Mare forza noveLa tensione tra Stati Uniti e Russia in Venezuela, e il pretesto della droga

A largo delle coste del Venezuela riemerge il déjà vu del freddo bipolarismo della Guerra Fredda, con Trump che invoca la guerra ai narcos latinoamericani e Putin che risponde alle lettere di aiuto di Maduro. È il 2025, ma le regole del gioco non sono cambiate

LaPresse

Navi militari e sottomarini da guerra statunitensi inviati nel mare dei Caraibi, un presidente latinoamericano non gradito alla presidenza di Donald Trump, una lettera d’aiuto ricevuta dall’amministrazione russa per richiedere sostegno e aiuti strategici. Non è il 1962 e non siamo a Cuba, ma dopo alcuni decenni gli Stati Uniti tornano a occuparsi attivamente dell’America Latina e riscoprono una nuova guerra fredda con la Russia, nonostante il summit di metà agosto ad Anchorage tra Vladimir Putin e Donald Trump. Sono ormai due mesi che il presidente degli Stati Uniti ha mobilitato più del dieci per cento della forza militare navale americana lungo il confine nord del Venezuela,  schierando un contingente bellico che in quell’area non si vedeva dai tempi dell’invasione di Panama del 1989.

Nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno lanciato almeno sedici attacchi contro imbarcazioni che navigano le acque dei Caraibi accusate di trasportare droga negli Stati Uniti. Il pretesto della “lotta al narcotraffico”, però, non convince esperti e analisti che concordano nel riconoscere quanto l’impiego messo in campo dalla Casa Bianca sia sproporzionato rispetto all’obiettivo dichiarato (Washington ha persino comandato l’invio della portaerei Uss Gerald Ford, il gioiello militare di Trump dal valore di  tredici miliardi di dollari). 

L’intento è quindi quello di mettere alle strette Nicolás Maduro, presidente amico di Putin e per questo non gradito all’amministrazione Trump, per recuperare influenza nel vecchio “cortile di casa”. Durante la trasmissione “60 Minutes” trasmessa dall’emittente Cbs venerdì 31 ottobre, il presidente americano ha dichiarato che i giorni di Maduro sono contati, escludendo però la possibilità di un attacco diretto in territorio venezuelano. 

Il nuovo posizionamento della Casa Bianca si è allineato alle idee antichaviste del Segretario di Stato Marco Rubio che, come figlio di rifugiati cubani fuggiti dalla dittatura di Fidel Castro, ha da sempre fatto della lotta ai regimi socialisti oltre il confine sud degli Stati Uniti una battaglia personale e politica. La medesima lotta ai regimi illiberali travestita da lotta al narcotraffico ha rilanciato il sentimento antimperialista dello Stato sudamericano. E come da tradizione, il presidente venezuelano si è rivolto a Vladimir Putin, per rafforzare le difese nazionali. 

Mosca non ha perso l’occasione. Il Cremlino «è pronto a rispondere in modo adeguato alle richieste dei propri alleati alla luce delle minacce emergenti», ha detto il ministro della Difesa russo. Non sorprende quindi l’invio di forza contraerea e sistemi missilistici all’esercito venezuelano, arrivati a destinazione con non poche difficoltà. La Russia non ha volato sopra lo spazio aereo europeo per evitare di essere intercettata. Sorvolando il continente africano ha evitato problemi, ma ha impiegato più tempo. 

Per la Russia, il Venezuela non rappresenta solo un fondamentale alleato politico nel contrastare l’egemonia del modello liberale statunitense. Ma un cambio di regime venezuelano significherebbe anche un grave danno economico e strategico per Mosca, visti gli ingenti investimenti fatti negli ultimi anni nel settore delle risorse petrolifere e di gas naturale.

Autodefinitosi come legittimo «figlio di Chávez», Maduro non poteva fare altro che seguire i passi del padre della sinistra venezuelana, portando avanti l’alleanza strategica che già l’ex presidente aveva inaugurato con la Russia. Infatti, a maggio i due Paesi avevano sottoscritto un accordo di partenariato strategico, confermando la necessità di Vladimir Putin di crearsi alleati nel contesto della guerra in Ucraina e il timore che l’iniziale isolazionismo proclamato da Trump fosse in realtà solo una mossa mediatica per ottenere consensi dagli americani.

Nell’ottica elettorale trumpiana di riconsegnare l’America agli americani, liberandola da tutti i pantani della geopolitica internazionale, il Venezuela rappresenta per Trump una pedina perfetta. Sul fronte domestico può presentare la crisi innescata come soluzione alla piaga della tossicodipendenza, mentre sul piano internazionale, le minacce implicite e non alla presidenza Maduro si propagano oltreoceano, raggiungendo sia il resto dell’America Latina sia i principali alleati venezuelani: Russia, Cina e Iran.

La strategia americana è chiara: Trump ha detto di aver ordinato operazioni sotto copertura all’intelligence americana per colpire i gruppi delle droghe in territorio venezuelano e fonti interne hanno dichiarato che potenziali obiettivi militari di terra sono stati già individuati in caso di attacco.

Pare di rivivere una nuova crisi dei missili con la differenza che l’attenzione globale fatica a rimanere concentrata nel turbinio di eventi e annunci che si susseguono ogni ora. Ma nell’eco degli anni Sessanta riappare lo stesso gioco: due grandi potenze spaventate dal declino che sfruttano un territorio terzo per cercare di rimanere a galla nell’evidente riassestamento che l’ordine globale sta vivendo.

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