Mappa poeticaMomenti che fioriscono: il tempo scandito da 72 micro-stagioni

In “Le 72 stagioni del Giappone” (Mimesis), Roberta Santagostino traccia lo sviluppo di un calendario lunisolare adottato in Giappone dal VI secolo e riformato nel 1685 da Shibukawa Shunkai, che suddivide l’anno in momenti che mettono in risalto i segnali silenti della natura, e il valore del tempo percepito come attimo

Utagawa Hiroshige. The Kiso Mountains in Snow. TheMET

In primavera i ciliegi,
in estate il cuculo,
in autunno la luna,
in inverno la gelida neve:
che splendore!
Eihei Dōgen

Il sistema delle 72 microstagioni, o climi, era utilizzato nell’antica Cina per guidare le attività agricole e osservare i cambiamenti naturali. Il Giappone lo adottò intorno alla metà del VI secolo modificandolo progressivamente per adattarlo alla propria cultura e ai suoi scenari naturali. Nel tempo, i calendari lunisolari giapponesi spesso incorporarono queste suddivisioni. Una delle versioni di calendario lunisolare più longeve, il Senmyō-reki (宣 明暦)1 che fu importata dalla Cina nell’862, rimase in vigore per 823 anni, fino al 1685, quando l’astronomo Shibukawa Shunkai2, dopo aver studiato e osservato i cieli per oltre vent’anni, compilò un calendario lunisolare più preciso: il Jōkyō-reki (貞享暦). Adottato ufficialmente nel 1685, fu il primo calendario lunisolare interamente sviluppato in Giappone, al quale spesso venivano affiancati anche i riferimenti poetici e naturalistici delle 72 microstagioni (Shichijūni-kō).

Le 72 microstagioni riflettono i fenomeni naturali del vento, della pioggia e della neve, della fioritura delle piante, della maturazione dei frutti e del complesso comportamento degli animali, seguendo con precisione il ritmo regolare della natura, tra periodi di crescita, riposo e trasformazione. Il calendario lunisolare rimase in vigore in Giappone fino al 1873, quando, con il rinnovamento Meiji, fu ufficialmente adottato il calendario gregoriano. Tuttavia, le tradizioni legate alle 72 stagioni sopravvivono ancora oggi, radicate nella speciale sensibilità stagionale presente in ogni aspetto della vita quotidiana giapponese.

Mizuno Toshikata. Chasing Fireflies, A Lady of the Tenmei Era, 1781-1789, 1894

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Comincia con l’immagine rassicurante di un vento amico questo percorso che attraversa 72 momenti dell’anno, è il primo di molti riferimenti meteorologici che definiscono le atmosfere e le caratteristiche particolari di queste microstagioni. Anche se fa ancora freddo si festeggia l’arrivo di un vento tiepido che fa sciogliere il ghiaccio: è il kōchi (東風) il vento dell’est. L’inverno più rigido sta finendo: la primavera è alle porte! Questa sensibilità verso i mutamenti della natura è una parte essenziale della cultura giapponese e affonda le sue radici nella società aristocratica del VII secolo. Già allora, il rapporto con le stagioni non era solo pratico, ma anche estetico e intimo.

Nella ricerca di un equilibrio che potesse mitigare le durezze dell’inverno e i calori estremi dell’estate, si sviluppò un’immagine idealizzata della natura, riflessa in molte forme artistiche: dalla pittura alla poesia, dai giardini paesaggistici alla cerimonia del tè, fino all’arte floreale ikebana. Attraverso i brevi poemi waka e con le poetiche suggestioni haiku, la natura e il ritmo delle stagioni vennero codificate in una serie di immagini e riferimenti condivisi. Alcune di queste associazioni stagionali nascevano da osservazioni locali altre invece erano influenzate dalla tradizione agricola cinese. Con il tempo, questi aspetti della natura non fecero più soltanto da sfondo alle stagioni, ma divennero linguaggio, memoria, credenza locale. Oggi come in passato, questo calendario mantiene il suo valore simbolico, segnando ogni più lieve cambiamento stagionale, in una continuità culturale che attraversa il tempo.

Suzuki Harunobu. Quince fruit and japanese white eye

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Il canto dell’uguisu (Horornis diphone), noto come “usignolo dei cespugli”, è descritto come misterioso, dolce e malinconico. Questo suono, chiamato hōhokekyō, è prodotto solo dai maschi e, con il ritorno della rondine, è visto dai giapponesi come messaggero della nuova stagione. L’Agenzia Meteorologica monitora il giorno in cui il canto dell’usignolo viene ascoltato per la prima volta: è la data del “primo canto”. L’uguisu e il suo canto si ritrovano, sia in letteratura che nelle arti visive, come simboli di primavera spesso abbinati ai fiori di pruno (ume). Il canto dell’usignolo è uno tra i motivi preferiti della poesia giapponese, è usato per rappresentare l’inizio della primavera e spesso è anche legato al tema del mono no aware, la consapevolezza malinconica della transitorietà delle cose. È presente in molte antiche raccolte waka (poesia in versi brevi, di 31 sillabe) come quelle del Kokin Wakashū e del Man’yōshū1:

Senza una voce che venga dalla valle degli usignoli
chi mi farà sapere che sta arrivando la primavera?
Ōe no Chisato2, Kokin Wakashū, vol. I:14

NatureFan. WagtailMonochoria

L’uguisu si ritrova anche in versi più moderni, ad esempio nelle poesie incluse nelle opere con uccelli e fiori di Hiroshige, come il verso di Suganuma Kyokusui (1659-1717) che accompagna l’opera Uguisu su ramo di pruno (vedi pagina a fianco). Poeta della classe dei samurai, allievo e mecenate di Bashō, Kyokusui suggerisce scherzosamente che anche l’usignolo in pri- mavera debba pagare le tasse annuali. Grazie alla sua propensione a cantare, questo uccellino in passato venne preso in considerazione come uccello da gabbia e le classi nobili e agiate cominciarono a organizzare gare di canto dell’usignolo, chiamate uguisu awase. Per incoraggiare il loro canto le gabbie erano coperte da scatole di legno con una piccola finestra di carta, che lasciava entrare solo luce soffu- sa, per simulare quella dell’alba. Nell’architettura giapponese esiste un tipo di pavimento noto come uguisubari, o “pavimento dell’usignolo”. Camminandoci sopra si produce un suono simile al cinguettio dell’uguisu, grazie allo sfregamento delle assi di legno che li compongono con particolari elementi di metallo.

In passato questo suono avvisava gli abitanti del palazzo o del tempio dell’avvicinarsi di chiunque ne varcasse la soglia. Esempi di questo antico e perfetto sistema d’allarme si possono trovare tutt’oggi a Kyoto al tempio Eikan-dŌ e al castello NijŌ. C’è anche un popolare dolce chiamato Uguisu-boru, un classico spuntino giapponese fatto con piccole palline di riso e grano, la cui forma è pensata per imitare i boccioli dei fiori di pruno. Infine, il termine uguisujō (鶯嬢) viene usato per descrivere donne dalla voce particolarmente melodiosa e gentile. Spesso sono annunciatrici televisive o radiofoniche, portavoce di politici e speaker sportive.

è forse un salice che sussurra
con la voce di un usignolo?
Issa

Le 72 stagioni del Giappone, cover

Tratto da “Le 72 stagioni del Giappone”, di Roberta Santagostino, Mimesis, 2025, 39€, 274 pp.

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