
In Italia siamo abituati a pensare che le pensioni siano un problema tutto nostro: l’ennesimo esempio della mala gestione dello Stato sociale. Flotte di pensionati sognano di trasformare la pensione minima in benessere trasferendosi in Algarve o alle Canarie, un po’ come negli anni Cinquanta si sognava l’America come via d’uscita da un paese povero e complicato. Ma nel 2025 non esiste un Puerto Escondido: il problema non è più soltanto italiano; è comune a tutta l’Europa e non si risolve limitandosi a dire pigramente: «serve più immigrazione». Dipende come, quando e in che forma. Le dinamiche demografiche sono troppo profonde e lente per essere compensate da un solo strumento. Lo squilibrio tra anni lavorati e anni in pensione sta ridisegnando il welfare di ogni paese europeo, senza eccezioni.
La promessa di una pensione generosa e stabile per tutti, sostenuta quasi soltanto dai contributi dei lavoratori attivi è l’accordo implicito che ha retto il dopoguerra ma negli ultimi anni si è incrinato su un’altalena letale: natalità sempre più giù, longevità sempre più su. In mezzo l’equilibrio non regge: entro il 2050 ci saranno in media 52 persone con più di 65 anni ogni 100 in età lavorativa, contro le 33 del 2025 e le 22 del 2000. Questi numeri sono irreversibili nel breve periodo. Bisogna ripensare i sistemi previdenziali in un continente in cui la proporzione tra giovani e anziani sta scendendo ovunque e il modello contributivo classico non riesce più a sostenere un rapporto così squilibrato.
L’invecchiamento riguarda tutto il continente, ma in alcuni paesi cammina, in altri galoppa. E i Paesi che invecchiano più velocemente sono proprio quelli che hanno sistemi pensionistici meno preparati, più generosi e meno finanziati. Germania, Italia e Francia sono i Paesi europei più esposti perché basano gran parte delle loro pensioni su schemi a ripartizione che richiedono una base contributiva ampia e stabile. Tradotto: lo Stato usa i contributi versati dai lavoratori attuali per pagare le pensioni di chi è già in pensione. Quando la demografia assomiglia a una piramide, base larga e vertice stretto, tutto va bene; quando cambia forma iniziano i guai.
Stati come Svezia, Danimarca e Svizzera hanno accumulato grandi riserve attraverso fondi collettivi alimentati da contributi obbligatori, costruendo sistemi prefinanziati solidi. Questa disparità tra cicale e formiche crea una frattura geografica e politica all’interno dell’Unione difficile da sanare con una misura comune. Ci ritroveremo con un’Europa a due velocità in cui i paesi con fondi robusti riusciranno a gestire il passaggio demografico, mentre quelli privi di riserve saranno costretti ogni anno a spostare risorse da istruzione, investimenti e sanità verso le pensioni. A stressare i conti pubblici saranno anche l’aumento dei costi dell’assistenza agli anziani, alla disabilità e alle condizioni croniche. Nel lungo periodo saranno un fattore destabilizzante quanto la spesa previdenziale stessa.
Il problema è chiaro, ma la soluzione non è semplice da digerire. Bisogna prendere decisioni coraggiose e impopolari in società con elettori sempre più anziani. Come spiega l’Economist in un interessante approfondimento le proteste in Francia contro la riforma delle pensioni sono diventate un monito per tutti i politici europei che raramente pensano alle prossime generazioni, preoccupandosi più delle prossime elezioni.
La nuova aritmetica dell’invecchiamento mostra che il rapporto tra anziani e persone in età lavorativa cresce ovunque, con particolare intensità nel Sud Europa. Il modo in cui i governi reagiscono passa quasi sempre dall’aumento dell’età pensionabile. Nei sistemi che legano automaticamente l’uscita dal lavoro all’aspettativa di vita, ogni anno di longevità guadagnato comporta mesi in più di lavoro.
Alcuni governi hanno già collegato le prestazioni all’aspettativa di vita o ridotto gradualmente la generosità dei sistemi, nella convinzione che intervenire oggi permetta di distribuire il costo dell’invecchiamento su più generazioni, evitando tagli improvvisi o aumenti repentini della tassazione. La Danimarca si prepara ad alzare l’età di pensionamento a settantaquattro anni entro il 2060, mentre Italia ed Estonia sono proiettate verso i settantuno, mentre altri paesi del Nord Europa verso i sessantanove o settanta. In Germania il governo ha approvato una legge che permette ai pensionati che continuano a lavorare oltre l’età legale di guadagnare fino a duemila euro al mese esentasse. In Spagna si prevede che a metà secolo il paese possa destinare fino al 17 per cento del proprio prodotto interno lordo alle pensioni.
La questione decisiva riguarda la distribuzione dei costi. Se ricadranno sui giovani, sui precari e sulle donne, la legittimità politica dei sistemi pensionistici europei resterà fragile. Se invece la riforma saprà essere un’occasione per ridisegnare con equità il rapporto tra età, lavoro e protezione sociale, l’Europa potrà ritrovare un patto tra generazioni diverso da quello del dopoguerra, ma non necessariamente peggiore. Oggi è ancora una possibilità, non una certezza. Il nuovo compromesso sociale sarà meno rassicurante del vecchio ma più coerente con il presente. Si lavorerà più a lungo e crescerà la previdenza complementare e vivere più a lungo non implicherà più automaticamente vivere più a lungo in pensione. Chi vorrà una entrata adeguata dovrà lavorare di più e integrare i redditi con forme private. Sono finite le vacche grasse.