Non era una scelta eroica, né una di quelle sfide da social in cui si promettono rivoluzioni interiori e rinascite spirituali. Ho smesso di bere per un mese, sei settimane a dirla tutta, per un motivo molto più semplice e meno cinematografico: il mio corpo me lo chiedeva. Una stanchezza accumulata, un’insistenza silenziosa del fisico, un richiamo che ogni enologo conosce bene ma troppo spesso ignora. E così, senza annunci pubblici o hashtag motivazionali, ho deciso di interrompere il mio rapporto quotidiano con il vino.
L’inizio è stato quasi entusiasmante nella sua immediatezza. Il peso scende, la pelle si trasforma, le rughe si distendono come se qualcuno avesse passato una mano di vernice fresca. L’energia ritorna, pulita e lineare, come un vino non filtrato che si illimpidisce con calma in una barrique. Ogni mattina mi svegliavo con la sensazione che il corpo sapesse esattamente cosa fare, senza interferenze.
Ma mentre la salute migliorava, la mia vita sociale retrocedeva con la stessa rapidità. È successo senza rumore, senza drammi. Semplicemente, si è svuotata, lasciando spazio solo agli appuntamenti che non puoi disdire. Inviti di amici rifiutati, cene saltate, aperitivi evitati con scuse sempre più raffinate. Non era paura, non era tentazione: era disallineamento. Un senso strano di essere fuori ritmo rispetto agli altri. E proprio lì ho iniziato a capire ciò che Edward Slingerland descrive in “Drunk”: che l’alcol non è un vizio marginale della civiltà, ma un meccanismo centrale, una tecnologia sociale che risulta indispensabile da millenni.
Slingerland sostiene che l’alcol ha svolto tre funzioni fondamentali nella storia umana: abbassare le inibizioni, costruire fiducia, creare coesione nei gruppi. Sembra banale, ma non lo è. Senza questi tre elementi le società non si organizzano, le comunità non si formano, i gruppi non collaborano. L’alcol è stato una scorciatoia evolutiva, un modo per attraversare territori che la natura ci rende difficili: la vulnerabilità, la spontaneità, la creatività condivisa. Da sobrio, tutto questo l’ho capito sulla mia pelle. Non mi mancava il bicchiere, non mi mancava l’alcol in sé: mi mancava il rituale. Il gesto. Il linguaggio implicito del brindare. A tavola mi ritrovavo a fissare il mio calice d’acqua frizzante, perfetto e trasparente, ma incapace di generare quella scintilla che nasce quando il vino entra in scena. Il rumore del vetro non è lo stesso. La promessa contenuta nel gesto non è la stessa. E attorno a te, gli altri continuano a recitare il copione universale della convivialità, mentre tu, senza accorgertene, sei diventato un personaggio fuori testo.
Negli aperitivi la sensazione è ancora più evidente. La tua mente rimane lucida, perfetta, quasi troppo perfetta. È come assistere a una festa da un acquario: vedi tutto, senti tutto, ma c’è un vetro invisibile tra te e gli altri. L’alcol non ti manca come sostanza, ma come chiave d’accesso. Slingerland direbbe che il tuo cervello sta lavorando senza un elemento di modulazione che l’umanità utilizza da sempre per smorzare il controllo e rendere possibile la fiducia reciproca. Non a caso, quando arrivano giornate difficili, l’assenza di un bicchiere serale si fa sentire non come desiderio chimico, ma come mancanza simbolica. La piccola cerimonia che segna la fine della giornata, che trasforma un “basta così” in un “ci siamo, possiamo riposare”.
Non ho mai creduto all’idea dell’alcol come soluzione, ma ho sempre creduto al potere dei rituali. E questo mese me lo ha ricordato con una chiarezza quasi brutale. Il vero nodo, infatti, non è l’alcol: sono le sue funzioni culturali. È ciò che rappresenta. È il legame che genera. Senza quelle funzioni la vita rimane più pulita, più corretta, più ordinata, ma anche più vuota. Questa astinenza forzata mi ha costretto a osservare il vino da fuori. E da fuori, paradossalmente, l’ho capito meglio.
Il vino è un linguaggio. Un codice sociale. Una forma di comunicazione non verbale capace di unire persone che non si conoscono, di sciogliere tensioni, di generare confidenza. Toglierlo è possibile – e fisicamente può essere un toccasana – ma lascia un vuoto che va colmato con altre forme di legame. La modernità, però, ha complicato questo equilibrio. Abbiamo abolito molti dei rituali comunitari che per millenni hanno incorniciato il bere e che impedivano l’abuso. Oggi l’alcol è disponibile ovunque, a qualsiasi ora, senza la rete culturale che un tempo lo rendeva sicuro. Ed è per questo che il discorso di Slingerland è così importante: non parla di libertà di bere, ma di responsabilità culturale.Se eliminiamo l’alcol senza ricostruire la sua funzione, creiamo individui più sani e più soli. Se invece recuperiamo i rituali, possiamo ritrovare un rapporto più equilibrato, più umano, più consapevole con ciò che mettiamo nel bicchiere.
Forse il futuro sarà fatto di vini a basso tenore alcolico, di momenti di condivisione più strutturati, di nuove forme di convivialità. O forse torneremo alle vecchie, con un po’ più di saggezza. Questo mese mi ha insegnato che la sobrietà ha una bellezza tutta sua: pulita, luminosa, quasi infantile. Ma mi ha anche ricordato che brindare non è un gesto superficiale: è un modo per dire agli altri «sono con voi». E per quanto possiamo imparare a vivere senza, quella necessità antica di stringere un legame, anche solo per il tempo di un calice, rimane una delle cose più profondamente umane che abbiamo. In fondo, la verità è semplice: la sobrietà ci rafforza. Ma il brindisi ci unisce.