
C’è quello che si chiama per nome e che ha a che fare con il clima, ci sono quelli generazionali e ci sono quelli che riguardano il mercato. Sono tanti i cambiamenti che circondano (e attraversano) il mondo del vino e probabilmente sarebbe egoistico pensare che riguardino soltanto il nostro periodo storico, perché il mondo è sempre e costantemente in evoluzione. Un conto però è osservare con la lente gli eventi avvenuti in passato, poterli mettere in fila e analizzare, conoscendo già il risultato. Ben diverso è cercare di capire i cambiamenti nel momento in cui avvengono e, per questo, una certa dose di egoismo nel concentrarci sul nostro tempo e sulle nostre vicende ci deve pur stare.
Nella giornata di domenica 26 maggio, quella dose di egoismo se l’è concessa il palco del Gastronomika Festival, con l’incontro “Cambio vino”, durante il quale si è discusso dei cambiamenti in atto nel mondo del vino assieme a Pietro Monti, vignaiolo in Piemonte e vicepresidente nazionale di Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi), Michele Antonio Fino, docente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini del Gambero Rosso, ed Ettore Ravizza, founder di Legendary Drinks.
Come cambia la comunicazione
Se c’è un tema che non ha mai smesso di attraversare il Gastronomika Festival, è proprio quello della comunicazione del vino e, in particolare, la comunicazione verso i giovani. Mentre il mercato rallenta le indagini di mercato evidenziano una minor propensione di Millennials e Gen Z verso il nettare di Bacco, il settore enoico si pone il problema di come comunicare il proprio prodotto a queste generazioni e, gradualmente, inizia a capirlo. «È in corso un cambiamento nell’approccio, nel linguaggio e nella comunicazione del vino, che resta in ogni caso un tema difficilissimo, perché trovare le parole per esprimere correttamente questo prodotto è di fatto molto difficile», osserva Giuseppe Carrus. C’è una tendenza che negli anni passati ha portato a creare per il vino un linguaggio a sé, sofisticato e altisonante, ma purtroppo molto spesso anche elitario. «La gag di Albanese denunciava in maniera simpatica una direzione che stava prendendo il vino e che stava anche allontanando tanti. Il problema era quello che noi dicevamo del vino». Non si è certo trattato di una decisione presa a tavolino, ma di una tendenza che si è evoluta nel tempo. «Il problema è dovuto a una tradizione iniziata da Veronelli: l’illusione che il vino debba necessariamente essere apprezzato da persone che lo conoscono nel dettaglio» afferma Michele Antonio Fino. «Abbiamo pensato che tutti volessero e potessero diventare conoscitori in quel senso lì e che non ci fosse più spazio per un bere spensierato». Non c’entra la superficialità, ma la leggerezza e il fatto che il consumo di vino non possa (più) essere considerato soltanto un’operazione intellettuale. «Oggi fanno capolino narrazioni che riscoprono bellezza di vini più leggeri e di più immediata comprensione. Stiamo ammettendo, finalmente, che tutto questo poteva anche solo avere una dimensione di piacere». E attenzione, come ricorda Giuseppe Carrus: «si deve poter dire con serenità che un vino ci piace o anche che non ci piace, senza il timore di sembrare incompetenti di fronte a chi ci si ha di fronte».

Cambia il clima
In fatto di cambiamenti, è impossibile non incrociare il tema di quelli climatici che riguardano il vino, così come tutto il resto dell’agricoltura, molto da vicino, come ricorda Pietro Monti. «Si tratta di cambiamenti sempre più improvvisi, che noi vignaioli subiamo. Purtroppo questi cambiamenti non possiamo bloccarli, quindi dobbiamo cercare di gestirli al meglio». Proprio a questo tema, Fivi ha dedicato un documentario, realizzato tra i vigneti dei suoi 1.800 soci in tutta Italia in collaborazione con Will Media, per raccontare come questa condizione viene vissuta ogni giorno in campo (e anche in cantina) e di come un settore dai movimenti strutturalmente lenti, stia cercando di adattarsi nella maniera più rapida possibile. «Tra i temi più delicati c’è ad esempio quello di una migliore gestione delle acque, non possiamo più ignorarla. Quando piove in maniera molto abbondante, dobbiamo fare in modo di assimilare quell’acqua, per lavorare al meglio sulla gestione idrica quando, dopo qualche mese sarà la siccità a bussare alla porta».
Finora l’azione umana è stata invece troppo invasiva, senza tener conto – per scelta o per ignoranza – delle conseguenze. «Vi porto un esempio: pare che nella storia il corso del Po si sia accorciato di 50 chilometri come risultato degli interventi dell’uomo e questo modifica inevitabilmente anche fattori come la spinta delle acque. L’opera del vignaiolo dev’essere l’esatto opposto, perché la nostra filiera è importante per tutti, soprattutto per molti territori che altrimenti verrebbero abbandonati». In questo senso, un cambio di approccio è già in atto e chi produce oggi deve farlo con maggiori consapevolezze anche su questo fronte.

Cambiano i consumi
Non sarà certo solo una questione di comunicazione, ma le tendenze di consumo sembrano cambiare anche in direzione di una minor presenza di alcol. «La questione del no alcol non riguarda solo il vino ma tutto il mondo del food, a livello internazionale, perché ha a che fare con la maggiore attenzione verso la salute», dice Ettore Ravizza che, accanto alle sue kombucha, ha da poco lanciato, assieme all’enologo Andrea Moser, i Kombwine. La kombucha realizzata a partire dal mosto d’uva (qui un approfondimento sul Kombwine) apre la strada a molte possibilità per i produttori di vino, prima tra tutte una via all’analcolico che non passi necessariamente dalla dealcolazione del prodotto già finito.
Giuseppe Carrus ricorda la produzione delle birre Iga, avviata da Nicola Perra in Sardegna e le iniziali difficoltà dell’intraprendere una strada nuova e lancia una provocazione: «Siamo veramente sicuri che il vino dealcolato sia la soluzione alle tendenze di consumo? O magari è anche la soluzione di tante grosse cantine che hanno molto vino che non riescono a vendere e che quindi cercano una via di fuga?». Una soluzione che, secondo Fino, deve poter essere percorsa. «Penso che non sia una soluzione per i piccoli o, per lo meno, sicuramente non con impianti propri, però tutti devono avere la possibilità di fare qualsiasi cosa. Basta che, come spesso succede in questo paese, non vinca il sogno proibito di farsi le regole perché gli altri non possano più fare come vogliono». Dal canto suo, Ravizza porta l’esempio del Kombwine come produzione alternativa per la filiera: «Tutta quella fatica che entra in una bottiglia di vino, secondo noi ha la possibilità di essere espressa anche attraverso la fermentazione della kombucha. Si tratta di creare un prodotto nuovo con un’espressione diversa, non “contro” il vino ma “con”».
Nel frattempo, al di là del contenuto alcolico, Monti ricorda la necessità di avvicinare i più giovani al lavoro: «I federati Fivi sono mediamente aziende piccole e questo agevola molto una relazione più intensa dal punto di vista lavorativo. Questo rende le cose più facili per le nuove generazioni, che riescono a entrare maggiormente in sintonia con il lavoro e, in cambio, portano il proprio bagaglio culturale, il proprio punto di vista giovane e innovativo in azienda».