Questo è un articolo del numero de Linkiesta Etc dedicato al tema del gioco, in edicole selezionate a Milano e Roma, e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia. E ordinabile qui.
«In Octopus’s Diary cerco persone in cui trovo qualità che mi mancano, che desidero, che sogno e che sembrano rendere la loro vita più piena e felice. Prendo in prestito un pezzo della loro identità e incorporo modelli della loro vita nella mia per 48 ore. Indosso i loro vestiti, dormo nei loro letti, mi infilo nella loro esistenza per vedere com’è vivere la loro vita». Queste le parole di Matylda Niżegorodcew, fotografa polacca che con il suo “diario di un polpo” ha partecipato all’ultima edizione del Festival di Fotografia Europea di Reggio Emilia. Sono diversi gli aspetti coinvolgenti delle sue fotografie, ma uno mi ha colpito particolarmente: la capacità di immergersi nell’altro spinta dal desiderio di essere qualcun altro, di voler vivere un’altra vita per capire se la sua è abbastanza. Un metodo che la porta a guardare se stessa come una persona che l’affascina. L’idea del progetto nasce da una domanda: «Come sarebbe stata la mia vita se fosse andata in un altro modo?».

La fotografa documenta il distacco dalla propria realtà per cercare di provarne un’altra. «Un getto di luce dorata e fresca come l’acqua cominciò a uscire (…) e lo lasciarono scorrere finché il livello arrivò a quattro palmi. Allora spensero la corrente, tirarono fuori la barca e navigarono», per citare i Dodici racconti raminghi di Gabriel García Márquez che, come afferma Matylda, possono aver influenzato il suo immaginario. Il tema visivo del suo lavoro esplora l’identità attraverso l’osservazione e l’intimità – spesso messa in scena in modo ambiguo tra realtà e finzione – ricorda quella dell’artista francese Sophie Calle a cui la fotografa si sente affine, seppur a posteriori.

Guardare le fotografie di Matylda mi fa venire in mente Carl Gustav Jung, che sul tema del gioco infinito di specchi, del mascheramento e dello smascheramento, mette in guardia sul rischio di perdere il proprio sè, trasformandosi nella maschera che s’indossa. Questa ambivalenza sottolinea la complessità del processo di costruzione dell’identità, e non meraviglia che il genere più frequentato dagli artisti sia l’autoritratto. L’estremizzazione del mascheramento la troviamo anche nell’opera di Cindy Sherman, che definisce il proprio volto una “tela bianca su cui intervenire”, diventando essa stessa maschera su cui esasperare ruoli e stereotipi attraverso lineamenti quasi grotteschi. L’arte obbliga l’uomo ad aprire gli occhi sull’ambiguità dell’esistenza, diventando un elemento che turba la visione abituale delle cose. Le arti visive – e in particolare la fotografia – riescono a esplorare oscure profondità. L’immagine favorisce la regressione, necessaria per entrare in contatto con i contenuti inconsci, per giocare “all’altro da me” e per rispondere a tutte quelle domande: “E se? E se?”.
