Distopie sonoreLa musica di squadra di Joe Armon-Jones

Costruttore di mondi sonori e architetto di collaborazioni, è una delle voci più originali della nuova scena jazz britannica. Dai sound system giamaicani al cuore pulsante dell’hip hop, passando per le sinergie che proliferano nel suo studio di registrazione londinese, ci racconta dell’evoluzione di un’arte a cui non potremmo mai rinunciare

Courtesy of the artist

Joe Armon-Jones va ascoltato. È il suggerimento più adeguato a chi fa fatica a visualizzare un blend di jazz, dub, influenze afro e note avvolgenti prese in prestito dall’rnb psichedelico. Su questo gioco di emozioni e tappeti sonori inaspettati, si è costruito una carriera da solista, produttore e compositore che non ha tardato a decollare. Per farlo, il tastierista degli Ezra Collective, nu-jazz ensemble che non dovrebbe più aver bisogno di presentazioni, si è circondato da persone di cui si fida, con cui negli anni ha tessuto legami profondi. «La musica è il punto di partenza. Man mano che lavoro sull’editing, aggiungo campionamenti, texture e strati sonori, e il progetto comincia a prendere forma. È come leggere un libro: all’inizio non hai un’immagine chiara del mondo in cui ti stai immergendo, ma pagina dopo pagina la tua mente lo costruisce. Così accade con la musica. Col tempo, l’estetica e il mondo a cui appartiene l’album diventano sempre più nitidi. Nel caso di All The Quiet, ho avuto un momento rivelatore: un’atmosfera futuristica, post-apocalittica, con un castello o un luogo simbolico attorno a cui ruota tutta la storia. Si è cristallizzato naturalmente, passo dopo passo».

Effettivamente, immaginarsi una cittadella in un futuro distopico, che rappresenta l’ultimo studio musicale rimasto sulla terra, dove l’arte del far musica sta scomparendo, non è cosa da poco. Qui, paladini del suono accorrono in soccorso, combattendo contro la conformazione, la rivoluzione digitale e la perdita di valore dell’atto creativo. La cittadella di Joe è una roccaforte, simbolo di resistenza creativa e culturale che abita All the quiet Part I, una resilienza contemporanea, concepita per esaltare i superpoteri della musica. Qua e là, le voci suadenti di Goya Gumbani, Asheber, ci risvegliano da un limbo di melodie che non hanno paura di lasciare spazio all’improvvisazione per riportarci con i piedi per terra. Quanto alla Part II, i toni si fanno più seri, le collaborazioni si rinnovano, questa volta con Hak Baker, Greentea Peng & Wu-Lu o Yazmin Lacey. Sotto assedio, la Cittadella è minacciata da forze governative. I ritmi si stringono, le melodie si incupiscono, riflettendo la lotta per la sopravvivenza dell’arte, in un mondo che rischia di metterla da parte. Uscito nel 2025, questo doppio album è una metafora che rispecchia le minacce tecnologiche e le fatiche dell’industria musicale per restare al passo con i tempi, continuando a realizzare prodotti di qualità.

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Forgiare universi
Cadere sotto il fascino della sua chioma ramata, spesso arruffata, e di uno sguardo limpido, genuino, è un rischio da non sottovalutare. «Sono sempre stato attratto dalle copertine capaci di creare un mondo, come quelle dei Parliament-Funkadelic, ricche di dettagli e amore, o di Scientist e Prince Jammy. Nei miei lavori si legge anche una forte componente fantascientifica, alla Dune o Isaac Asimov. Tutto ciò confluisce nel mio modo di interpretare l’immaginario visivo e l’universo che gravita attorno alla musica». Altri amici, Ralph Berryman e Divya Scialo, trascrivono il tutto in illustrazioni grafiche e dipinti che non si dimenticano». La conversazione si fa concitata, Joe confessa che a volte si sente in disaccordo la tendenza contemporanee, perché la musica di qualità, quella “fatta a mano” si sta rarefacendo: «Alcuni aspetti fondamentali del fare musica, quegli stessi elementi che un tempo erano imprescindibili, sono stati messi da parte. Un esempio è lo studio dello strumento: oggi molti non sentono più il bisogno di raggiungere un certo livello di abilità come si faceva negli anni Settanta, Ottanta o Novanta, anche perché la tecnologia può sopperire a molte mancanze. Ci sono dischi che amo in cui si percepisce una tensione naturale, quel “tirare e mollare” che dà alla musica un’anima».

Classe 1993, originario di un paesino sperso nell’Oxfordshire, Joe è il primo di cinque fratelli cresciuto a pane e musica da una madre cantante e da un padre pianista jazz. Tra la prole, c’è chi opta per il violoncello, chi per il flauto; lui finisce per dedicarsi alle tastiere.  «Dove vivevo non c’erano musicisti, a parte me e la mia famiglia. Volevo suonare con altre persone. Trasferirmi a Londra è stato fondamentale per incontrare le persone con cui poi ho formato band e costruito connessioni reali». A diciannove anni, nella capitale, frequenta il Trinity College of Music. Ai tempi frequenta le serate University of Dub, una sorta di “sound clash” che organizzavano ogni mese: «è stata la mia prima esperienza di sound system dal vivo. Da lì ho iniziato a scavare, a fare attenzione alla musica che si suonava intorno a me». 

Nato in Giamaica come collettivo di dj, tecnici e musicisti attorno a potenti impianti audio, il sound system è diventato un fenomeno culturale globale, capace di trasformare ogni spazio in un evento musicale esplosivo. Per Joe, jazz accademico e sound system conviviali erano due entità separate «poi ho iniziato a cercare di unire, di far incontrare i due mondi. Spesso, quando suono dal vivo con la mia band, porto un sound system e noleggio un sound system locale, diventa un lavoro di squadra». Ci ricorda che il jazz americano ha avuto un enorme impatto sulla nascita del reggae in Giamaica. A sua volta, il reggae ha influenzato lo sviluppo dell’hip hop negli Stati Uniti: uno scambio continuo. Alcuni musicisti e dj giamaicani emigrati nel Bronx portarono l’idea di togliere la parte vocale dai brani e utilizzare le versioni strumentali come base per creare qualcosa di nuovo, un approccio che diede origine all’hip hop, così come altri sperimentavano campionando i “funk breaks”. «Trovo affascinante osservare come le correnti musicali si siano influenzate reciprocamente, viaggiando avanti e indietro attraverso l’Atlantico».

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La scommessa dello studio
In passato scriveva da solo, al pianoforte o alla tastiera. Adesso che dispone di uno spazio suo, annesso a casa, il processo si è fatto collaborativo: «Negli ultimi due anni mi sono dedicato di più al mix, alla produzione e all’ingegneria del suono. Questo studio è un modo per riunire tutta la squadra. Quando ho tempo, invito gente a casa, passiamo tempo insieme e ascoltiamo musica, come ai tempi del college quando ci si ritrovava nei dormitori per condividere nuove tracce». Di conseguenza, anche i live sono meno rigidi rispetto a un tempo: non c’è una scaletta fissa né un programma prestabilito di ciò che accadrà in scena. «Quando lasci spazio all’improvvisazione e l’ispirazione arriva, possono nascere momenti straordinari, ma può essere un’arma a doppio taglio. Se sono circondato da musicisti amici, che rispetto, riusciamo ad instaurare un dialogo, a giocare sulle rispettive intuizioni e creare qualcosa di nuovo ogni sera. Tutto ciò richiede fiducia».

È fondamentale che tutti sul palco si divertano e possano esprimersi liberamente. Quando succede, il pubblico lo percepisce, è in quel momento che l’esperienza diventa viva, irripetibile. «Lo stile di vita in tournée è faticoso, poco salutare; cerco di farlo finché mi diverte. È come se ti chiudessi in una stanza con qualcuno per dieci mesi senza mai uscire: per quanto quella persona possa essere fantastica, prima o poi inizieresti a irritarti. Prima che succeda, preferisco tornare a casa, ricaricare le energie e ripartire da lì».

L’avrete intuito, il suo posto preferito in assoluto è lo studio: «è il meglio di entrambi i mondi: facciamo musica, sperimentiamo, ci rilassiamo ascoltando dischi. E penso che questo sia un altro punto importante: una volta il lavoro in studio era molto più collettivo. Quando lavori da solo, la musica tende a diventare più introspettiva. Penso ad artisti come Jai Paul: il suo album, è il suono di una persona isolata nella propria stanza. Non ha nulla dell’energia di un lavoro collettivo, eppure è uno dei dischi migliori mai realizzati. Non ci sono regole: ma puoi sentire la differenza tra un album creato da un gruppo e uno nato in solitudine. Lo percepisci in tutti i lavori di Dave Grusin, ad esempio: non è mai il frutto di un’unica mente, dietro ci sono tecnici, produttori, un’intera squadra. È quest’aspetto comunitario della musica che mi tocca, lo stesso spirito che si respira nei sound system: non esisterebbero senza le persone che li montano, che trasportano le casse nel locale, che fanno il soundcheck, che gestiscono il microfono. Ognuno ha un ruolo, ed è questo a rendere il tutto speciale».

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Joe e l’Italia
Joe non ha ancora prodotto nessun artista italiano, eppure le affinità con il Belpaese non mancano: «L’Italia è uno dei paesi che ancora oggi tiene viva la fiaccola delle sound system culture, costruendoci attorno una scena attiva e un’infrastruttura. Paolo Baldini è  un produttore che ha remixato e pubblicato molti brani di Barry Brown. Ho usato il suo album come riferimento per molto tempo. È rarissimo trovare qualcuno che remixi i nastri degli anni Settanta con tanto rispetto per il suono originale, senza modernizzarlo in modo fastidioso».

La playlist di Joe Armon-Jones per Linkiesta Etc
Una selezione curata di sonorità morbide, trascinanti che ti fanno sentire a casa e allo stesso tempo lasciano spazio all’improvvisazione. Traccia dopo traccia, Joe ci prende per mano e ci guida alla (ri)scoperta dei grandi maestri con cui è cresciuto, quelli che ascoltavano i suoi genitori, da Dave Grusin a Shuggie Otis, passando per Daryl Hall & Jones Oates e Bob James. Se da bambino non gli dava troppa importanza, è negli ultimi tempi che è tornato ad apprezzarli a pieno, fino ad ispirarsene. Un tuffo auditivo che ci proietta nelle atmosfere avvolgenti a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, da ascoltare con rispetto. Verso la fine, si scova qualche chicca più recente, come l’imperdibile Thousand Knives di Ryuichi Sakamoto e Kazumi Watanabe o Take It della promettente KeiyaA.

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