
Otto, dieci persone, dietro lo striscione europeo, qualcuno ha gridato «Slava Ukraini», quando Volodymir Zelensky è arrivato a Palazzo Chigi. Che dire? Bravi quelli di Più Europa, certo, sono proprio pochini per un flash mob, come si dice adesso, ma almeno c’erano, e con loro anche Marianna Madia, Filippo Sensi del Partito democratico e Giulia Pastorella di Azione. È chiaro che si è sideralmente lontani da una mobilitazione decente.
Sensi ha lanciato la proposta di una manifestazione a Roma, al Colosseo, e si spera che Roberto Gualtieri la rilanci. Di fatto nessuna forza organizzata si sta muovendo. Le Acli, l’Arci, l’Anpi, per non parlare dell’estremismo tipo Cub: non pervenuti, e non perverranno mai, contro lo zar Vladimir Putin. Gli intellò sono molto attivi contro la proposta di legge Delrio sull’antisemitismo e contro la casa editrice filonazista: bizzarre coincidenze temporali. Di morire per Kyjiv non se ne parla.
Al momento c’è seriamente solo questo Pontefice, Leone XIV, con le idee molto più chiare del predecessore. Il governo, al solito, si barcamena dando contemporaneamente sostegno a Zelensky e a Trump, che lo vuole vendere al banco dei pegni di Mosca: almeno Giulio Andreotti certe ambiguità le gestiva meglio.
Giorgia Meloni ieri ha confermato la politica delle pacche sulle spalle a Zelensky, ma intanto aveva rinviato il decreto sul rifinanziamento degli aiuti a Kyjiv, forse sperando che più giorni passano più sarà inutile stanziare altri soldi, in pratica coltivando l’idea che nelle prossime settimane l’Ucraina capitoli, più o meno, o comunque si arrivi a una qualche svolta, idea rafforzata dalla nuova proposta del leader ucraino.
Nella sostanziale inerzia di Roma resta altresì l’impegno del ministro della Difesa Guido Crosetto, che insiste in modo encomiabile a sostenere le ragioni non solo del pieno sostegno all’Ucraina ma, insieme, quelle dell’ammodernamento dei sistemi difensivi del nostro Paese, adeguandoli alla moderna guerra ibrida e tecnologica.
La sinistra – dunque – questo è il problema. Il Pd non si smuove dal materasso su cui è appisolato, attendendo che qualcuno, fosse pure Trump, risolva la questione: più o meno è il medesimo atteggiamento mentale di Giorgia Meloni, volenterosa giusto negli abbracci al presidente ucraino, tutto lì.
Così Elly Schlein non apre bocca, timorosa di urtare Giuseppe Conte, il quale su questo terreno si conferma come il vero Signornò del campo largo, e non si capisce come il Nazareno possa tollerare un impaccio simile, aspettando tempi migliori per il famoso «confronto sui programmi».
La leader del Pd invece potrebbe e dovrebbe prendere l’iniziativa, fare propria l’idea di una grande manifestazione per Kyjiv, per l’Europa, contro il doppio imperialismo di Trump e Putin, magari in prossimità del Natale, sarebbe una bella cosa.
Potrebbe annunciarlo all’Assemblea nazionale del Pd domenica prossima, rompendo il giochino para-putiniano di Conte, provando a svegliare il suo stesso partito, insomma facendo politica. Anche per vedere che direbbe Michele Serra, l’editorialista di Repubblica che inventò la grande piazza europea a Roma, ma magari stavolta senza annacquare il senso dell’iniziativa (l’ideale sarebbe se fosse concomitante con altre iniziative a livello europeo: a proposito, dov’è il Pse?). Una manifestazione contro il trumputinismo. Elly, dì qualcosa di sinistra; questo è il momento. Perché l’Europa non aspetta, e Kyjiv ancora meno.