
Pediatra e psicologa avevano detto che Vera, pur presentandosi come una bambina di dieci anni molto sveglia, soffriva di una forma acuta di ansia, come il resto della famiglia tranne Dylan, i cui riccioli biondi erano costantemente in movimento mentre sbrigava in fretta gli esercizi nella palestra di arrampicata nel cortile della scuola e giocava alla lotta sull’asfalto bollente con i suoi amichetti. La scuola metteva in ansia Vera, soprattutto a causa di quella che mamma Anne chiamava la “componente sociale”, però era stata preoccupata anche durante l’estate. I suoi genitori litigavano tutti i giorni su diversi argomenti, ma soprattutto su come crescere lei e Dylan.
Mentre mamma Anne avrebbe voluto per loro un’infanzia molto strutturata, papà diceva che l’infanzia “doveva succedere e basta”, com’era successa a lui, e che fino a quando non si andava all’università non c’era niente che contasse davvero, era soltanto una “marcia forzata neoliberista dei dannati della terra”. (Era lui a fornire molte delle parole e delle espressioni per il suo Diario delle cose che devo ancora capire.) Una volta lo aveva addirittura sentito piangere nella “piscinetta”, come lei chiamava la vasca idromassaggio della loro casa estiva quando era molto più giovane e innocente, e aveva pregato mamma Anne di non litigare più con lui, per quel giorno. Mamma Anne però le aveva detto che stava piangendo perché qualcuno di importante – il Miliardario Rhodesiano che voleva comprare la sua rivista e quindi farli diventare “più agiati” – era stato particolarmente cattivo con lui sui social media e quindi si sentiva bullizzato. « Se è vittima di bullismo dovrebbe parlarne con qualcuno » le aveva risposto Vera, ma papà aveva continuato a piangere sommessamente come uno degli animali selvatici feriti nella foresta dietro la vasca idromassaggio e non ci si era potuto fare niente fino all’ora di cena e del primo bicchiere di quello che lei chiamava “il martinino di papà” o, se passava direttamente al vino, “il succo speciale di papà”.
Vera aveva provato a “dialogare” con Dylan sulla loro situazione famigliare, ma lui continuava a giocare con i suoi dinosauri robot nel portico, mentre la loro casa estiva tremava sotto gli eleganti e feroci giri di parole dei genitori. « Non ti importa se divorziano? » sussurrava a Dylan, sebbene non ci fosse nessuno a portata d’orecchio, perché le sembravano parole tanto tristi e vergognose. A mamma Anne voleva bene fino a un certo punto, ma il fatto che due madri la abbandonassero (sicuramente questa avrebbe portato Dylan con sé dopo la separazione) avrebbe significato che lei non meritava nessun amore, nessuna Ora della Famiglia a scuola. «Che ne so » diceva Dylan e poi alzava le spalle e le dava un pugno sul gomito dove faceva più male. « D’accordo, ma non venire da me quando saremo due senzatetto » gli rispondeva Vera.
La possibilità di diventare una senzatetto la preoccupava. Leggeva con estrema attenzione i manifesti affissi sulle pensiline degli autobus. Uno la informava che il 63% degli ospiti dei rifugi per senzatetto della città aveva una famiglia, probabilmente una famiglia fallita come sarebbe fallita la sua se non fosse stata in grado di tenere insieme i genitori, o se suo padre non fosse riuscito a vendere la travagliata rivista di cui era direttore al Miliardario Rhodesiano che li avrebbe resi più agiati e sicuri. Una volta aveva interrogato il padre sulla situazione delle loro finanze e lui aveva risposto: «Be’, non siamo poveri, ma non siamo super ricchi come la metà degli idioti di questa città ». « Allora che cosa siamo, esattamente? » aveva chiesto Vera. Le piaceva essere precisa.
« Siamo quel che si dice mediamente ricchi » spiegò papà, « ma la nostra posizione è molto precaria, soprattutto se pensi a quanto ho puntato su questa maledetta rivista. Potremmo perdere tutto, e il fondo fiduciario di vostra madre copre solo le spese accessorie. A meno che non ci trasferiamo in una cittadina di provincia. E allora vorrei proprio vedere tua madre mangiare un piatto di pollo General Tso o qualcosa del genere. »Quindi era vero, pensò lei. Sarebbero finiti tutti in un rifugio per senzatetto. Soprattutto se la rivista di papà fosse rimasta invenduta “e/o” papà e mamma Anne avessero divorziato. “Ergo”, un’altra parola del diario, doveva tenerli uniti. Ergo, le Liste.
Compilò la prima Lista durante l’ora di matematica, una materia così facile che per seguirla le bastavano gli occhi e le mani, mentre il cervello poteva concentrarsi su compiti più importanti. Nel corso degli anni aveva perso molti buoni voti per non aver mostrato il suo lavoro, cosa che faceva sospirare mamma Anne, perché “i mezzi sono importanti quanto i fini” o qualcosa di altrettanto “protestante”, come diceva papà. L’unica matematica che l’aveva stimolata era stata quella del modulo sui numeri immaginari dell’anno precedente, perché aveva trovato il concetto molto bello. Una cosa che c’era e non c’era, uguale al tocco leggero come una piuma della mano di papà quando accarezzava lei e non Dylan, intorno al cui pallore lui gravitava sempre più via via che la personalità malandrina del fratello si definiva.
La professoressa Campari, l’insegnante di matematica, era dotata di quelli che mamma Anne aveva chiamato “seni penduli”, ridendo così forte da far ballonzolare i propri, più piccoli. « L’umorismo della mamma è ancora bloccato da qualche parte nel Ventesimo secolo » aveva detto papà davanti a un pendulo bicchiere del suo “succo speciale”. Vera non poteva fare a meno di fissarli mentre la prof girava per l’aula, passando davanti a tutte quelle ragazze e ragazzi incravattati, così concentrati, obbedienti e annoiati, tranne Stephen “Moncler”, che sbadigliava vistosamente e faceva ridere i compagni, archiviando i rimproveri con una scrollata dei suoi bellissimi capelli.
La prima Lista l’avrebbe consegnata a mamma Anne, quindi doveva sforzarsi di scrivere bene perché la sua grafia di solito era un ammasso di segni illeggibili come quella di un ragazzo. « L’unica cosa in cui tu e Dylan vi assomigliate » aveva detto Anne dei suoi scarabocchi, il che le aveva fatto al tempo stesso apprezzare la sua “schifosa” (brutta parola) grafia e desiderare di migliorarla.
Dieci cose fantastiche di papà e perché dovresti stare con lui
- È un intellettuale.
- A volte va in tv.
- È stato candidato a molti premi nel Regno Unito (ovvero l’Inghilterra dopo che la Scozia e gli altri se ne sono andati).
- Dirige una rivista per intelligentoni.
- La maggior parte delle volte è divertente.
- Ha un’aria da ribelle con il suo smoking quando deve andare a un galà di beneficenza.
- Ci permette di accompagnarlo in molti deliziosi affascinanti viaggi.
- È sopravvissuto ai suoi genitori e all’immigrazione, quindi può sopravvivere a qualsiasi cosa.
- Parla due lingue.
- La sua lunga lotta per ottenere un pieno riconoscimento sta per finire.
Guardò l’elenco. Andava abbastanza bene ed era quasi tutto scritto con le parole più carine usate da mamma Anne nei confronti di papà. Mamma Anne le aveva ripetuto spesso che invece di parlare alle ragazze della sua età esprimendo i propri pensieri, avrebbe dovuto ascoltarle e cercare di ripetere le cose che le appassionavano di più. Era una tecnica che si chiamava “rispecchiamento” e la utilizzavano persino le spie! Sì, questa era un’ottima Lista e coglieva davvero “l’essenza di papà”. La sfida che doveva affrontare adesso era molto più grande.
Dieci cose fantastiche della mamma e perché dovresti stare con lei
- Rimane sempre bella.
- Ha un “vitino da vespa”.
- Ha un “piccolo fondo fiduciario”.
- Si è laureata alla Brown University.
- Prepara un sacco di deliziosi “pranzi WASP” per tutti noi.
- È una Cinque-Tre e questo ci terrà al sicuro.
Siccome non le veniva in mente nient’altro cancellò il dieci di Dieci cose fantastiche della mamma e lo trasformò in sei. Sei bastava ed era un numero pari. Secondo mamma Anne, non si doveva mai essere “impari alla bisogna”. Sentì che il petto della professoressa Campari le si stava avvicinando da dietro e trattenne il respiro, preparandosi a essere intelligente per “farsi strada nel mondo”. Spesso, quando le sembrava di non riuscire a respirare, la sua mano trovava il centro del papillon a clip e lo tirava come se fosse un giocattolo a molla. La campanella suonò.
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Tratto da “Vera, o la verità”, di Gary Shteyngart, Guanda Editore, 2025, 19€, 240 pp.