Tra le bandiere che sventolavano durante le proteste di sabato scorso a Città del Messico c’era quella del conosciutissimo manga e anime “One Piece”. Un teschio con due ossa incrociate e un cappello di paglia su sfondo nero è un’immagine che sembra stonare in questo contesto, eppure è diventato il simbolo di un’ondata di dissenso che supera i confini del Messico e che vede protagonisti i giovani della Generazione Zeta.
Da qualche anno, a partire dalle rivolte del 2022 in Sri Lanka che costrinsero il presidente Gotabaya Rajapaksa a lasciare il Paese, e in particolar modo negli ultimi mesi, sono scoppiate sempre più proteste in Stati come Bangladesh, Indonesia, Nepal, Marocco, Madagascar e Perù. Nonostante le cause delle contestazioni siano diverse, la costante è l’età dei manifestanti. I nati tra il 1996 e il 2012 sono infatti accomunati da un malcontento generalizzato e un’insoddisfazione crescente verso governanti sempre più vecchi e politiche sempre più distanti dai loro bisogni.
Ad accendere il fuoco della rabbia della Gen Z messicana è stata l’uccisione del sindaco della città di Uruapan, Carlos Alberto Manzo Rodríguez, il quale si trovava sotto scorta per aver accusato apertamente le brutalità dei cartelli della droga, chiedendo al governo federale di intensificare le politiche contro il narcotraffico. Nonostante le manifestazioni nella capitale messicana siano iniziate in maniera pacifica, una volta raggiunta Piazza della Costituzione lo scontro con la polizia ha preso una piega violenta. Sono almeno centoventi le persone che sono rimaste ferite, di cui cento poliziotti e venti manifestanti.
I protestanti hanno anche abbattuto le recinzioni di metallo che circondano il Palazzo Presidenziale lanciando un messaggio chiaro alla presidente Claudia Sheinbaum, accusata di non star facendo abbastanza per garantire la sicurezza dei cittadini messicani. Pur mantenendo un consenso molto elevato (più del settanta per cento), la prima presidente donna del Paese non è riuscita a fare i conti con la violenza e i crimini diffusi dei cartelli della droga e per difendersi ha accusato l’opposizione di destra di essersi infiltrata nell’organizzazione delle proteste.
Ma alla base della contestazione c’è di più. Il caso del Messico è solo l’ultimo esempio di un movimento di rivolta che ha coinvolto anche altre zone del mondo, testimoniando la complessità del discontento dei giovani adulti della Gen Z.
In Marocco, Madagascar, Bangladesh e Nepal la straordinaria presenza di giovani alle manifestazioni è anche conseguenza del fatto che la maggior parte della popolazione non abbia più di quaranta anni. In Bangladesh e Nepal l’età media è di venticinque anni, in Madagascar diciannove e in Marocco trenta. Sono dati eclatanti se si pensa che in Italia l’età mediana è di quasi quarantanove anni.
Ma il fatto che in queste zone i giovani siano di più non può essere l’unica spiegazione al fenomeno delle proteste della Gen Z. La grande distanza generazionale con i governanti al potere innesca inevitabilmente una resistenza profonda alla base, ma quello che accomuna i casi citati è anche una forte disuguaglianza interna. Con l’avvento dei social media è diventato più facile accedere alle vite degli altri e notare quindi le grandi disparità che attanagliano i gruppi sociali. In Stati già poveri come il Perù o il Nepal, il divario economico nazionale non solo è sempre stato enorme, ma ora è diventato visibile a tutti. Non è un caso che le proteste dello scorso settembre in Nepal siano state innescate in reazione a una legge che censurava i social media.
Non è nemmeno un caso che proprio i social siano il mezzo di comunicazione utilizzato dai giovani manifestanti, che attraverso piattaforme quali Discord (usata soprattutto nel mondo dei videogiochi) e Tik Tok si sono organizzati per portare la protesta fuori dagli schermi. Il parallelismo con la primavera araba del 2012 (una serie di proteste popolari in Medio Oriente guidate da giovani che avevano usato le reti sociali per organizzarsi) sorge spontaneo, ma la Gen Z di oggi ha enfatizzato le potenzialità del digitale di connettere persone lontane. I video delle rivolte sono infatti stati presi a esempio e detonatori di proteste successive: i giovani si sentono uniti contro gli stessi problemi e la nazionalità diventa un elemento irrilevante quando le dinamiche di potere sono le stesse.
Tra disuguaglianze sociali crescenti, economie sempre più precarie, divisioni politiche radicalizzate, autoritarismi emergenti e la crisi climatica sullo sfondo la Generazione Zeta fatica a vedere il proprio futuro. Jean-Jacques Rousseau direbbe che è stato tradito il contratto sociale alla base dello stato democratico, ma quando i canali di rappresentanza appaiono bloccati da una corruzione dilagante non c’è alternativa che far sentire la propria voce con la forza.
Proprio come la ciurma pirata di “One Piece” e il protagonista Monkey D. Rufy con il suo cappello di paglia, anche la Gen Z combatte governi corrotti per realizzare i propri sogni. In Madagascar un giovane manifestante ha detto: «Abbiamo visto il mondo attraverso gli schermi. Ora vogliamo cambiarlo con le nostre mani».