Non vorrei sembrare monomaniacale rispetto a Jovanotti, credo sia la terza volta questa settimana che lo cito, ma non è colpa mia se uno dei temi che mi stanno più a cuore da un paio d’anni a questa parte l’ha sfiorato lui (nel podcast di Alessandro Cattelan).
La cultura popolare, chi legge anche saltuariamente questa paginetta già lo sa, non esiste più. Non esiste più perché i prodotti sono troppi per non frammentare i consumi e farne cultura popolare, cioè conoscenza condivisa, cioè biografia della nazione o della generazione.
I nostri genitori conoscevano – tutti, qualunque fosse la loro estrazione sociale – i Beatles o Battisti: chi diavolo altro dovevano conoscere. Noi conoscevamo i Nirvana o Jovanotti anche se non li ascoltavamo (io ascoltavo Paolo Conte e Guccini), perché il numero di prodotti e di nicchie non era ancora fuori controllo. E perché esistevano i giornali. Non avevo mai sentito una canzone degli Oasis, ma li avevo visti sulle copertine.
Quella roba lì è finita, morta, kaputt. La settimana scorsa da Joe Rogan c’erano Matt Damon e Ben Affleck che – per essere due star del cinema, ma anche in assoluto – sono due signori intelligenti e garbati. Stavano parlando delle piattaforme e Affleck ha detto che ormai fanno prodotti pazzeschi tipo “Adolescence”.
“Adolescence” è una di quelle cose da mondo di prima: sai cos’è anche se non l’hai consumata, se vivi su questo pianeta ti sono passati sotto gli occhi negli ultimi dieci mesi almeno trecento meme e cinquanta articoli sui piani sequenza, i ragazzini violenti, la rava, la fava.
Rogan – uno che guadagna centinaia di milioni di dollari per il suo solo saper fare conversazione – chiede: cos’è? Damon inizia a spiegare, e io mi aspetto che da un momento all’altro Rogan dica «ah, ma certo, non mi ricordavo s’intitolasse così». Perché “Adolescence” mi sembrava fosse un piccolo ritorno della cultura popolare: un prodotto di cui, pur nella frammentazione impazzita, per un po’ di mesi hanno parlato proprio tutti. Il sostituto d’un classico: una volta tutti conoscevano i classici, adesso non li conosce nessuno ma hanno tutti visto l’ultima roba di Netflix di cui si parla.
Io non l’ho visto, proprio come non ascoltavo il Jovanotti rapper o i Nirvana, ma so tutto quel che c’è da saperne, come succedeva nel mondo di prima. Qualche anno fa un giornale mi ha chiesto un articolo sui sessant’anni di Demi Moore, e poiché sono una secchiona sono andata a guardarmi tutti i film per cui era famosa negli anni Novanta, nessuno dei quali avevo visto all’epoca: “Soldato Jane” e “Proposta indecente” e “Striptease” e tutta quella roba su cui le riviste femminili facevano gli articoli di costume trent’anni fa.
Non c’è stato nessun dettaglio che mi abbia sorpresa, guardandoli, nulla che non sapessi già prima di vederli, perché quei film erano cultura popolare: li avevo visti anche se non li avevo visti. “Adolescence” credevo fosse uguale, per me e per tutti: oltre agli articoli come ai tempi di “Tradiresti tuo marito per un milione di dollari?”, i meme, le opinioni social – impossibile scansarlo.
Poi arrivano Damon e Affleck, dei quali conosco bene l’effetto perché sono anni che li osservo dare interviste: sono convincenti, per quella mistura di garbo e intelligenza di cui dicevo poco fa, anche quando non hanno ragione. Quindi Rogan li sta a sentire, e dice «ma veramente» come fosse un podcaster italiano di quelli scarsissimi, e loro spiegano e io aspetto quell’«ah certo», ma l’«ah certo» non solo non arriva mai: «Dov’è che si può vedere?», chiede a un certo punto Rogan, come stessimo parlando d’un documentario di nicchia visto da quattro appassionati.
Non vorrei sembrare monomaniacale rispetto a Jovanotti, ma c’è una cosa che cito sempre quando si parla di vendite di libri. L’editore italiano di “Open”, il memoir scritto da André Agassi assieme allo scrittore più bravo in questo genere di lavori, sostiene da anni che il libro vendette uno sfracello per merito d’un tweet (allora si chiamavano così) proprio di Lorenzo.
“Open” esce quindici anni fa. Va benino, per un anno. Dieci mesi dopo l’uscita, arrivano alcuni tweet. A rileggerli, sembra che di anni ne siano passati centocinquanta: è esistito un tempo in cui gente famosissima si affacciava su Twitter e diceva «oh, ho letto questo libro, è figo», senza trovarsi in mezzo a gente che prometteva nudi in bio o inveiva perché parli dei tennisti invece che della Palestina. Nell’arco d’un mese, quasi un anno dopo l’uscita, c’è il tweet di Lorenzo, ce n’è uno della Bignardi, ce n’è uno di Valentino Rossi. (Quello di Valentino Rossi ha sotto gente che protesta perché ha vinto l’Inter e lui invece di parlarne consiglia un libro: sono lieta di constatare che il pubblico degli sportivi quattordici anni fa era già scemo com’è il pubblico medio adesso).
Sono quei tweet di gente celebre che hanno fatto decollare le vendite, come sostiene l’editore? Ovviamente no, sia per la regola «nobody knows anything» secondo cui non sappiamo mai cosa fa funzionare sul mercato un prodotto culturale, sia perché il tweet di Lorenzo ha dieci cuoricini, quello della Bignardi quattro.
Sospetto che il giro fosse contrario: “Open” aveva un passaparola così buono da essere arrivato persino a loro, che l’hanno letto quando stavano iniziando a leggerlo tutti. Era così che funzionava una volta; non andavi in libreria perché qualcuno con un milione di follower fotografava la copertina, non andavi al cinema perché qualcuno s’accendeva la telecamera del telefono in faccia e simulava delizia per i gadget del film; esisteva la conversazione, esisteva il tuo vicino di casa che ti diceva: oh, mi son proprio divertito.
Ieri per la prima volta dal 25 dicembre “Buen camino” non era il primo incasso italiano. Sia perché dopo un mese dall’uscita neppure Checco Zalone può continuare a incassare un fantastiliardo al giorno, sia perché di “Marty Supreme” si parla da talmente tante settimane che non dico sia il ritorno della cultura popolare, ma è un caso in cui anche a quelli più di coccio può essere venuta una qualche curiosità (a me no: io più che mai Luca Cupiello, e il mio presepio è Timothée).
Non so se durerà, magari sì, magari è bello e il passaparola è buono, o magari torna quell’altra cosa che esisteva assieme alla cultura popolare: le mode culturali. Quando tutte le ragazzine leggevano “Siddharta”, al punto che se Muccino voleva pittare un’adolescente scema con velleità le faceva regalare “Siddharta” a Stefano Accorsi. Timothée Chalamet (tra di noi: Timothée di Rorschach) è indubbiamente una moda culturale.
Anche “Buen camino” è una moda culturale: Luca Medici è ancora bravissimo, ma nessuno che non sia in coma vigile può dire che “Buen camino” sia una commedia migliore di “Quo vado?”. Se ha incassato di più, è perché oltre che molto bravo è diventato una moda culturale. Nonché l’ultimo brandello di cultura popolare: uno che la gente va a vedere così può star certa che i cognati a cena sapranno di cosa parla, l’avranno visto anche loro. A parte il quadriennale film di Luca Medici, ormai si parla tutti della stessa cosa solo la settimana di Sanremo.
Non vorrei sembrare monomaniacale rispetto a Jovanotti, ma ho annuito fino a slogarmi il collo quando da Cattelan ha detto, su questo tempo sbandato, questa frase qui: «Ci sono delle cose che servono, in questo cambiamento, per affrontarlo. Sicuramente la cultura, aver letto un po’ di libri fondamentali, aver visto quei film lì, credo che ti possa offrire degli strumenti per affrontare in maniera non dico critica ma perlomeno reattiva le cose che succedono».
Cattelan era distratto a guglare qualcosa (Cattelan è uno di quelli che guglano molto quando parlano con qualcuno che ne sa di più, che può essere un buon segno – vuol dire che hai voglia di imparare – oppure la premessa del disastro: e ora che hai letto cosa Google dice sia la tettonica a placche, vuoi discuterne?), e quindi non gli ha chiesto: sì, ma visto che i libri e i film fondamentali non li ha letti e visti più nessuno, dove andiamo a nasconderci da quest’umanità né critica né reattiva? Ma non importa che non gliel’abbia chiesto: tanto, avrebbe detto quel cantante, risposta non c’è nelle parole.