentativi goffi è quella del genitore, persino più di quella del medico).

Cinque anni dopo “Oh my God”, la carriera di Louis C.K. è stata brasata da quel regno del terrore privo di sfumature che è stato il MeToo, per cui stuprarti e farti vedere l’uccello erano la stessa roba (in breve: come peraltro aveva raccontato più volte nel suo materiale altamente autobiografico, a C.K. piaceva molto farsi le seghe; più volte gli era capitato di chiedere «posso tirarmelo fuori» a tizie che gli avevano lì per lì detto di sì ma poi hanno approfittato della moda del momento per dire che in quanto donne erano inibite e non in grado di dire di no; naturalmente siamo sempre lì: se uno in una situazione non pericolosa – certo che ne esistono, lo sappiamo tutte, siamo adulte – se lo tira fuori, come fai a non riderne? La domanda che il MeToo scelse di non farsi fu: se equipari quella situazione a una tragedia, non stai deprezzando la tragedia?).

È molto interessante vedere gli interventi di C.K. nella prima parte del 2017. C’è un’ospitata da Colbert in cui deve promuovere il primo monologo prodotto direttamente per Netflix, che si era anche comprata il suo archivio. Parlano di quando vent’anni prima lavoravano insieme, di uno sketch in cui Colbert gioca con una carpa viva che per lo sketch tenevano fuori dall’acqua, C.K. dice «non sapevamo all’epoca che le carpe erano persone molto importanti», sta commentando i cambiamenti dell’etica pubblica già avvenuti ma sta (senza saperlo?) anche parlando del suo immediato futuro.

Era in cima al mondo, e da un giorno all’altro è finito tutto. In un podcast di tre anni fa dice che lui lo sapeva, che non sarebbe durata, che per quello aveva già stabilito un canale diretto di comunicazione col pubblico (mandava delle mail irresistibili invitando a comprare i biglietti per gli spettacoli direttamente sul suo sito), che comunque in cima alla montagna ti serve l’ossigeno per respirare e mica puoi viverci.

Vai a sapere se è vero o se se la sta raccontando, vai a sapere se lui stesso sa quale sia la verità. E vai a sapere anche se i suoi spettacoli recenti, più deboli di quelli di quegli anni, abbiano la loro ragione nel fatto che ogni artista ha un periodo d’oro che poi però finisce, o nel fatto che da una botta così come ti riprendi. Quello spettacolo di quando era DiMaggio o i Beatles finiva con un bis che è diventato istantaneamente un classico quanto «il punto, punto e virgola, due punti» di “Totò, Peppino e la… malafemmina”. Lo schema in cui puoi inserire ogni indicibilità, come aveva fatto a non pensarci nessuno prima, era «certo, ma»: of course i bambini con le allergie vanno tutelati, but maybe se tuo figlio muore per un’arachide non era fatto per vivere.

Credo che «of course… but maybe» sia la dimostrazione che Klosterman non esagerava nel paragone coi Beatles: è il miglior meccanismo comico che un autore di questi anni abbia prodotto, anche perché è quello più adatto a smontare il problema più grave di questo secolo, che è la tendenza ad avere certezze.

Of course bisogna evitare di non far morire la ex fidanzata di tuo figlio, but maybe dovresti accorgerti per tempo se hai cresciuto un assassino. Of course Erika e Omar non avevano la telecamera nel telefono, but maybe non è intelligentissimo pensare che rimirarsi tutto il giorno non cambi il modo in cui ci si sviluppa il cervello. Of course Louis C.K. dice che lui mica voleva fare il comico per arrivare agli spettacoli con l’aereo privato, but maybe se non fosse capace di raccontarsi che va bene anche così si sarebbe già buttato dalla finestra.

Noialtre che non siamo né John Lennon né Joe DiMaggio (ma neanche Peppino De Filippo o Massimo Troisi) non sappiamo bene cosa dire, dell’enorme tema «uomini che ammazzano le donne». Forse possiamo prendere in prestito il finale dello sketch su quello che si sveglia dopo vent’anni di coma. Fassari chiedeva «La classe operaia che cazzo sta a fa’?», e la Dandini rispondeva «La classe operaia sta a casa a guardare la televisione, che adesso è a colori».

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