Texture BotanicheL’architettura dei dati di Refik Anadol

A Gorizia apre la più grande galleria digitale d'Europa, l'inaugurazione il 16 dicembre affidata all'artista turco-americano pioniere nell’utilizzo dell’IA. Un percorso lungo 300 metri con l’uso di migliaia di LED

Courtesy of the artist

A Gorizia apre DAG – Digital Art Gallery, nuovo polo europeo dedicato all’arte digitale immersiva, ospitato negli spazi riqualificati della storica Galleria Bombi. La struttura dispone di mille metri quadrati di superfici LED e di un percorso espositivo lungo oltre trecento metri, di cui cento completamente rivestiti da schermi di ultima generazione. Per estensione continua, si presenta come la più grande galleria digitale d’Europa.

La riconversione della Galleria Bombi nasce da un intervento di rigenerazione urbana finanziato anche con fondi PNRR e coordinato dal Comune di Gorizia, che quest’anno è Capitale europea della Cultura con la “gemella” slovena Nova Gorica. Costruita in epoca asburgica e utilizzata come rifugio antiaereo durante la Prima guerra mondiale, la struttura è stata messa in sicurezza con un progetto di consolidamento strutturale e rifunzionalizzazione tecnologica. Ne risulta un’infrastruttura museale ad alta intensità tecnologica inserita in un volume architettonico storico.

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L’apertura è affidata a Data Tunnel, installazione site-specific di Refik Anadol, tra i protagonisti della media art internazionale e pioniere della visualizzazione artistica dei dati. L’opera è un flusso visivo continuo che attraversa l’intera lunghezza della parete LED, trasformando il tunnel in un ambiente in costante mutazione. Il progetto si basa sul Large Nature Model, un sistema di intelligenza artificiale sviluppato dallo studio Anadol e addestrato su milioni di immagini ambientali e dataset scientifici open source. I dati, provenienti da archivi museali e scientifici internazionali, diventano materia visiva e generano paesaggi digitali ispirati a fenomeni botanici, oceanici e atmosferici. «Questo progetto è molto importante per dimostrare anche come l’IA può essere usata eticamente. Abbiamo pensato che questo progetto potesse prendere i dati della natura realizzando milioni di immagini che si formano nel tunnel». L’artista nato a Istanbul ma di cittadinanza americana la chiama “pittura di dati”.

La galleria è dotata di un sistema LED composto da 3.700 cabinet e oltre 14.800 schede trattate con nano coating, per una struttura autoportante di 37.000 chilogrammi. L’infrastruttura comprende undicimila metri di rete dati, seimila metri di fibra ottica e un sistema audio distribuito lungo l’intero tracciato. L’artista, in collegamento da Los Angeles, spiega il metodo di lavoro del suo studio: «Lavoro con i dati: abbiamo sempre allenato i nostri modelli di IA a Los Angeles, con un team di venti persone. Penso che sia il primo progetto così al mondo».

Il suo lavoro si concentra sull’arte pubblica. «l’arte per chiunque e per tutti», dice. «Credo che l’arte sia più capace di ispirare se non è chiusa in un museo o in una galleria. Questo progetto è importante, perché sta portando l’arte pubblica al livello successivo, utilizzando l’intelligenza artificiale: è la tecnologia più importante dell’umanità, e penso che ci troviamo in un nuovo Rinascimento». L’ultima esibizione realizzata dal suo studio è stata recentemente esposta al Guggenheim di Bilbao. «Frank Gehry è stato il mio eroe, è la ragione per cui sto facendo lavori che collegano l’architettura all’arte. Quando penso all’architettura, penso a una tela, e così questo progetto è un omaggio alla vita di Gehry». Per lui, la tecnologia è una fonte primaria di ispirazione artistica. «La maggior parte delle idee sono cambiate, ma le tecniche sono molto simili. Questa forma di arte è un modo di vedere il futuro che ci ricorda, il mondo che sta cambiando, ed essere più pronti al futuro».

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L’artista riflette su come l’arte rispecchi il tempo presente, sottolineando il ruolo degli artisti nel rendere visibile ciò che normalmente non lo è. Per lui, il dato è una nuova lingua e l’IA è il mezzo attraverso cui veicolare questa fase sperimentale dell’arte. Paragona il periodo attuale a una forma di Rinascimento digitale. Parlando del suo rapporto con l’Italia, spiega di considerare la cultura italiana un riferimento centrale per comprendere l’arte contemporanea. Dice che il Rinascimento è il momento più importante della storia umana e che l’arrivo dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana rappresenta una frattura storica ad esso comparabile.

Rispondendo alla domanda su cosa abbia imparato lavorando con le macchine, chiarisce di non credere in un futuro dominato dall’IA, ma in uno basato sulla collaborazione umana con le macchine. Sottolinea che il suo studio è composto da circa venti persone distribuite in dieci Paesi, capaci di lavorare in quindici lingue, e che la pulizia e la cura dei dati possono richiedere fino a un anno di lavoro. Descrive il lavoro come un’attività lunga, fatta di ricerca continua, orientata alla costruzione di un dialogo positivo tra umano e macchina, fondato su intenzioni etiche, senza cercare scorciatoie.

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Il processo creativo parte dall’idea dei dati come pigmento. Spiega di raccoglierli come materia prima, di affrontare la difficoltà nel reperire dati di qualità open source e di integrarli con raccolte tramite droni, telefoni e viaggi. «Poi creiamo un algoritmo e alleniamo l’intelligenza artificiale. È un processo molto complesso, perchè per uno studio d’arte è molto difficile creare un proprio modello IA –spiega –. È importante che l’IA usi un modello unico per il progetto, e che non sia qualcosa di commerciale: unico, etico, sostenibile, e che possa essere una fonte d’ispirazione a livello artistico».

Riguardo al progetto nel tunnel, chiarisce che si tratta del primo lavoro in uno spazio lineare di questo tipo e sottolinea la complessità nel tradurre l’algoritmo in una visione tridimensionale. Per lui, nei dati esiste una componente poetica, fatta di trasformazioni naturali e colori. «Se Monet fosse vivo, avrebbe probabilmente utilizzato gli algoritmi come estensione dello sguardo sulla natura». Non teme che l’intelligenza artificiale sia dannosa per l’intelligenza umana, ma esprime preoccupazione per la perdita del contatto con la natura: «una condizione necessaria alla vita, che a mio avviso deve essere preservata».

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