Happy endingLa pornografia in tasca ci ha tolto il sesso, la misura, e perfino l’età adulta

Siamo circondati da un’umanità che ha passato i trenta e continua a vivere come tredicenni a causa del telefono incollato alla mano. Abbiamo archiviato la vergogna come fosse un cimelio da beghine, quando in realtà era l’unico paracadute che ci impediva di coprirci di ridicolo

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«Nessuno, tranne forse Neil Postman, avrebbe potuto prevedere la formazione di un culto internazionale della pornografia». La frase sta in un articolo uscito nel numero di novembre di Harper’s Magazine, e richiede subito una sleppa di divagazioni.

Intanto bisogna dire chi sia Neil Postman. Un signore che aveva capito il 2025 con quarant’anni d’anticipo. “Divertirsi da morire” esce nel 1985, e a qualunque pagina lo apriate ci trovate una frase che sembra scritta domani.

La pornografia esisteva già, certo, ma dovevi umiliarti a chiederla. A un edicolante, al botteghino d’un cinema, a un negoziante in certi quartieri di Londra o di New York se avevi la fortuna di viaggiare. A Bologna, al posto del più famoso cinema porno in funzione negli anni della mia infanzia, oggi c’è una libreria con le Moleskine e il bar di Eataly e il ceto medio riflessivo che va alle presentazioni, se abbastanza giovane ignaro che la libreria si chiami Ambasciatori perché a Bologna si conservano le insegne vecchie quando gli esercizi pubblici cambiano destinazione d’uso, e Ambasciatori era il cinema dove i pervertiti andavano a menarselo pagando il biglietto.

Adesso che nessuno paga il biglietto e la pornografia sta nei telefoni, ci sono un po’ di nuovi problemi, vai a sapere se per coincidenza o con nesso causale. Uno è che nessuno scopa più. Un altro è che gli uomini, che già erano più interessati delle donne quando il sesso era ordinaria pratica umana, ora sul tema tendono a sviluppare una malsana ossessione.

Tempo fa parlavo con un amico del fatto che non c’è immagine più ridicola d’un uomo con l’arnese in mano, che la carriera di Louis CK non l’ha uccisa lo scandalo ma il fatto che ce lo immaginiamo col bigolo in mano e non ridiamo più con lui ma di lui, e l’amico era sconcertato da questa mia osservazione, perché è un adulto di oggi.

Gli adulti di oggi si vestono come tredicenni e – anche qui: coincidenza o causa? – hanno le priorità dei tredicenni. Farsi le seghe, farsi le canne, i fumetti, i videogiochi. Questo è il punto in cui i lettori e le loro code di paglia mi vogliono spiegare che i libri a disegni sono cultura, sparare agli omini nello schermo è cultura, menarselo è cultura. Certo, adesso però tornate nella vostra stanza dei giochi e lasciateci qui tra adulti.

Scott Galloway è un intellettuale americano (scusate l’ossimoro). L’altra sera era ospite di Anderson Cooper, sulla Cnn, a raccontare il suo nuovo libro, “Notes on Being a Man”, sulla nuova specie maschile: asociale, asessuale. Cooper era attonito: il 45 per cento degli uomini tra i 18 e i 25 anni non ha mai rimorchiato una donna dal vivo? Anderson, vieni qui, abbracciamoci: anche a me pare folle che questi usino le app, ma ormai è andata così, non si fa più quella roba «ti presento un amico», e quella roba «posso offrirti da bere» al bancone invece che sullo schermo è considerata se va bene inopportuna invadenza e se va male molestia, è fuori corso come i telefoni a gettoni. Mentre tu intervistavi Galloway, l’internet si sdilinquiva perché Mamdani e la moglie si sono conosciuti su una app. Quale allegria.

Ma chiedere a una di uscire su una app è, anzi, un livello avanzato di evoluzione, nel mondo raccontato da Galloway, nel mondo in cui viviamo tutti. «Perché devi sottoporti a tutto quanto, la possibilità del rifiuto, la scelta degli abiti, i costi economici, la fatica, l’umiliazione, provare a essere così carino da far venir voglia a una donna di avere una relazione romantica quando hai letteralmente un porno che è come se fosse vero?», chiede Galloway, la cui tesi è che tutto il nuovo capitalismo, dai produttori del telefono su cui state leggendo quest’articolo in giù, dipenda dal tenerti attaccato quante più ore possibile allo schermo, e per starci deve sembrarti che la vita sullo schermo sia più facile di quella nel mondo.

Nel documentario (meraviglioso) su Martin Scorsese che si trova su Apple+, “Mr. Scorsese”, Rebecca Miller chiede a Paul Schrader, sceneggiatore di “Taxi Driver”, di quell’uomo del sottosuolo che era Travis Bickle. Era molto solo, dice. Adesso sono tanti, conferma Schrader, perché l’uomo del sottosuolo è diventato l’uomo dell’internet: vanno sui social e parlano tra simili. Io direi che parlano con frammenti di specchio.

A Travis Bickle ho pensato leggendo la storia, di cui non sapevo niente, con cui si apre l’articolo di Harper’s. Era la storia di Nautica Malone, ventisette anni, che a gennaio va in un bar in Arizona di quelli in cui puoi ordinare restando in macchina, passi davanti a uno sportello dove c’è una cassiera che prende l’ordine, e poi a un altro sportello ti servono, sempre senza scendere.

La particolarità di quel posto è che le bariste stanno in bikini, e la particolarità della storia di Nautica Malone è che, quando la barista in bikini abbassa lo sguardo per chiedergli cosa prenda, ella nota che il tizio in macchina è senza pantaloni e ha l’arnese in mano.

La particolarità di questo secolo è che ci sono telecamere dappertutto, nei bar dove le bariste stanno in bikini e nei telefoni delle bariste e non solo. La particolarità delle persone che non hanno il cervello devastato da internet è che la pensano, sull’uomo col bigolo in mano, come me e non come il mio amico: la barista lo filma e lo offre come ridicolaggine del giorno (o come molestatore sessuale: il confine è spesso labile) alla rete. Nautica Malone si suicida.

Qual è la differenza tra Travis Bickle che riesce a ottenere un appuntamento con la bionda per cui ha una cotta e la porta in un cinema porno, ed è talmente privo di coordinate circa il mondo e la socializzazione e la vita che non capisce bene perché lei se ne vada indignata, e Nautica Malone che Harper’s descrive così: «È difficile dire perché in particolare questo reato sessuale sia diventato virale. Forse c’entrava l’espressione di Malone: sicura di sé, appassionata, come se fosse in qualche modo speranzoso di sedurre la barista»?

La differenza è che Travis Bickle era, appunto, solo: non aveva imparato a stare nel mondo perché il mondo non si era relazionato con lui. Nautica Malone aveva una moglie e due figli, e il suo stato civile e la sua apparente normalità non gli avevano donato abbastanza uso di mondo da sapere che la barista non sarebbe stata contenta di servire un cliente che se lo menava.

La madre di Nautica Malone ha detto che la barista dovrebbe essere incriminata per averle ucciso il figlio, e certo, la pubblica umiliazione in mondovisione è un problema che prima dell’internet non dovevamo affrontare, però io temo che il punto sia un altro, e stia nella smania che attraversa l’articolo di Harper’s: quella di dare a tutto un’etichetta culturale, un nome che ne faccia fenomenologia.

Quelli cui nessuna la dà li chiamiamo «incel», involontariamente celibi. Ma perché? È necessaria la tassonomia dello sfigato? Qualche mese fa ho detto a Luca Carboni che, se “Mare mare” uscisse oggi, quel verso su «le ragazze che sghignazzano e mi fan sentire solo» diventerebbe il manifesto degli incel. Lui non aveva mai sentito la parola, e io l’ho invidiato tantissimo: passo evidentemente troppo tempo on line.

Gooners, li chiama Harper’s, questi disperati che passano le giornate a menarsela avendo passato i dodici anni da un pezzo, e io temo che gli intellettuali che offrono copertura culturale a dei disgraziati inadatti a stare dentro una civiltà siano ben più colpevoli della barista che li filma e li sputtana. Temo che l’idea di non voler sembrare beghine, moralisti, persino – santocielo – boomer, e quindi acconsentire a prendere sul serio come occupazioni pubbliche le cose che una volta si sarebbero fatte di nascosto vergognandosi, la smania di dare dignità di cultura a qualunque scemenza poi ci abbia portati fin qui.

Mentre stiamo qui a chiederci come mai i disadattati siano in un numero tale che forse non li puoi neanche più chiamare disadattati, forse, è solo un modesto suggerimento, potremmo approfittarne per rivalutare la vergogna. Non quella ingiunta agli altri da tutti quelli che moralizzano puntesclamativando «Vergogna!» come fossero il Gabibbo: quella autoprodotta, che ci frenava, ci faceva censurare, ci evitava di coprirci di ridicolo ed era in definitiva un’ottima consigliera.

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