Pagare dazioDonald Trump non è così forte come vuole far credere

La Corte Suprema potrebbe smontare la politica commerciale del presidente definendo illegittimi i suoi dazi. Intanto si notano alcuni segnali di autonomia del Partito repubblicano e segnali di irritazione nel mondo Maga per i pochi risultati raggiunti

LaPresse

Le due parole che Donald Trump teme di più in questo momento non sono solo “Epstein files”, ma anche “lame duck”, ovvero anatra zoppa. È una espressione che i media americani usano per indicare quel momento scomodo in cui un presidente è ancora in carica, ma non ha più la forza politica per imporre la sua agenda al Congresso. Il Parlamento si prende più libertà, il suo stesso partito non risponde più con la stessa disciplina, e le istituzioni cominciano a porre limiti là dove, nei mesi precedenti, c’era spazio grazie alla spinta della vittoria elettorale. Di solito succede a fine mandato; altre volte accade dopo le elezioni di midterm, quando si perde la maggioranza alla Camera o al Senato. È accaduto a Barack Obama dopo il 2014, quando i repubblicani conquistarono entrambe le camere, a George W. Bush dopo le elezioni del 2006, e prima ancora a Ronald Reagan dopo l’86. È quasi una legge non scritta della politica americana.

A Donald Trump potrebbe accadere molto prima, a soli nove mesi dal suo ritorno alla Casa Bianca. E a indebolire la sua presidenza potrebbe essere proprio l’istituzione che gli ha garantito la possibilità di candidarsi di nuovo: la Corte Suprema. I nove giudici dovranno decidere se i dazi imposti da Trump sono costituzionalmente legittimi o se il presidente degli Stati Uniti ha usato in maniera estensiva l’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa). 

Si tratta della legge approvata nel 1977 che permettere al presidente degli Stati Uniti di reagire rapidamente a minacce esterne. Fu scritta in un’epoca segnata da crisi internazionali improvvise, sequestri di ostaggi, destabilizzazioni finanziarie da parte di governi ostili. I suoi strumenti servono a congelare beni, sospendere transazioni e limitare movimenti di capitali. Non a ripensare la politica commerciale degli Stati Uniti né a introdurre dazi generalizzati su centinaia di categorie di merci, come invece ha fatto Trump, dichiarando che il deficit commerciale rappresentava un’emergenza economica.

Non a caso i tre tribunali federali che si sono già pronunciati contro hanno dichiarato che l’emergenza economica invocata dalla Casa Bianca non rientra nelle condizioni previste dalla norma. Trump sostiene che quel passaggio sia stato interpretato in modo troppo restrittivo e che il presidente abbia un margine ampio di valutazione sulle emergenze. 

In teoria, la Corte dovrebbe essere un terreno favorevole al presidente: sei giudici su nove sono stati nominati da amministrazioni repubblicane, tre da Trump in persona. Vero, ma i giudici hanno un incarico a vita e, una volta insediati, non rispondono alla Casa Bianca. Alcuni di loro hanno avanzato dubbi su come un problema cronico e persistente come il deficit commerciale possa qualificarsi come «emergenza insolita e straordinaria», requisito previsto dalla legge Ieepa, mentre altri hanno richiamato il principio costituzionale secondo cui è il Congresso, non il presidente, a detenere l’esclusiva autorità di regolamentare il commercio internazionale e stabilire dazi.

Senza la sua arma preferita, l’imprevedibilità politica di Trump farebbe molta meno paura al resto del mondo e si aprirebbe tutta un’altra questione sulla validità dei dazi che in teoria dovrebbero decadere immediatamente nel caso la Corte Suprema si esprimesse contro il presidente degli Stati Uniti. 

Il rischio per Trump non è solo giuridico, ma politico. Alcuni osservatori americani hanno notato piccole crepe pronte ad aprirsi come voragini: parlamentari più autonomi, governatori più audaci, alleati meno pronti a seguire ogni indicazione presidenziale. A Washington questi cambi di tono non passano inosservati. La macchina politica reagisce sempre alla forza percepita del presidente, e qualcosa, nel modo in cui si muove attorno a Trump, sta cambiando.

Un segnale è arrivato dal Congresso. I senatori repubblicani chiamati alla Casa Bianca per discutere dell’abolizione del filibuster, la procedura del Senato che permette alla minoranza di bloccare una legge prolungando il dibattito, hanno fatto sapere che non l’avrebbero sostenuta. E questo nonostante fosse una richiesta diretta di Trump, che vedeva nell’eliminazione del filibuster un modo per permettere alla maggioranza repubblicana di approvare le leggi senza ostacoli. Secondo Politico Mike Rounds, senatore del South Dakota, avrebbe addirittura «riso» di fronte all’idea. È un dettaglio piccolo, ma non irrilevante. Un anno fa, durante la campagna elettorale, la stessa richiesta sarebbe stata accolta come un ordine. O almeno ascoltata con rispetto. Oggi è trattata come un capriccio presidenziale da ignorare.

Senza contare un elemento ancora più delicato: la percezione del tempo. Ogni presidente inizia il secondo mandato sapendo che non ci sarà un terzo. Trump ha provato a sfuggire a questa logica, parlando a più riprese di un’ipotetica terza candidatura, pur sapendo di non poterla fare. Lo ha fatto per mantenere la sensazione di potere permanente, per impedire che altri repubblicani iniziassero a preparare la propria corsa alla Casa Bianca. Ma questa strategia sta perdendo efficacia, visto alcuni riposizionamenti del mondo conservatore. Sean Davis, cofondatore del Federalist e una delle voci più ascoltate nell’ecosistema Maga, ha scritto su X che Trump «sembra debole e senza una guida. Trump deve abbandonare la politica estera e concentrare tutta la sua attenzione sull’economia interna, che ancora non funziona per la maggior parte delle persone». E ancora: «I repubblicani in questo momento non hanno risultati, non hanno piani e non hanno una visione. Perché mai qualcuno dovrebbe essere così entusiasta di andare a votare per loro tra 12 mesi?».

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