Freno a manoLa Brexit non ha fatto crollare l’economia britannica, ma l’ha resa più debole

Sei anni dopo l’uscita formale dal mercato unico europeo, i dati mostrano che l’autonomia promessa non ha compensato le perdite. Londra è meno ricca e attrattiva di quanto sarebbe stata restando nell’Unione europea

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L’economia britannica dopo la Brexit è come un’auto che continua a muoversi, ma con il freno a mano leggermente tirato. Non si è fermata, non è uscita di strada e il motore non è rotto. Ma va più lenta, consuma di più e arriva più lentamente dove sarebbe arrivata agilmente senza quell’attrito costante. Il 31 gennaio i brexiter duri e puri festeggeranno i sei anni esatti dall’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, quella vera e formale che ha attuato il risultato del referendumo del 2016. Ma a esultare saranno solo loro. I dati e gli studi di osservatori indipendenti confermano quello che le persone di buon senso avevano già previsto con il loro intuito: il Regno Unito ha perso moltissimo uscendo dal mercato unico europeo e non ha supplito a questa perdita commerciando con il resto del mondo da una posizione indipendente. 

La perdita non è neanche avvenuta con un disastro improvviso, come si auguravano molti europeisti offesi. Il calo è avvenuto in modo più sottile e insidioso con un abbassamento permanente del livello di ricchezza. Secondo l’Office for Budget Responsibility, l’ente che valuta la sostenibilità dei conti pubblici britannici, l’uscita dall’Unione europea ha ridotto il livello potenziale dell’economia di circa il 4 per cento nel lungo periodo. Circa due terzi di questo effetto sono già visibili oggi; il resto emergerà lentamente nei prossimi anni.

Una stima ancora più severa arriva dal gruppo di economisti guidato da Nick Bloom che ha pubblicato per il National Bureau of Economic Research uno studio basato su dati raccolti direttamente dalle imprese britanniche attraverso la Bank of England. Hanno confrontato il Regno Unito reale con un Regno Unito “alternativo” rimasto ancora nell’Unione europea; risultato: l’economia britannica post Brexi è più piccola del 6–8 per cento rispetto a quella del multiverso. Ma il dato che pesa di più riguarda il futuro: gli investimenti sono inferiori del 12–18 per cento. È da qui che nasce il problema di lungo periodo: quando un paese attrae meno investimenti per anni, cresce sempre più lentamente. 

Il primo punto in cui questa perdita diventa visibile è il commercio con l’Europa. Uno studio della London School of Economics stimano che gli scambi di beni tra Regno Unito e Unione europea siano circa il 17 per cento più bassi di quanto sarebbero stati senza Brexit. Non perché siano comparsi dazi, che restano a zero in base agli estenuanti accordi tra Londra e Bruxelles, ma perché sono aumentati i costi pratici: moduli doganali, controlli sanitari, certificazioni di origine e conformità regolatoria. Non si vedono nei tariffari, ma pesano nei bilanci. Tradotto in immagini: le lunghe file dei camion ai porti britannici e ai terminal della Manica, i ritardi diventati strutturali per i prodotti agroalimentari, le spedizioni rinviate o cancellate perché il costo amministrativo supera il margine commerciale. 

Secondo le stime più recenti citate anche dalla Federal Reserve, queste frizioni equivalgono a un aumento dei costi commerciali tra il 2 e il 12 per cento, con gli effetti più forti su cibo, prodotti chimici e manifattura integrata nelle catene just-in-time, come l’automotive: industrie in cui i componenti attraversano più volte il confine e arrivano in fabbrica poche ore prima di essere montati. Se si fermano i camion, si ferma la produzione, e così è avvenuto. 

Lo stesso studio sottolinea un altro punto chiave: gli effetti sono stati lenti, non improvvisi. Nei primi anni dopo il referendum, mercati e previsioni ipotizzavano una fase di adattamento seguita da un ritorno alla normalità. In realtà, le stime di crescita sono state progressivamente riviste al ribasso, man mano che diventava evidente che investimenti, produttività e integrazione commerciale non stavano recuperando. Una erosione silenziosa fatta da migliaia di decisioni aziendali: non per forza la riduzione totale delle esportazioni, magari anche la diminuzione della gamma di prodotti da vendere per puntare su quelli più richiesti.

Neppure i servizi, che rappresentano circa l’80 per cento dell’economia britannica, hanno compensato la perdita. Le esportazioni di servizi verso l’UE crescono più lentamente rispetto a quelle dirette verso il resto del mondo e restano sotto il percorso pre-Brexit. Una società di consulenza, uno studio di ingegneria o un architetto britannico che prima potevano lavorare senza ostacoli per clienti europei oggi devono fare i conti con limiti di permanenza, burocrazia aggiuntiva e regole diverse da paese a paese per il riconoscimento delle qualifiche. Le grandi aziende riescono ad adattarsi; molte realtà più piccole rinunciano del tutto. L’idea che il Regno Unito potesse “vivere di servizi” senza pagare il prezzo dell’uscita dal mercato unico non ha retto alla prova dei fatti.

Le famiglie inglesi lo hanno capito benissimo. La fiducia dei consumatori britannici, misurata dall’indice GfK, non è mai tornata positiva dal gennaio 2016. Dieci anni consecutivi di fiducia negativa non indicano una crisi passeggera. La Brexit non ha quindi fatto crollare l’economia, ma l’ha resa meno efficiente. E non ha portato né una deregolamentazione radicale né un vero spostamento dei commerci verso altre aree del mondo. I costi sono rimasti, i benefici promessi sono stati limitati. Il Regno Unito non è diventato un paese povero, ma è diventato più povero di quanto sarebbe stato. Non per un crollo improvviso, ma per una serie di attriti che hanno rallentato crescita, investimenti e redditi. Anno dopo anno. 

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