
Tutte le persone equilibrate si somigliano tra loro, ogni persona squilibrata è squilibrata a modo suo. Anche se tutte, le squilibrate, hanno un orizzonte comune, a cui arrivano per vie diverse e partendo da posizioni divergenti. Quell’orizzonte è la Russia di Vladimir Putin. (Avvertenza: si usa qui il concetto di squilibrio per non introdurne altri che potrebbero incorrere in spiacevoli sequele, ma ognuno è libero di sostituirvi mentalmente il concetto che reputa più adeguato alla bisogna).
Prendiamo l’idea da tempo cara a un autorevole storico dell’età moderna e contemporanea quale è Matteo Salvini, che l’ha ribadita lunedì scorso su Retequattro dagli studi di Quarta Repubblica: «Se non ci sono riusciti Hitler e Napoleone, con le loro campagne di Russia, a mettere in ginocchio Mosca, difficilmente ci riuscirà Kaja Kallas, Macron, con Starmer e Merz».
Questa “(Très) Nouvelle Histoire”… (che non è più, ahinoi, quella di Marc Bloch e Fernand Braudel). «Ofelè, fa el to mesté» verrebbe da dire nella lingua più familiare al sullodato (già, ma qual era di preciso il suo mestiere, prima di prendersi cura della polis? E adesso? Mica lo si capisce bene dai pensosi commenti sui temi più disparati, e va sé estranei alle sue incombenze ministeriali, che largisce quotidianamente alle nostre povere menti disorientate). «Pasticcere, fa’ il tuo mestiere», traduciamo per i foresti. E invece questo pasticciere pasticcia: un po’ su tutto, ma da qualche tempo ci ha preso gusto con la storia (che, in queste mani, è davvero “la fine della storia”, ma non nel senso immaginato trent’anni fa da Francis Fukuyama nella più sballata delle previsioni). Pasticcini un po’ bruciaticci, che nondimeno hanno conquistato il fine palato di Maria Zakharova: «Paragone preciso [quello con Hitler e Napoleone], conclusione indiscutibile» ha tosto sentenziato la poco diplomatica portavoce della diplomazia russa.
Dunque vediamo. Il mito dell’invincibilità della Grande Madre Russia è autorevolmente e ripetutamente smentito dalla realtà storica (ancora la storia, accidenti…), come ha fatto notare Anna Zafesova mercoledì scorso dalle colonne della Stampa: 1905, la flotta dello zar distrutta dai giapponesi nella battaglia di Tsushima; 1920, l’Armata Rossa guidata da Michail Tuchačevskij umiliata dai polacchi di Józef Piłsudski nella battaglia di Varsavia; 1989, sconfitta politica e militare, e conseguente fuga dei soldati sovietici dall’Afghanistan. Resta tuttavia indubbio che da Napoleone a Hitler (il corretto ordine cronologico è questo, ma sì lo sa anche Salvini), e aggiungiamoci pure il nostro Mussolini, sebbene al riguardo da destra si preferisca elegantemente glissare, tutti i tentativi di invadere la Russia sono disastrosamente falliti.
Vuol dire che sarebbero destinati a fallire anche in un auspicabilmente scongiurabile futuro? Chiariamo: qui non si tratta di stare con Putin o con Kaja Kallas (personalmente mi sono trovato benissimo a San Pietroburgo, amo la cultura russa e ne adoro la letteratura): si tratta soltanto di non fare paragoni da scuola media inferiore. La storia si muove, il mondo cambia, il presente è diverso dalla realtà anche di appena pochi anni or sono. Altrimenti staremmo ancora a parlare delle mura di Gerico che senza il suono delle trombe d’ariete non sarebbe mai crollate. Nell’Ottocento e nel Novecento le fallimentari campagne militari francese e tedesco-italiana erano state condotte per via di terra nelle sterminate distese di neve della Russia con i mezzi dell’epoca: la prima con fanti armati di moschetto e baionetta, cavalleria, cannoni trainati da cavalli e buoi, e soprattutto sfiancanti marce a piedi; la seconda ancora con fanteria, dotata di fucili automatici e mitragliatrici, con obici, cannoni semoventi, carri armati e supporto aereo, ma fondamentalmente sempre per via terrestre (e, per parte italiana, con un equipaggiamento che sarebbe stato ridicolo se non fosse tragico). Ma oggi?
Oggi le guerre si combattono nell’aria, con aerei invisibili e droni micidiali che spianano il terreno per una eventuale e soltanto successiva invasione. Magari non a Kaja Kallas, ma a Napoleone e Hitler, se avessero avuto questi mezzi a disposizione, l’impresa sarebbe forse riuscita. E oggi potrebbe riuscire agli Stati Uniti, nella malaugurata ipotesi che accadesse al mondo quello che tutti ci auguriamo non accada. E dunque, al ministro che si diletta di storia consiglieremmo di attenersi al medesimo comportamento che non si stanca di additare ai colleghi europei nell’intervista di Quarta Repubblica: prudenza, prudenza, prudenza (prima di dire sciocchezze).
Dalla parte diametralmente opposta dello schieramento ideologico, ancora la Russia è all’origine del pandemonio scatenato da un attempato professore folgorato sulla via di Mosca, che si è messo alla testa di un eterogeno movimento di rumorosa resistenza (a cosa? Ma alle mendaci narrazioni del perfido Occidente, è ovvio) e infiamma i suoi seguaci scapicollandosi su e giù per lo Stivale e inondando quotidianamente i social con decine di post. Non discutiamo qui le sue (le loro) opinioni, perché tutte le opinioni vanno rispettate (non però quelle che distorcono i fatti), e alcune delle loro osservazioni, arrivo a dire, in parte le condivido pure. Quel che stona, non va, non ha proprio ragion d’essere, è la lamentazione vittimistica in forma di bombardamento a grappolo. Tutto in seguito a un deplorevole duplice incidente.
I fatti sono abbastanza noti. Un paio di settimane fa un oratorio torinese gestito dai salesiani ha commesso l’errore di annullare una conferenza anti “russofobica” a cui aveva commesso la leggerezza di garantire l’ospitalità: «Non coerente con le nostre finalità», la spiegazione (ma non potevano accorgersene prima?). L’incidente seguiva di pochi giorni un incidente analogo, sempre a Torino, in cui a revocare la concessione della sala ai medesimi soggetti era stato il Polo del Novecento, una prestigiosa istituzione che raduna gran parte dei centri culturali e di ricerca cittadini. Apriti cielo: censura, censura, censura! È un coro, una protesta crescente, tambureggiante, vibrante, indignata.
Censura? Detto che gli eventi previsti e poi annullati si sono ugualmente tenuti in altre sedi, con moltiplicata risonanza pubblica e vasto sèguito in diretta streaming, grazie proprio allo “scandalo” denunciato dagli organizzatori (il vittimismo, è noto, vende sempre bene), va sottolineato che i salesiani sono un soggetto privato, mentre il Polo del Novecento ha sì natura pubblica ma è sostenuto, oltre che da Regione e Comune, dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione Crt: ed entrambi, in quanto padroni di casa, sono liberi di ospitare o non ospitare chi vogliono (certo, sarebbe stato meglio non alimentare equivoci, ma ormai era andata). Si è trattato di un ripensamento, una scelta verosimilmente suggerita ma comunque libera e legittima. Che cosa c’entra la censura?
Censura, si legge sul vocabolario Treccani, è l’«esame, da parte dell’autorità pubblica (c. politica) o dell’autorità ecclesiastica (c. ecclesiastica), degli scritti o giornali da stamparsi, dei manifesti o avvisi da affiggere in pubblico, delle opere teatrali o pellicole da rappresentare e simili, che ha lo scopo di permetterne o vietarne la pubblicazione, l’affissione, la rappresentazione, ecc., secondo che rispondano o no alle leggi o ad altre prescrizioni»; e può essere anche «biasimo, riprensione severa della condotta o delle azioni altrui». Tecnicamente, la censura è opera di una autorità costituita, e generalmente ha come conseguenza quella di impedire l’effettivo compimento di un’intenzione. Qui nessuna autorità ha vietato o impedito alcunché, visto che, come detto, le conferenze degli anti-russofobi (non chiamateli putiniani, per carità!) hanno soltanto dovuto cambiare sede; e nessuno li ha biasimati o severamente ripresi, anzi sono stati gli anti-russofobi ad avere scatenato una tempesta perfetta, perfettamente isterica, di biasimo, accuse e vittimistici fulmini e saette.
Nessuna censura, dunque. La censura, semmai, e oltre alla censura molto di peggio, dimora nella Russia putiniana, checché ne abbia di recente riportato l’ex cattedratico “viaggiatore incantato” (spoiler: il riferimento tra virgolette è al noto romanzo dell’ottocentesco scrittore russo Nikolaj Leskov, che risulta avere scritto altresì un piccolo capolavoro satirico intitolato “Il pecorone”). Anche per lui e per i suoi poco equilibrati (o altro aggettivo che il lettore preferisca) adepti vale il monito del loro nemico politico, in questo caso convergente, il giudizioso ministro con l’hobby della storia (o viceversa): prudenza, prudenza, prudenza. A partire dalle parole.