Tirare a campareLa scena mutissima di Schlein sull’Ucraina e sul sempre più putiniano Conte

La segretaria del Pd pensa all'Assemblea nazionale e dimentica le cose importanti, intanto l’alleato grillino passa il segno, accusa l’Europa di aver fallito il negoziato e sposa la linea di Trump e Cremlino

Giuseppe Conte ed Elly Schlein / LaPresse

Sull’Ucraina ieri Giuseppe Conte ha passato il segno, sposando letteralmente la posizione di Vladimir Putin, che poi è quella di Donald Trump, o viceversa: l’Europa ha fallito visto che ha scommesso su una causa persa, ora non ostacoli la mediazione americana. 

È una linea più a destra di quella di Giorgia Meloni che almeno a chiacchiere continua a sostenere Kyjiv, e dunque è sovrapponibile a quella di Matteo Salvini in un ricongiungimento gialloverde nel segno del trumputinismo, cioè la fase suprema del populismo mondiale. Niente di nuovo sul fronte di “Giuseppi”, si dirà. Eppure se la causa Ucraina, metafora della dignità europea, dovesse essere, come dovrebbe essere, lo spartiacque delle alleanze, il campo largo sarebbe morto (e pure il governo non starebbe troppo bene). 

Si spalanca in ogni caso, forse mai così chiaramente, una contraddizione insanabile tra chi continua a difendere la Resistenza ucraina e chi giudica quest’ultima una reliquia del passato che essendo destinata alla sconfitta non si sarebbe mai dovuto adorare: da una parte Guido Crosetto, Antonio Tajani, Riccardo Magi, Carlo Calenda, Pina Picierno, dall’altra Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e tutto l’estremismo di sinistra. Con Giorgia Meloni e Elly Schlein «gemelle dell’ambiguità», certo con Zelensky ma finché dura, e forse il tempo è già scaduto. 

Della premier si può capire il tentativo di non scontentare né il presidente ucraino né quello americano (sul quale continuano a fare pressione i Volenterosi, non lei) mentre Schlein non vuole inimicarsi l’amico di Trump, l’avvocato del populismo, ed entrambe restano impigliate nelle loro contraddizioni. Però entrambe godono di una posizione favorevole. Perché né Crosetto né Tajani possono imporre a Meloni ciò che lei non intende fare e, specularmente, i riformisti non hanno la forza di ottenere da Elly un chiarimento definitivo su cosa pensi della situazione mondiale, europea e ucraina. 

Potrebbe esserci questo confronto alla Assemblea nazionale del Pd di domenica? Pare improbabile, al momento. Schlein e i suoi, con il supporto del figliol prodigo Stefano Bonaccini (così che segretaria e presidente sono entrambi della maggioranza, cosa già accaduta ma non per questo molto democratica), stanno allestendo un’Assemblea tutta contro il governo, un terreno sul quale obiettivamente i riformisti non possono distinguersi. 

Mettendola sul piano del controcanto a Meloni, che nelle stesse ore chiuderà Atreju, non ci sarà spazio per affrontare tutte le questioni che in questi mesi hanno creato discussione nel Pd. 

Che cosa resterà fuori? Proprio ciò che conta: l’Ucraina, l’Europa, il mondo che cambia. Senza un confronto su questi temi, l’Assemblea sarà un esercizio retorico, una parata d’apparato che rassicurerà i presenti e disorienterà gli assenti, cioè i cittadini. A meno che qualcuno non trovi il coraggio di proporre un documento limpido, inequivoco, da votare per mettere in chiaro la linea in vista del dibattito parlamentare sulla politica estera che si terrà mercoledì in Parlamento. Sarebbe un gesto di verità. Ma la verità in politica è sempre un lusso raro e questo Pd non se lo può permettere: sta perdendo labitudine a essere limpido.

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