Umana spietatezzaUna cena fatale, all’insegna di una perversa amicizia

In “I convitati di pietra” (Einaudi), Michele Mari racconta una scena che si ripete ogni 22 luglio, giorno in cui alcuni compagni di liceo stipularono un perfido patto di sangue e di denaro. Una storia per addentrarsi nelle pulsioni ambigue dei legami che ci uniscono, per cui vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro

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Per quanto ci ripensassero e ne discutessero insieme, non riuscirono mai a stabilire chi avesse avuto l’idea. Per un certo periodo si pensò alla Migliavacca, che pur lusingata si premurò di negare, rivelando di averne sentito parlare da Rivadeneyra, il quale a sua volta fece i nomi di Fustigati e di Brodo, non ricordava però quale dei due: peccato che, in merito, Fustigati protrudesse le labbra nella posa del nesci, e Brodo indicasse prima la De Cruce poi Testaviva poi la Sancio, per ammettere alla fine di essere andato a caso. Naturalmente in proposito ognuno aveva le proprie idee, che teneva per sé come un pegno segreto o al massimo condivideva con uno o due interlocutori, piú che altro per vedere come reagivano alla suggestione. Ma il fatto decisivo era che nessuno, nemmeno velatamente, reclamò mai il merito dell’invenzione, come se quello che tutti avevano condiviso fosse stato concepito simultaneamente nella testa di tutti e trenta loro. Tanta modestia, tuttavia, non aveva nulla di nobile: al contrario corrispondeva all’imbarazzo che ciascuno provava dentro di sé, e in misura crescente con il passare degli anni, nei confronti di un progetto che, salutato inizialmente come una trovata tanto geniale quanto divertente (oltre che, andava da sé, come prova di un’intelligenza superiore), era destinato, anno dopo anno, a rivelare la propria disumana spietatezza.

Qualcuno, dunque, reggendo in mano una fotografia della loro classe e scrutinandone i volti, mentre altri gli si assiepavano alle spalle allungando i colli per vedere anche loro, qualcuno dunque doveva aver buttato là il commento secondo il quale nella mente di Dio o piú laicamente nel fato o ancora piú laicamente nel caso era già previsto chi di loro sarebbe morto per primo e chi per secondo e per terzo e cosí via fino all’ultimo superstite, previsione o predizione in cui erano dettagliatamente compresi i tempi e i modi di ognuna di quelle dipartite. Non si può nemmeno stabilire se il commento fosse formulato da chi reggesse l’immagine o da qualcuno dei retrostanti, anzi negli anni seguenti ci fu chi negò la presenza di quella fotografia, sostenendo che i loro cervelli, impressionati come lastre fotografiche, non avessero bisogno di memento sensibili o altri suggerimenti qualsia.

Sta di fatto che di colpo la parola fu la cosa, sicché durante quella stessa cena, subito, i loro reciproci sguardi non furono piú innocenti, come se ciascuno di loro fosse diventato un coroner, o un archeologo scopritore di mummie, o un redattore di necrologi: e però nella temperie di una subdola eccitazione, matrice di inconfessabili brividi. Non tutti erano presenti a quella cena fatale: per la precisione ne mancavano otto, che nelle settimane successive vennero debitamente ragguagliati sul progetto, approvandolo con la stessa gioiosa irresponsabilità con cui lo avevano tenuto a battesimo i commensali. Non c’è accordo nemmeno su chi informò chi, perché in quegli stessi giorni ognuno ne parlò e riparlò con gli altri, incrociando impressioni e proponimenti in una rete inestricabile che si sottraeva a ogni possibilità di stemmatica. Poi, certo, si imposero alcune personalità, anche se nessuno si sarebbe azzardato a stabilire una gerarchia in termini di inventiva e di propulsione, come dire di autorevolezza.

È indubbio comunque che fra coloro cui venne unanimemente riconosciuto un ruolo di primo piano è doveroso menzionare Rivadeneyra, forse (forse!) il primo a proporre di tenersi tutti in contatto per monitorare, a partire da un tempo che si dava per scontato essere lontanissimo e fantastico, lo stato delle sopravvivenze e dei decessi, non senza aprire una partita che rendicontasse le malattie registrandole per tipologia e per decorso. A rimorchio, quasi automaticamente, qualcuno (ma nessuno ricorda chi) propose di rivedersi a cena una volta all’anno nella stessa data di quella cena, che si stava svolgendo (o si era svolta, a seconda di quando furono concertati i primi accordi) il 22 luglio 1975, un anno e un giorno dopo la conclusione del loro esame di Maturità. In questi termini il progetto valeva solo in qualità di embrione o di seme nascosto nelle loro vite, come qualcosa di virtuale destinato ad attuarsi soltanto in epoche talmente remote da appartenere al regno delle favole piú che alla realtà, e da riguardare le vite e le morti di individui diversi da loro, individui che al momento e ancora per molti anni anzi decenni non avrebbero saputo immaginare, e nei cui confronti non sentivano di avere alcuna responsabilità.

Probabilmente, frullando insieme tutti i loro cervelli, ne sarebbe uscito un quadro di questo genere: per molti anni, come minimo una quarantina, quando avrebbero avuto cinquantotto o cinquantanove anni, cene allegro-goliardiche appena velate di nostalgia, ma soprattutto cene plenarie con due o tre assenti giustificati, non di piú, cene in cui si sarebbe parlato d’arte e di politica, del loro lavoro, dei loro matrimoni e divorzi, dei loro figli, cene in cui sarebbe stato ammesso, anzi auspicato, rievocare il passato, i loro professori, tutta un’aneddotica precocemente cristallizzata in leggenda, con il tacito accordo di non parlare del futuro, nemmeno sfiorandolo per vaghi accenni, perché il futuro era stato escluso dalla loro prospettiva nel momento stesso in cui avevano sottoscritto il patto sciagurato.

I convitati di pietra cover

Tratto da “I convitati di pietra”, di Michele Mari, Einaudi, 17,50€, 168 pp.

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