«Stavi scherzando o pensi davvero che Hitler fosse cool?».
«Era uno tosto, il fatto è che la mia generazione ha smesso di fingere sgomento o indignazione morale».
«E di preciso a cosa ti riferisci quando dici che era cool? Perché stiamo parlando di un mostro che ha ucciso dodici milioni di persone».
«L’estetica, è semplicemente bella. Le uniformi, le parate. È bello. Quando guardi la Seconda guerra mondiale da adulto capisci che è affascinante».
Quando un intervistatore fa una domanda banale sta aiutando l’intervistato. Se la risposta più semplice è anche la più conveniente, può sembrare quasi una messinscena. A meno che l’intervistato non decida di deviare e dare la risposta opposta a quella preferibile. Lo scambio di battute appena citato è di pochi giorni fa, tra Piers Morgan e Nick Fuentes, durante una puntata di “Piers Morgan Uncensored”.
Morgan è un giornalista britannico noto per le sue provocazioni e per posizioni politiche conservatrice, di destra, spesso estrema. Fuentes invece è un influencer dell’ultradestra americana, protagonista di dirette streaming in cui diffonde idee neonaziste tra sorrisetti e battutine. Come si sarà intuito dallo scambio con Morgan, è un negazionista dell’Olocausto, è favorevole alla segregazione razziale, ritiene che gli ebrei dovrebbero essere espulsi dagli Stati Uniti. In un passaggio dell’intervista ha detto che per generazioni gli americani bianchi sono stati «intimiditi» con storie sull’Olocausto per impedire loro di essere «troppo bianchi, troppo orgogliosi e troppo cristiani».
La conversazione segue questo spartito per quasi due ore, spaziando su decine di argomenti. Fuentes risponde sempre come se avesse dodici anni, come se la sua unica fonte di informazione fossero degli striminziti video di TikTok pensati per giovani suprematisti bianchi. Se la prima informazione è certamente falsa, perché di anni ne ha ventisette, sulla seconda si può avere almeno il beneficio del dubbio. Dopotutto, lui stesso ammette che le sue opinioni su Hitler «non sono così profonde».
Nonostante le sue posizioni estreme e pericolose per una democrazia, Fuentes non è soltanto un provocatore, né un influencer tossico confinato ai margini della rete. O almeno non più. Dopo anni di dirette seguite da centinaia di migliaia di persone è diventato un interlocutore credibile per una fetta della destra americana.
Per arrivare a questo punto, Fuentes ha attraversato quasi un decennio di radicalizzazione dell’ecosistema conservatore americano, accompagnandone e forzandone ogni slittamento.
Nella conversazione con Morgan – tesa, teatrale, come sempre accade con il giornalista britannico – Fuentes non ha tentato di mimetizzarsi. Anzi, ha fatto una cosa che gli riesce molto bene, ha parlato da destra contro la destra, accusando il Partito Repubblicano di codardia e ipocrisia.
A differenza di altri provocatori di internet, Fuentes non si limita al trolling. Fin dall’inizio ha provato a costruire una comunità, un linguaggio e un percorso politico, usando il marchio “America First” di stampo trumpiano per creare il suo show, la sua piattaforma ideologica.
Cresciuto in un sobborgo di Chicago, da una famiglia cattolica, con padre di origine messicana, Fuentes ama la competizione e stuzzicare chi ha di fronte. Negli anni al college, alla Boston University, si presentava ai dibattiti con il cappellino Maga per andare faccia a faccia contro platee molto progressiste, quindi ostili a certi simboli. Un approccio che Charlie Kirk aveva fatto suo e portato al livello premium.
In quegli anni, Fuentes è simile agli altri giovani trumpiani. Parla di immigrazione, critica il multiculturalismo, vuole fare la guerra alle élite liberal. La copia carbone di molte destre conosciute anche in Europa. Si radicalizza con il tempo. I suoi discorsi fanno un salto di scala anche grazie alle piattaforme e alla sua capacità di intercettare certe posizioni dell’America febbricitante dell’ultimo decennio. Allora indossa giacca e cravatta, si siede alla scrivania, parla come un anchorman degli anni Sessanta, ma infila nei discorsi oscenità di ogni tipo, razzismo, sarcasmo contro la sinistra, e anche contro i conservatori tradizionali. Capisce che quella forma estrema di nazionalismo paga. Le dirette online sono un canale di comunicazione con un potenziale sconfinato. Lo streming come forma di potere.
In questo spazio della rete coltiva una community agguerrita, sempre al punto di ebollizione. I suoi sostenitori sono noti come Groypers, in nome di una variante del meme Pepe the Frog, spesso associato con l’ultradestra. Sono tutti giovani uomini, quasi esclusivamente bianchi, conservatori, iperconnessi, vivono l’adesione a Fuentes come una forma di militanza culturale prima ancora che politica.
Fuentes è stato bannato da quasi tutti i social, ma questo non lo ha indebolito. Lo ha reso semmai più coerente con la sua narrazione anti-sistema. A volte le sue posizioni sono così radicalizzate da fare il giro e sembrare comiche. Solo che i contenuti sono davvero aberranti. Durante l’intervista con Morgan si è visto ad esempio con la sua spiccata misoginia.
Dopo circa un’ora e mezza di conversazione, Morgan gli chiede se la sua avversione per il genere femminile – a un certo punto lo chiama «vecchio dinosauro misogino» – possa essere il motivo «per cui nessuna di loro vuole avvicinarsi». Fuentes prima risponde come un liceale messo alle strette: «Dovresti vedere i miei messaggi privati, sono pieni di donne che sto respingendo». Allora Morgan lo punzecchia: «Sei gay?». E la risposta: «No, ma devo dire che è molto difficile stare con le donne», risponde Fuentes con un ampio sorriso, un tentativo goffo di sembrare un chad, un maschio alpha. Per qualche ragione aggiunge che le donne non dovrebbero avere diritto di voto. Morgan insiste: «Hai mai fatto sesso?». «No, assolutamente no», ammette Fuentes.
Un momento chiave nella radicalizzazione di Fuentes è la sconfitta elettorale di Donald Trump nel 2020. Capisce che c’è spazio per infettare come un virus un partito pieno di ferite aperte. Quella fase segna il passaggio dal sostegno incondizionato al Partito Repubblicano alla militanza agguerrita. Per settimane Fuentes, allora ventiduenne, incita i suoi a non riconoscere il risultato elettorale, definisce l’assalto a Capitol Hill «fantastico». Non a caso, diversi membri della sua organizzazione America First finiranno incriminati per i fatti del 6 gennaio.
La cerchia ristretta di Trump deve aver intuito che l’elettorato mosso da Fuentes è un bottino di voti consistente. Anzi, vede nel giovane streamer un’esca per entrare in quella frangia ancora più a destra del mondo Maga. È lì che Fuentes entra in contatto con il centro del potere trumpiano. Nel 2022 partecipa a una cena di Mar-a-Lago con Trump e Kanye West. Trump dirà di non sapere chi fosse. Ma durante quell’incontro, secondo varie ricostruzioni, ascolta Fuentes definirsi parte della sua base e apprezzarne l’enfasi con cui si scaglia contro i tecnocrati. «He gets me», avrebbe detto Trump. È una frase rivelatrice: non perché segnali un’adesione ideologica, ma perché mostra l’assenza di un perimetro molto labile per il Partito Repubblicano.
Quel perimetro è saltato definitivamente negli ultimi due anni. Fuentes diventa ospite di show sempre più seguiti, fino all’intervista-fiume con Tucker Carlson del mese scorso. È il detonatore definitivo. Carlson non lo aggredisce, la tratta da pari, un interlocutore rispettabile, lo lascia parlare e insultare chiunque. Discutono di Israele, del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, della decadenza dell’Occidente. Fuentes parla di Stalin come di una figura interessante, elogia Hitler, insinua teorie complottiste intrise di antisemitismo. Il punto, forse, non è neanche ciò che dice. È il fatto che lo dica lì, in quel contesto, senza essere rigettato. È diventato parte integrante del sistema.
La presenza di una figura come Fuentes crea un conflitto interno alla nuova destra americana. Molti senatori repubblicani condannano l’intervista, anche i think tank più radicalizzati, come l’Heritage Foundation, tentennano tra la difesa della libertà di parola e la necessità di prendere le distanze. Altri preferiscono accoglierlo sotto lo slogan “no enemies to the right”, non ci sono nemici a destra, quindi giovani attivisti e intellettuali post-liberali difendono Carlson e il tentativo di legittimare Fuentes. È il segno che qualcosa si è spezzato irreversibilmente. Il partito conservatore che era stato di Ronald Reagan e di John McCain non esiste più, nessuno ha più l’interesse a espellere razzisti e complottisti per proteggere il movimento.
Fuentes capisce quest’assenza di barriere e ne approfitta. Si prende il lusso di criticare Trump, chiama il vicepresidente J.D. Vance «traditore», i conservatori mainstream diventano tutti «inutili». Lui, di contro, si erge a unico commentatore disposto a dire ciò che gli altri pensano ma non osano.
Non è detto che Fuentes vinca questa guerra civile tra la destra estrema e la destra ancora più estrema. È probabile, anzi, che resti solo una figura divisiva, respinta da una maggioranza dell’elettorato repubblicano. Ma ha già ottenuto un risultato politico significativo: ha dimostrato che il Partito Repubblicano non sa più dove tracciare le linee rosse. E dopo Trump sarà ancora più difficile governare il caos.