Non si è ancora capito bene se al Nazareno la linea, direbbe Francesco Cundari, è tenerla bassa oppure organizzare la Resistenza. È un’incertezza speculare a quella che c’è nel campo del governo, dove un giorno Giorgia Meloni minaccia vendette contro la magistratura e il giorno dopo la stessa presidente del Consiglio chiede di abbassare i toni – tendenza Mantovano, dietro probabile suggerimento del Quirinale –. Poi ci si mette Matteo Renzi a dire che, se perde il referendum, Meloni se ne deve andare (ma qui, se vince il Sì, deve dimettersi Elly Schlein?). È spirito di vendetta personale? O semplice constatazione? O è l’anticipo della tattica del centrosinistra, cioè fare del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati una battaglia campale contro il governo?
Ma Renzi non voterà No come Elly Schlein, che è molto tentata di alzare il tiro, per impallinare la grande rivale prima delle politiche. Ma la battaglia non è per niente facile. Tra l’altro, troppi dem voteranno Sì: i riformisti classici di Enrico Morando, Stefano Ceccanti, Claudio Petruccioli, un bastian contrario come Vincenzo De Luca, ma anche un amico della segretaria come Goffredo Bettini, e gente di sinistra come Cesare Salvi, memore della Bicamerale di Massimo D’Alema, che non era sfavorevole alla separazione delle carriere.
Insomma, non si capisce bene se al Partito democratico convenga un giudizio di Dio oppure no. Non lo sanno nemmeno loro. È una situazione rischiosa e non piacevole, che contribuisce ad alimentare un clima nervoso nella squadra di Schlein, alle prese con sondaggi che danno il Pd sempre molto dietro a Fratelli d’Italia.
Pazienza se il flotillero Arturo Scotto se la prende addirittura con la parola “riformismo” – «una parola malata» – a cui ha replicato puntigliosamente Walter Verini – «Una sinistra minoritaria e di testimonianza è junior partner della destra» –; perché la cosa più forte di ieri è l’indiscrezione del Foglio su una presunta richiesta di Romano Prodi di una candidatura alle elezioni europee, peraltro condita da una serie di considerazioni di carattere personale davvero di pessimo gusto.
Secondo questa ricostruzione, Schlein avrebbe negato la candidatura perché nella circoscrizione emiliana c’era Stefano Bonaccini e da altre parti era complicato. Il Professore ha sdegnosamente smentito l’articolo del Foglio e così poi anche la stessa segretaria del Pd. Ma, secondo alcune voci autorevoli, l’imbeccata sarebbe venuta proprio dal Nazareno, a confermare il nervosismo – eufemismo – del gruppo dirigente per le insistite uscite assai critiche di Prodi, verso questo Pd. Non un bel clima.