Guerre cognitiveLa Bulgaria è nell’euro, ma la Russia di Putin non mollerà la presa facilmente

Due settimane prima dell’ingresso nella moneta unica è caduto l'ennesimo governo, sette in quattro anni: il caos istituzionale favorisce la disinformazione e le simpatie per Mosca, dal capo dello Stato al primate della chiesa ortodossa, non sono mai finite

immagine tratta dal profilo Facebook di Maria Tsantsarova

Il penultimo venerdì di dicembre Maria Tsantsarova e Zlatimir Yochev hanno salutato il pubblico come sempre, dando appuntamento al lunedì. Conducono (meglio, conducevano) il programma del mattino su bTV, il principale canale bulgaro, ma non sono più tornati in video.

Da tempo si rincorrevano voci di un imminente licenziamento di Tsantsarova, nota per le sue interviste un po’ irriverenti e per qualche scoop di troppo, tipo quello con cui in pieno Covid svelò che i leader di Revival, il partito filo-russo e anti-vax, si erano precipitati a vaccinarsi. Maria, qualche puntata prima di quel venerdì e nel pieno delle proteste di piazza che hanno poi portato alla caduta del governo di coalizione guidato da Rossen Zhelyazkov, si era presentata in studio con una tazza bianca in mano e la frase “è ora di cambiare davvero” stampigliata sopra. Insomma: il troppo stroppia, avrà pensato qualcuno ai piani alti. 

Chi ha buona memoria delle vicende della politica italiana (e del suo fantasioso vocabolario), potrà concludere che un Editto Bulgaro è stato emesso anche là dove conduceva l’etimologia, ma la defenestrazione dei due giornalisti di bTV è solo un episodio, e neppure il più decisivo, della storia più recente del Paese balcanico che il 1° gennaio ha adottato l’euro e completato, di fatto, l’accidentato ingresso nell’Unione europea cominciato 18 anni fa. 

Adesso lo sguardo severo di Ivan Rilski, san Giovanni di Rila per noi e venerato patrono della Bulgaria, è impresso sulla nuova moneta da un euro come lo sarà ancora per tre settimane su quella da un lev. Il doppio binario dovrebbe rendere più facile la transizione ai sei milioni e mezzo di abitanti, ma non è riuscito del tutto a stemperare i timori per un aumento sconsiderato dei prezzi (e in Italia nessuno potrebbe dar loro torto). L’ultimo sondaggio di dicembre dava ancora il 45 per cento dei bulgari contrario all’adozione della moneta unica, nonostante tutte le rassicurazioni della Ue e i cospicui fondi elargiti da Bruxelles per sostenere l’economia: oltre 20 miliardi di euro dal 2007 a oggi. «Non c’è da stupirsi. Il Paese è diviso su quasi tutto» ha spiegato Petar Ganev, ricercatore senior dell’Istituto per l’economia di mercato, al Guardian

Aprire le porte alla speculazione e all’aumento dell’inflazione sarebbe davvero un duro colpo per un Paese sempre in bilico tra un passato di ubbidiente vassallaggio sovietico e un futuro di compiuta Europa. La Bulgaria è il Paese più povero dell’Unione, lo stipendio medio non raggiunge i 1300 euro al mese, si scrive in cirillico e la chiesa ortodossa nel 2024 ha scelto come primate il controverso Daniil, figlio di un ex ufficiale dei servizi segreti durante la guerra fredda e già protagonista di una contesa con il patriarca ecumenico di Costantinopoli che aveva approvato lo scisma della Chiesa ortodossa dell’Ucraina dal Patriarcato di Mosca. Persino l’avversione per la Turchia (e ancor prima per l’Impero ottomano) accomuna la Bulgaria più profonda alla madre Russia. 

Non era inatteso, quindi, che i partiti vicini a Mosca utilizzassero l’ingresso nell’euro come strumento di confronto politico. Hanno chiesto a gran voce per tutto il 2025, anche con proteste violente e una mega rissa in parlamento, che la transizione fosse preceduta da un referendum, e sebbene alcuni rapporti dell’intelligence avessero dato prova dell’intensa campagna di disinformazione condotta dai social legati al Cremlino, lo stesso presidente della repubblica Rumen Radev nel suo discorso di Capodanno ha affermato: «La mia opinione è che l’adozione dell’euro dovesse diventare realtà dopo un plebiscito, ma il governo ha deciso di non ascoltare i cittadini». Radev, in carica da otto anni, incarna tutte le ambiguità della Bulgaria: ex top gun diventato Comandante dell’aeronautica, da militare Nato si è laureato in studi strategici negli Stati Uniti all’Air War College, ma dall’85 al ‘90 aveva militato nel Partito comunista e ha sempre sostenuto pubblicamente che la Crimea è dei russi. 

I primi segnali invitano all’ottimismo: la transizione avviene senza grandi scossoni, nella sola giornata del 2 gennaio oltre un miliardo di lev in contanti è stato convertito in euro dalle banche bulgare e, secondo la Commissione per la tutela dei consumatori, molte delle segnalazioni su casi di speculazione o di indebita conversione dei prezzi sono da attribuire a «persone ostili all’euro». Maldestre forme di boicottaggio dal basso.

Al tempo stesso non si può ignorare che il passaggio sia avvenuto in uno dei momenti più complicati per la nazione, con l’ennesima crisi di governo in atto, la settima in quattro anni, e un crescente scontento della società civile per i continui casi di corruzione, persino nella magistratura che avrebbe dovuto indagare sugli scandali. «La mancanza di un orizzonte politico e la pressione sul bilancio, la scarsa ambizione per riforme coraggiose, la corruzione e un sistema giudiziario disfunzionale sono ostacoli che dovremo superare nei prossimi anni» ha concluso l’Institute for Market Economics di Sofia.

Il quadro politico nazionale è un vero guazzabuglio, con formazioni filorusse ed europeiste in egual modo distribuite tra maggioranza e opposizione. L’ultimo governo insediatosi lo scorso gennaio era composto dal partito di centro-destra Gerb (il più votato), dal filo-russo Partito socialista bulgaro (Bsp), dai populisti di C’è un popolo come questo (Itn), con il decisivo appoggio esterno del discusso oligarca Delyan Peevski, sanzionato per corruzione da Stati Uniti e Gran Bretagna, leader di fatto della formazione DPS-New Beginning e così vicino all’ungherese Viktor Orban da aver indotto Renew Europe a espellere DPS dal gruppo a Bruxelles.

L’esecutivo è crollato l’11 dicembre sotto i colpi delle proteste di piazza contro lo stesso Peevski «considerato da molti l’incarnazione dell’oscuro nesso tra politica, corruzione e criminalità organizzata» ha scritto Balkan Insight, e contro la legge di bilancio che prevedeva nuove tasse nel settore privato per finanziare gli aumenti di salario di esercito, polizia ed apparato burocratico. 

A esultare sono state l’opposizione Pro-Ue di Continuiamo il Cambiamento e Bulgaria Democratica, ma anche l’altra compagine filo-russa, i nazionalisti di Revival, terzo partito per consensi alle urne nel 2024. Basti pensare che Bsp e Revival – uno al governo, l’altro in minoranza – totalizzano 54 dei 240 seggi dell’attuale parlamento per prevedere che alle imminenti elezioni anticipate la Russia sfodererà tutte le sue armi di guerra cognitiva.

La Commissione europea ha ripetutamente messo in guardia contro le carenze dello stato di diritto nella nazione balcanica, il tasso di alfabetizzazione mediatica è il più basso d’Europa e solo un terzo dei bulgari è in possesso di competenze digitali di base. A fine 2023, secondo il think tank statunitense Jamestown e la fondazione Hss, almeno 400 siti gestiti da bot diffondevano in Bulgaria articoli russi sulla guerra in Ucraina. Molti dei siti di fake news erano collegati all’Agenzia Blitz, in precedenza appartenuta a Peevski, mentre tra gli obiettivi principali risultava la coalizione filo-Ue poi finita all’opposizione, guidata da Kiril Petkov, l’ex premier che nel 2022 espulse 70 diplomatici russi per spionaggio. Il gruppo investigativo BG Elves già in occasione delle ultime elezioni scovò una rete di 51 aziende bulgare, ma gestite da russi, coinvolte in campagne social di disinformazione su larga scala, con un vero e proprio «bombardamento di contenuti mirati su specifici gruppi di popolazione». Stavolta varrà la pena aprire qualche occhio in più.

 

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