
David Cameron pensava di liberarsi di loro, della destra del Partito conservatore che strizzava l’occhio all’euroscettico Nigel Farage. E invece, sono stati loro a liberarsi di lui. E con lui dell’Unione europea. E mentre oggi lui, ritiratosi dalla politica attiva pur rimanendo pari a vita come Lord Cameron di Chipping Norton, si dedica alla fondazione Alzheimer’s Research UK che presiede, loro meditano il ritorno. In grande stile. Perché Farage ha ammorbidito i suoi toni, spingendosi per fino a criticare le dure dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla Nato, e ha dato vita a una nuova formazione, Reform UK, che sta attirando molti nell’ala destra del Partito conservatore ingolositi dai sondaggi che lo danno come prima forza del Paese, tanto che tra chi è rimasto tra i Tories serpeggia la convinzione che le fughe a destra possano aiutare il partito a riconquistare consensi spostando il baricentro più al centro.
In mezzo a tutto questo c’è la Brexit, che oggi compie sei anni. Sono sei anni, infatti, che il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea.
Cameron si era deciso a indire un referendum su una questione così delicata con l’obiettivo di vincerlo e dare l’ultima, decisiva spallata per modernizzare i Tories. Ma le urne del 23 giugno di dieci anni fa hanno dato torto a lui, ma anche al Partito laburista guidato allora da un Jeremy Corbyn poco impegnato nella campagna europeista: il Leave ha battuto il Remain con il 51,89 per cento dei voti contro il 48,11 per cento. Decisivi i voti nel cuore dell’Inghilterra, che hanno schiacciato i consensi europeisti a Londra, in Scozia e anche in Irlanda del Nord. L’indomani si è presentato davanti alla porta del numero 10 di Downing Street per annunciare le sue dimissioni dopo sei anni da primo ministro. Da allora fino all’estate 2024, quando al timone del Regno Unito sono tornati i laburisti guidati da Sir Keir Starmer, si sono alternati quattro primi ministri in otto anni.
Un’anomalia per il Paese, che racconta il caos politico in cui è piombato il Regno Unito da allora. Tanto che Reform UK sembra essere riuscito a spezzare il bipolarismo che per secoli ha dominato la politica britannica: oggi vola nei sondaggi con un terzo dei consensi.
Le elezioni nazionali si dovrebbero tenere al più tardi nel 2029. C’è tempo, i sondaggi potrebbero cambiare e il sistema elettorale di Westminster (maggioritario a turno unico) premia i partiti organizzati.
Intanto, però, il governo britannico si arrovella su come tenere insieme un Paese che sembra volersi sgretolare dall’interno. Lo spettro della Brexit continua ad aleggiare su ogni discussione. Le prossime elezioni in Scozia e Galles, previste per maggio, rischiano di trasformarsi in un referendum de facto sulla tenuta del Regno Unito. Lo Scottish National Party è dato come favorito per mantenere la maggioranza relativa a Holyrood, mentre in Galles Plaid Cymru potrebbe diventare il primo partito al Senedd, un risultato impensabile fino a pochi anni fa per una nazione tradizionalmente poco interessata all’indipendenza.
Il paradosso è stridente: il Galles, che nel 2016 aveva votato a maggioranza per il Leave (52,5 per cento contro 47,5 per cento), oggi flirta con l’idea di lasciare non l’Unione europea, ma il Regno Unito stesso. I sondaggi mostrano che circa il trenta per cento dei gallesi sostiene l’indipendenza, una percentuale che sarebbe sembrata fantascienza solo dieci anni fa. E anche se il leader di Plaid Cymru, Rhun ap Iorwerth, mantiene volutamente sullo sfondo la questione indipendentista per non spaventare gli elettori laburisti, il messaggio è chiaro: gli elettori sono così frustrati dallo status quo da essere disposti a rischiare la dissoluzione del Paese.
In Scozia la situazione non è migliore. Nonostante le difficoltà interne dello Scottish National Party e gli scandali che hanno travolto la leadership del partito, il sostegno all’indipendenza scozzese si mantiene stabilmente intorno al 45-50 per cento, con picchi occasionali oltre la maggioranza. La Brexit ha alimentato questo sentimento: la Scozia aveva votato con il sessantadue per cento per rimanere nell’Unione europea, salvo poi essere trascinata fuori contro la sua volontà. Per molti scozzesi, questa è stata la prova definitiva che Londra non ascolta né rispetta le loro istanze.
Ma è forse in Irlanda del Nord che la Brexit ha prodotto le conseguenze più destabilizzanti. Dal 2022, per la prima volta nella storia della provincia, il partito con più seggi all’Assemblea di Stormont è Sinn Féin, che ha come obiettivo dichiarato l’unificazione dell’Irlanda. L’ironia è che proprio i sostenitori più accesi della Brexit hanno contribuito a rendere più vicino ciò che più temono: gli unionisti del Democratic Unionist Party avevano fatto campagna per il Leave, salvo poi scoprire che l’unico modo per evitare un confine fisico sull’isola d’Irlanda era creare controlli doganali tra Belfast e il resto del Regno Unito. Una soluzione vissuta dagli stessi unionisti come un tradimento. I sondaggi mostrano che il sostegno all’unificazione irlandese si aggira intorno al 30-35 per cento, ma la tendenza demografica è chiara: la popolazione cattolica-nazionalista cresce, mentre quella protestante-unionista invecchia. L’Accordo del Venerdì Santo prevede un referendum sull’unità irlandese se appare probabile che la maggioranza lo voglia. E quel momento potrebbe arrivare entro il prossimo decennio.
In questi sei anni turbolenti è cambiato persino chi siede sul trono: la Regina Elisabetta II, che aveva attraversato impassibile il referendum del 2016, è morta nel settembre 2022. Carlo III ha ereditato una corona, ma anche un regno profondamente diviso, dove l’unità che sua madre aveva incarnato per sette decenni appare sempre più un ricordo del passato
In questo contesto di frammentazione interna, c’è chi ancora sogna una via d’uscita: un secondo referendum per rientrare nell’Unione europea. Sir Keir Starmer, pur escludendo categoricamente il ritorno nel mercato unico o nell’unione doganale, ha sempre auspicato una maggiore convergenza con i mercati europei. Un linguaggio cauto, che cerca di accontentare sia i remainers delusi sia chi teme che riaprire la questione Brexit possa costare voti nelle roccaforti laburiste del Nord dell’Inghilterra che votarono Leave.
Ma la realtà è che un ritorno nell’Unione europea, anche volendolo, ed è tutto da dimostrare, è impossibile. Almeno per una generazione. E non solo per ragioni politiche interne britanniche. A Bruxelles, tra i Ventisette e nella Commissione europea, le cicatrici lasciate dai negoziati sulla Brexit sono ancora profonde. Il modo in cui il Regno Unito ha gestito il divorzio – in particolare durante il governo di Boris Johnson, con minacce di violare il Protocollo sull’Irlanda del Nord e una retorica nazionalista aggressiva – ha lasciato un’eredità di sfiducia difficile da cancellare.
I diplomatici europei ricordano bene le continue inversioni di rotta britanniche, le richieste di eccezioni e privilegi, la mancanza di chiarezza su cosa il Regno Unito volesse realmente. Perché mai Bruxelles dovrebbe riaprire le porte a un Paese che ha dimostrato così poca affidabilità? E soprattutto, perché farlo senza imporre condizioni durissime? Un eventuale rientro britannico non godrebbe più degli opt-out che Londra aveva strappato nel corso dei decenni: niente rebate, probabile obbligo di adottare l’euro, piena adesione a Schengen. Condizioni che nessun governo britannico, di qualsiasi colore politico, potrebbe mai vendere all’elettorato.
Resta il messaggio che la diplomazia britannica ha cercato di veicolare dopo il referendum: «Abbiamo votato per lasciare l’Unione europea, ma non l’Europa». Uno slogan elegante, ma vago. Che cosa significa realmente? L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha fornito una parziale risposta: ha dimostrato che il Regno Unito, fuori dall’Unione europea, può ancora giocare un ruolo geopolitico rilevante sul continente europeo. Londra è stata tra i più fermi sostenitori di Kyjiv, fornendo armi, addestramento e supporto diplomatico, spesso anticipando mosse che i partner europei hanno compiuto con maggiore esitazione.
Eppure, questo attivismo in politica estera non basta a mascherare le debolezze economiche create dalla Brexit. Il commercio con l’Unione europea è crollato, molte imprese hanno spostato le loro sedi nel continente, i controlli doganali hanno creato colli di bottiglia. E mentre Starmer parla cautamente di convergenza, sa bene che ogni passo verso Bruxelles verrà attaccato dai conservatori e da Reform UK come un tradimento della volontà popolare espressa nel 2016.
Il Regno Unito si ritrova così intrappolato: troppo lontano dall’Europa per beneficiare pienamente della cooperazione economica, troppo vicino per poterne ignorare le conseguenze. L’ironia finale è che la Brexit, promessa ai suoi sostenitori come un ritorno ai fasti dell’Impero britannico, al Regno Unito libero di dettare le proprie regole e fare affari in tutto il mondo senza i lacci di Bruxelles, rischia di portare non alla rinascita della Global Britain, ma alla fine del Regno stesso. Sei anni dopo quel 31 gennaio 2020, la domanda non è più se la Brexit sia stata la scelta giusta. La domanda è: esisterà ancora un Regno Unito da governare tra dieci anni?