
Nel momento in cui a Roma Edmundo González Urrutia riceve il Milton Friedman International Prize come simbolo della speranza democratica venezuelana, a Caracas il regime mostra ancora una volta la sua durezza. La condanna a trent’anni inflitta a Rafael Tudares Bracho, genero del presidente-eletto in esilio, è l’ennesimo tassello di una strategia costruita per intimidire e isolare l’opposizione. Un processo definito «incostituzionale e aberrante», ma che ha un messaggio semplice: colpire chiunque sia legato all’uomo riconosciuto da Washington e da diversi governi latinoamericani. González Urrutia, costretto alla fuga, è arrivato a Roma la settimana scorsa per impugnare il riconoscimento come leva diplomatica e riportare l’attenzione internazionale su un Paese piegato dalla crisi, dalla repressione e dallo stato d’allerta permanente imposto dalla dittatura.
In questo quadro si inserisce il messaggio di María Corina Machado, ascoltato in sala durante la cerimonia. Machado apre ringraziando le autorità italiane presenti e, «in modo molto speciale», il presidente argentino Javier Milei, «la cui difesa della libertà ha riacceso la speranza in tutta la nostra regione». Poi va al punto: il premio a González Urrutia, dice, «non è solo a un leader, ma a tutti i venezuelani che con coraggio civico e convinzione morale hanno affrontato una delle tirannie più perverse e distruttive del continente».
Machado traccia un ponte tra due riconoscimenti: il Nobel per la Pace destinato al popolo venezuelano e il Premio Friedman. «Questo premio crea un ponte naturale tra la libertà politica che abbiamo rivendicato davanti al mondo e la libertà economica, senza la quale nessuna democrazia può sopravvivere». La sua diagnosi è netta: quando lo Stato controlla l’economia, «finisce inevitabilmente per controllare la vita delle persone». E il Venezuela – aggiunge – lo ha sperimentato «con una chiarezza devastante».
Alla cerimonia, organizzata dall’Istituto Milton Friedman, erano presenti — tra gli altri — il direttore de Il Tempo Daniele Capezzone, la senatrice Cinzia Pellegrino, Giampaolo Angelucci, Luca Peirone, Direttore delle Relazioni Istituzionali dell’Istituto, e Alessandro Bertoldi, Presidente dell’Istituto Milton Friedman, che ha consegnato personalmente il premio a González Urrutia. Una cornice sobria, ma significativa, che conferma come il tema Venezuela continui ad avere ascolto anche fuori dalla regione. È stato letto anche un messaggio di Javier Milei, che ha definito González Urrutia «la voce di un Paese che vuole ripartire».
Machado guarda poi oltre il presente: «Siamo alle porte della libertà e della transizione alla democrazia». Ma avverte che non basterà: la transizione deve essere accompagnata da una liberazione economica immediata. Elenca misure concrete: eliminazione dei controlli statali che soffocano la produzione, privatizzazioni, piena protezione della proprietà privata, apertura totale ai mercati globali e «rottura definitiva con regimi autoritari e corrotti». E chiarisce che il “giorno dopo” non è un’astrazione: «È un piano concreto, costruito sui principi della libertà».
Il Premio Friedman assegnato a González Urrutia diventa così un banco di prova per l’Occidente. Le cerimonie non rovesciano i regimi, ma possono incrinare le narrazioni che li sostengono. E per un sistema come quello di Maduro – fondato su propaganda, paura e allerta permanente – una crepa narrativa è già un rischio. Machado chiude il suo messaggio con una promessa che è anche un avvertimento: “L’America Latina è pronta per una nuova era di libertà, prosperità, dignità umana e pace. Il Venezuela sarà libero, fino alla fine”.
Mentre a Roma si parla di libertà, in Europa prevale il silenzio. A Bruxelles il Venezuela quasi non compare nelle agende politiche: poche prese di posizione, scarsa esposizione, una prudenza che spesso si traduce in immobilismo. L’unico momento di reale attenzione fu l’assegnazione del Premio Sacharov 2024 a González Urrutia, a María Corina Machado e al popolo venezuelano: un gesto forte, accolto come un segnale di svolta. Ma, come già accaduto altre volte, quel sipario aperto con enfasi si è richiuso in fretta, senza un seguito politico concreto. Chissà se accadrà lo stesso dopo la consegna del Nobel per la Pace… Comunque, ieri la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha lasciato un messaggio di sostegno: «Siamo al fianco del popolo venezuelano nella sua lotta per la libertà e la democrazia». Parole corrette, istituzionali, ma isolate. Poco rispetto alla portata della crisi.
In questo vuoto tornano a riemergere anche dossier mai chiusi, come quello legato all’ex capo dell’intelligence venezuelana Hugo Armando “El Pollo” Carvajal. Nelle dichiarazioni consegnate alla magistratura spagnola, Carvajal descriveva un sistema di finanziamenti occulti attivo da oltre quindici anni, con fondi destinati a movimenti politici affini in Europa e in America Latina. Tra i nomi citati figuravano Podemos e Movimento 5 stelle. Nulla di provato, Caracas nega, ma la sola esistenza di quel dossier spiega perché, a tratti, sul Venezuela cali un silenzio improvviso.
Vero che ieri anche Metsola ha lasciato un messaggio. C’è stata una presenza, sì. Ma è poco. Di Venezuela si parla poco, se ne parla di riflesso alle azioni di Trump. Sono battaglie storiche, da combattere, dove schierarsi. C’entrano forse le testimonianze di “El Pollo” Carvajal? Risvolti nuovi di una vecchia storia. Ma repetita iuvant. Soprattutto quando silere eurum est.