E se sfasciassi il telefono e non lo facessi aggiustare mai? Era l’irresistibile ipotesi con cui iniziava, un mese fa, un articolo del New Yorker che ci siamo tutti passati annuendo, un po’ come tossici degli anni Ottanta che si passano il biglietto da visita di Muccioli tra una pera e l’altra.
«Diventerei un golfista provetto? Uno di quei padri che fanno puzzle da mille pezzi coi figli? Il regista di film ambiziosi che catturano lo Zeitgeist? O almeno leggerei più romanzi difficili?» erano le conseguenze che l’autore dell’articolo, Jay Caspian Kang, ipotizzava per la sua vita senza cellulare, senza app, senza giochini.
Da come proseguiva l’articolo, sembrava che Kang non fosse consapevole che la risposta stesse proprio in quelle ipotesi iniziali. La risposta è: è già troppo tardi. È già un mondo in cui a un intrattenimento per servette – i romanzi – viene accostato l’aggettivo «difficile». È già un mondo i cui neuroni sono marciti: tanto vale che restiamo su TikTok.
Racconta Kang d’essersi tolto dai social perché doveva finire di scrivere un romanzo, una scelta che vedo fare in continuazione e che mi fa sempre molto ridere, in quanto svela un altro problema del nostro tempo: la totale sparizione della forza di volontà dal novero delle possibilità.
«Di fronte a uno smartphone, non possiamo fingerci adulti completamente razionali in possesso di libero arbitrio», dice al Guardian un altro scrittore che, in una raccolta di pareri sui buoni propositi d’inizio anno, racconta che lui disinstallava ma poi reinstallava, finché ha chiesto alla moglie di mettergli una password a lui ignota senza la quale non poteva accedere alle app. Ma che cos’hai, dodici anni, che devi farti chiudere i biscotti a chiave? (Di questa sparizione del concetto di volontà, e di come l’abbia cacciato dal discorso pubblico l’avvento dell’Ozempic, parliamo un’altra volta).
Il dettaglio interessante del racconto di Kang è che lui non voleva, disinstallando i social, vedere ridotto il numero di ore passato al computer, quello che ti svela la temibile funzione Apple che ti dice quante ore hai passato sul dispositivo: voleva vedere che quelle stesse ore le passava tutte sul programma di scrittura e non su giochini scemi. Cioè voleva che una colonnina colorata salisse e le altre scendessero. Era una forma di giochino scemo anche quella.
È già troppo tardi e siamo già troppo stupidi, ma non è questa la parte che mi preoccupa di più. Non sono i danni dei telefoni con la telecamera, a stravolgermi: sono i mancati vantaggi.
Nell’unica forma in cui ormai consumiamo la comunicazione – video brevi, non certo romanzi difficili – ci sono ogni giorno molti esemplari che ci stordiscono di meraviglia.
Solo ieri: la ministra dell’Interno che fa la sua dichiarazione su come l’Ice che ha ammazzato una povera crista sia un esempio di quanto lavorano duramente e sotto attacco costante i bravi ragazzi dell’Ice, e la fa con in testa il cappello di J.R. Ewing.
Oppure: Donald Trump che imita Macron che tremebondo gli dice che certo che alzerà i prezzi dei farmaci in Francia, certo Donald, coi tuoi piedi sulla mia testa, e purtroppo non sa fare l’accento francese perché, da quando i romanzi son considerati difficili, è calata anche l’abilità professionale degli uomini di spettacolo.
Ma negli ultimi giorni credo che niente abbia superato i romani che con accento romano, gestualità romana, piglio romano, consonanti romane, apostrofano venezuelani dicendo loro «traditore, studia la storia» (sottinteso: d’un paese dal quale tu vieni e che io non saprei trovare sul mappamondo).
«Ma che cosa parla del Venezuela, lei. Ma lei lo conosce? Ma perché sta qua?», dice altro romano con consonanti romane e gestualità romane a una che persino io che neanche la vedo inquadrata capisco essere venezuelana. (Ho invero il vantaggio di non essere romana. Il romano, convinto che quello che lui parla sia italiano, non è in grado di recepire cadenze nell’italiano altrui, e quindi la calata spagnoleggiante con cui la signora parla italiano non gli fa venire un sospetto piccino picciò sulla di lei provenienza).
«Sei andato in Venezuela una volta?», chiede il ragazzo venezuelano. «Che significa, tu sei andato in Unione Sovietica?», risponde un terzo romano in quella sagra del non sequitur che era la manifestazione della Cgil, e io mi aspetto che salti fuori Silvio a dire che sono proprio dei poveri comunisti, ma invece no, questi sono seri, questi si percepiscono del club dei giusti, questi sono quelli in difesa dei romanzi difficili.
«Lo sai che vor di’ habeas corpus», dice il romano al venezuelano, e a me dispiace non ci sia lì quel Luminare Culturale che sintetizzò che il latino è sempre un crampo dell’intelletto, e raramente una definizione mi è sembrata così perfettissima (sì, lo so che poco fa ho detto non sequitur, abbiate pazienza, anch’io ho i miei crampi).
Ora, la domanda è cosa veniamo a fare da quindici anni di telefoni con la telecamera se al romano medio – mediamente stolido, mediamente impreparato, mediamente fuori fuoco nelle sue istanze politiche, e retore mediamente inefficace – non viene in mente che forse non è il caso di mettersi a spiegare ai venezuelani il Venezuela, ci sarà sicuramente qualcuno che riprende, diventerò sicuramente un meme, i miei nipoti torneranno sicuramente piangendo da scuola perché i compagni li prendono per il culo.
La domanda non è come sanare la situazione disastrosa dei romanzi difficili, i dati del 2025 che dicono che il mercato tutto è in calo e Einaudi ha fatturato otto milioni e mezzo in meno che nel 2024 e insomma se non scrivete gialli trovatevi un altro mestiere ché qui tra un po’ l’abbecedario diventa un consumo di sofisticata nicchia.
La domanda non è se stare tutto il giorno a scrollare puttanate ci abbia fatto disimparare a leggere: certo che l’ha fatto, certo che ci mettiamo mezz’ora a finire una pagina, certo che non abbiamo concentrazione, certo che siamo sempre più analfabeti.
La domanda è – che tu sia entertainer che non sa fare l’accento francese, ministra che parla di cose serie ma è impossibile ascoltarla senza fischiettare la sigla di “Dallas”, o romano che spiega il mondo fuori dal raccordo – come diavolo sia possibile che stare tutto il giorno a fare i filmini e guardare i filmini non ci abbia fornito gli strumenti per evitare di risultare completamente imbecilli qualora ripresi da una telecamera.