L’Amministrazione Trump non tollererà più atti di censura extraterritoriale. Con queste parole Marco Rubio, Segretario di Stato Usa, giustifica su X il rifiuto del visto all’ex commissario Ue Thierry Breton e ad altri quattro cittadini europei, tutti accusati di “censura” e “azioni contro gli interessi americani”.
«Per troppo tempo, gli ideologi europei hanno condotto sforzi coordinati per costringere le nostre piattaforme a sanzionare le opinioni americane a cui si oppongono», ha dichiarato Rubio.
Breton era stato Commissario europeo per il Mercato interno con responsabilità sulla regolamentazione digitale, ed è stato tra i protagonisti del Digital Service Act. Il DSA, adottato nel 2022, ha stabilito il quadro normativo che tutt’oggi regola la moderazione dei contenuti e la trasparenza delle piattaforme digitali nell’Ue, e che tanto fa penare Elon Musk e soci. Oggi più che mai tali normative contribuiscono a rendere lo spazio informativo europeo salvaguardato dalla disinformazione proveniente dagli Stati Uniti, dalla Russia, dalla Cina e, naturalmente, da dentro i confini stessi dell’Unione.
Già il 5 dicembre, il Dipartimento di Stato aveva emanato una direttiva per impedire l’ingresso alle persone coinvolte in attività di fact-checking e sicurezza online, affermando tramite la voce dello stesso Rubio che «gli stranieri che lavorano per minare i diritti degli americani non dovrebbero godere del privilegio di viaggiare nel nostro Paese».
Chi sono gli altri “europei” sanzionati? In primis Imran Ahmed, fondatore del Center for Countering Digital Hate (CCDH). L’ong, con sede nel Regno Unito, è attiva nel debunking e nel contrasto all’odio e alla disinformazione. Nel tempo, si è occupata di mappare i principali canali complici nella diffusione di teorie complottiste sui vaccini e sulla pandemia da Covid-19. Il CCDH svolge inoltre attività di rappresentanza e pressione istituzionale per la regolazione degli algoritmi e in particolare della monetizzazione, tramite la quale è possibile finanziare la diffusione di contenuti polarizzanti.
Segue Clare Melford, co-fondatrice e ceo del Global Disinformation Index, altra ong britannica che si occupa di analizzare e classificare siti web e fonti di notizie in base alla probabilità che diffondano disinformazione. Stesse disposizioni per Anna-Lena von Hodenberg e Josephine Ballon, rispettivamente giornalista e avvocata entrambe, co-fondatrici e ceo di HateAid. L’ong tedesca si occupa di contrastare l’odio e la violenza digitale online, in particolare fornendo consulenza legale e finanziamento delle spese processuali per le persone vittime di hate speech.
Il tutto ha dell’eclatante: è la prima volta che un ex-commissario europeo viene sanzionato ufficialmente dagli Stati Uniti e non si sono fatte attendere le reazioni, come quelle del presidente francese Emmanuel Macron («Un’intimidazione»), del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa («Misure inaccettabili») o della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen («Proteggeremo la nostra libertà di espressione»). Con queste azioni l’amministrazione Trump non solo si posiziona in netto contrasto alle normative europee in materia di trasparenza digitale, ma dimostra il proprio sdegno nei confronti degli sforzi per tutelare la democrazia europea e liberale. Non che fosse un segreto, il Democracy Shield – il nuovo pacchetto Ue per proteggere le elezioni, il dibattito pubblico e lo spazio informativo dalle interferenze straniere e dalla manipolazione – risulta indigesto a Elon Musk, Mark Zuckerberg o Peter Thiel e alla tecno-lobby prossima al vicepresidente J.D. Vance.
In particolare, il Digital Service Act colpisce le grandi piattaforme e le obbliga alla supervisione pubblica, a dimostrare di mitigare la diffusione della disinformazione con annessi deepfake e a limitarne la monetizzazione. Non tocca affatto la libertà di parola, ma il modello di profitto che sta dietro i contenuti “tossici”, quelli che ricevono spesso più interazioni e diffusione. Secondo un report di EconPol Forum, questa dinamica crea un incentivo economico alla loro diffusione sia per le piattaforme che per i creator.
Studi sperimentali della Copenhagen Business School mostrano che anche modifiche minime nei criteri con cui gli algoritmi selezionano e ci mostrano dei contenuti possono influenzare in modo significativo le opinioni degli utenti. I sistemi ottimizzati per l’engagement aumentano attenzione e reazioni emotive, ma favoriscono informazione meno accurata e maggiore polarizzazione. La democrazia trumpiana si professa portatrice della verità ma in realtà la ostacola, lasciando i cittadini senza strumenti di fronte ad un ecosistema dell’informazione senza vincoli.
Di fronte alle accuse di censura rivolte all’Europa dagli Stati Uniti, viene spontaneo chiedersi come la tutela della sfera pubblica da pratiche di manipolazione e ingegneria sociale possa essere interpretata come una violazione della sovranità americana. E, al contrario, come non debba essere considerato un atto di interferenza nella sovranità europea il finanziamento e la promozione di contenuti e narrazioni tossiche ostili all’Unione. Tecniche prescritte e teorizzate nella recente National Security Strategy 2025 della Casa Bianca.