Chi li conosce lo sa. I Vulfpeck hanno la capacità innata di trascinarti in un universo parallelo fatto di beat terribilmente funk a cui incollano spesso e volentieri sonorità pop, jazz, rnb e soul. I loro sketch sono sistematicamente documentati in clip lo-fi dal look nostalgico. Dalle tracce emerge un suono un po’ sporco, sempre captato in presa diretta. Sono un gruppo di amici e musicisti ultra-talentuosi a cui basta intonare due o tre note per propagare il buon umore. Il tutto culmina in esibizioni live impeccabili – e indimenticabili –come quella a cui abbiamo assistito lo scorso luglio in occasione della quarantatreesima edizione del festival Jazz À Vienne, non lontano da Lione.

Abbiamo intercettato il chitarrista Cory Wong e il bassista Joe Dart in una saletta del backstage con l’aria condizionata a stecca. Sopra di noi il sassofonista Léon Phal apre la serata conclusiva del festival esibendosi di fronte a ottomila persone, un muro di pubblico verticale appostato sui gradoni dell’anfiteatro romano di Vienne che aspetta intrepido lo show dei Vulfpeck. La musica rimbomba, chiudiamo la porta e Joe attacca: «Mi piace descrivere Vulfpeck come una sezione ritmica che canalizza il groove Motown e tutte quelle vibe funk e soul degli anni Sessanta e Settanta che accompagnavano i cantanti. È un pop-funk leggero e orecchiabile. Quello che facciamo si può prestare a molte descrizioni, ok, mi sto già perdendo…». Interviene in soccorso Cory Wong, una delle rivelazioni chitarristiche più dirompenti degli ultimi anni: «Ci dedichiamo all’eccellenza nell’abilità musicale senza mai perdere di vista il divertimento. Cerchiamo una versione divertente del ritmo, ecco ciò che rende il nostro mestiere eccitante. Dopotutto non siamo altro che un gruppo di amici che suona insieme la musica che ama».
Dal 2011 i Vulfpeck, che in tedesco significa un bacetto di un lupo, incendiano la rete con dischi, video, un’etichetta discografica, strumenti personalizzati e live mozzafiato, come il memorabile concerto al Madison Square Garden di New York nel 2019 che ne ha definitivamente consacrato il successo. Sono Woody Goss (alle tastiere), Joe Dart (al basso), Jack Stratton (batteria, chitarra, tastiere), Theo Katzman (voce, batteria, chitarra) e Cory Wong (alla chitarra) che invitano regolarmente amici, tutti rigorosamente autori e compositori multistrumentisti come lo straordinario Joey Dosik, Jacob Jeffries o ancora il cantante gospel Antwaun Stanley a lanciarsi in collaborazioni inedite. Se ne sono inventate di tutti i colori per sbarcare il lunario.

C’è stato «Sleepify», un album per conciliare il sonno composto da tracce prive di suono (z, zz, zzz, zzzz e via dicendo) che hanno chiesto ai fan di riprodurre in loop in streaming. Ogni notte di sonno fruttava circa quattro dollari su Spotify. Alla fine, hanno racimolato ben ventimila dollari, reinvestiti per organizzare un tour con ingresso gratuito. In loro compagnia si rischia di assistere alla registrazione di un album in una sauna (Schwitz, 2022), di essere sposati da uno dei membri della band sul palco (è successo al Bonnaroo, nel Tennessee) o di intonare cori per celebrare le lumache di San Francisco (Disco Snails è tratta da Dot, l’ultimo disco di Stratton, aka Vulfmon).
Sono un gruppo di ragazzi convertiti in professionisti eccellenti che ascoltavano la stessa musica pur essendo cresciuti in città diverse: Sly and the Family Stone, Stevie Wonder, Prince e Earth Wind and Fire… Cory si ricorda di quando – come Francesco Tristano – rientrato da scuola, passava i pomeriggi in balia dei videoclip che passavano su MTV: «C’era tanto punk-rock, e rock alternativo. I Weezer e i Red Hot Chili Peppers hanno marcato la mia adolescenza. Penso che oggi, parte della nostra energia la dobbiamo anche a tutti questi musicisti che vedevamo scatenarsi sul palco. Allo stesso tempo, abbiamo studiato l’arte del jazz e l’armonia della musica R&B». L’hanno fatto tutti a testa bassa, ognuno modo suo: c’è chi ha una formazione più jazzistica, chi più rock’n’roll, altri più R&B o funk.

Si sono conosciuti alla University of Michigan. Joe ci aiuta a capire: «Frequentando il college abbiamo riscoperto una sorta di spirito che ci univa. Anche se eravamo adolescenti o neo-ventenni parlavamo già la stessa lingua. Le prime volta che abbiamo suonato insieme non avevamo ancora un nome, eppure quella chimica speciale era già lì. Veneriamo quest’apprezzamento per la musica analogica, quella fatta da persone vere. Da sempre con i Vulfpeck c’è un elemento nostalgico che ci contraddistingue: ci troviamo in una stanzetta, giriamo video fatti in casa con la telecamera dell’iPhone, spingiamo il tasto record ed è in quel momento che lo spettacolo inizia».
Cory prosegue: «Anche quando eravamo più giovani, c’erano sempre dei sintetizzatori coinvolti. Sono questi i suoni che ci toccano. Insieme cerchiamo di catturare quella magia che ci ricorda molta della musica che abbiamo amato crescendo e che ascoltiamo ancora oggi.» Insomma, la nostalgia li guida e loro la reinterpretano, senza lasciare che prenda il sopravvento: «Oggi abbiamo accesso a interi cataloghi dei Beatles, Stevie Wonder, o Herbie Hancock, grandi talenti di un’epoca in cui non abbiamo mai vissuto. Sono riferimenti che assorbiamo. Il modo in cui pensiamo gli arrangiamenti o in cui facciamo funzionare le melodie potrebbe sembrare nostalgico, in realtà stiamo semplicemente attingendo alle nostre influenze».

La musica che suonano si ispira alle tradizioni del passato, eppure si nutre di esperienze contemporanee, che sia con i Vulfpeck o con i Fearless Flyers, altra loro band, non registrano mai con le cuffie: «È tutto nell’aria, nella stanza, ci adattiamo l’un l’altro ascoltandoci suonare. Il padre di Theo e il nonno di Joe erano musicisti eccellenti, immaginatevi di suonare il violino per Frank Sinatra… All’epoca c’erano solo un paio di microfoni per registrare la performance di un’orchestra intera. Il livello di attenzione era altissimo, così come la consapevolezza del ruolo di ciascuno nella totalità dell’esecuzione. Molti di quei dischi incredibili che tutti noi conosciamo e apprezziamo sono stati registrati dal vivo, con un metodo diverso», precisa Cory.
Memori degli insegnamenti di alcuni membri della famiglia, i Vulfpeck hanno imparato a prestare attenzione al ruolo fondamentale che gioca ogni membro del gruppo. Eppure, sono sempre pronti a scambiarsi armonicamente, passando come per magia da uno strumento all’altro senza quasi che il pubblico se ne accorga.
A settembre hanno pianificato una settimana di concerti in California durante la quale registreranno un nuovo album dal vivo, di fronte al pubblico, che sperano di portare in tournée in Europa l’anno prossimo. Parlando di musica italiana citano i Nu Genea, Marco Castello e La Comitiva di Erlend Øye, Giorgia (con cui suonano alcuni loro amici di Minneapolis), ma anche Rocco Granata (il fisarmonicista a cui dobbiamo Marina): «Ascoltandolo mi immagino la vecchia Italia, questa musica scoperta per caso grazie agli algoritmi di Spotiy mi catapulta a settant’anni fa», conclude Cory promettendoci che presto succederà qualcosa nel Belpaese. Anche Joe concorda, l’energia italiana e i Vulfpeck faranno scintille. È solo questione di tempo.