Dialogo di convenienzaTrump cerca gloria, Xi fa solo affari, e l’Europa con il cerino in mano

Il vertice di Busan tra i leader di Stati Uniti e Cina ha prodotto un accordo di facciata che consente al presidente americano di sbandierare una vittoria in patria, ma lascia a Pechino i guadagni più concreti. Mentre a Bruxelles temono che il nuovo asse bilaterale possa marginalizzare l’Ue proprio mentre cresce la sua dipendenza da materie prime e tecnologie cinesi

AP/Lapresse

Donald Trump voleva un G2 e l’ha ottenuto. Il vertice con Xi Jinping a Busan, in Corea del Sud, gli ha permesso di tornare a casa con il sorriso tronfio e dichiarazioni trionfali. «È stato un incontro fantastico», ha detto il presidente americano. Ma dietro la retorica del successo si nasconde un bilancio più ambiguo: se Trump ha potuto vendere ai suoi elettori una vittoria di facciata, la Cina sembra aver incassato le concessioni più sostanziose.

Per Pechino, il summit è stato un esercizio di equilibrio diplomatico: concedere visibilità al presidente degli Stati Uniti in cambio di vantaggi concreti. L’accordo quadro già stabilito a inizio settimana prevede la riduzione dei dazi americani su alcuni prodotti cinesi dal venti al dieci per cento, il rinvio di un anno delle restrizioni sulle esportazioni di terre rare e la sospensione dei nuovi controlli su tecnologie sensibili. In cambio, la Cina ha promesso di riprendere gli acquisti di soia americana e di cooperare nella lotta al traffico di fentanyl. Come ha osservato Julian Gewirtz, ex funzionario dell’amministrazione Biden, Pechino è «felice di intascarsi ogni singola concessione statunitense».

Xi ha usato i soliti toni distesi ma assertivi, parlando di una «grande nave» che deve «mantenere la rotta giusta». Trump, da parte sua, ha presentato l’intesa come un successo per gli agricoltori e per l’occupazione americana. Tuttavia, l’accordo è ancora un work in progress: nessuna firma, nessun meccanismo di verifica, nessuna clausola vincolante. Almeno per ora.

Secondo Politico Europe, il vertice ha fatto scattare qualche allarme a Bruxelles. L’Unione europea teme che il ritorno a una logica bilaterale tra Washington e Pechino — un “nuovo G2”, come voluto da Trump, appunto — possa ridurre l’Europa a semplice spettatrice nelle dinamiche globali. Le concessioni sulle terre rare, in particolare, rischiano di rendere i Paesi europei più vulnerabili, visto che l’Unione europea dipende ancora per oltre il novanta per cento da importazioni cinesi per i materiali critici necessari alla transizione verde e digitale. «Se gli Stati Uniti allentano la pressione sulle esportazioni di Pechino, l’Europa rischia di perdere la leva comune costruita negli ultimi anni», scrive Politico.

Inoltre, Bruxelles guarda con preoccupazione alle conseguenze geopolitiche dell’intesa tra Cina e Stati Uniti. Il temporaneo disgelo tra Washington e Pechino potrebbe spostare l’attenzione americana dall’Ucraina, indebolendo il fronte occidentale contro Mosca. La sensazione è che l’Europa resti fuori dai processi decisionali più importanti proprio mentre le due superpotenze negoziano nuove regole del gioco.

Il vertice di Busan, durato appena novanta minuti, si è svolto in un clima insolito, quasi teatrale. Trump ha rilanciato i test nucleari, Xi ha evitato qualsiasi accenno a Taiwan, e i due si sono scambiati promesse più simboliche che strategiche. Per gli osservatori, è stata una tregua temporanea, non un nuovo equilibrio.

Forse, alla fine, il G2 desiderato da Trump è solo un’illusione ottica: una vittoria politica a breve termine per Washington, una mossa tattica di lungo respiro per Pechino — e un campanello d’allarme per l’Europa, che vede restringersi il suo spazio di manovra tra le due potenze.

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