David Cattler, ex funzionario statunitense e già assistant secretary general della Nato per intelligence e sicurezza, parla di una fase di «massimo pericolo» per l’Europa. L’ordine che si è consolidato dopo la caduta del Muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica — fondato su regole condivise, deterrenza collettiva e un’alleanza atlantica stabile — non regge più. Le certezze che hanno garantito stabilità per decenni si sono logorate, mentre le nuove regole non sono ancora state costruite. In questo vuoto strategico aumentano il rischio di errori, provocazioni e test dei limiti.
La politica estera statunitense è diventata più condizionale e transazionale; l’Europa non è più il teatro centrale delle priorità americane. Con l’attuale amministrazione alla Casa Bianca, risorse e attenzione si spostano, la politica interna è polarizzata e la disponibilità a intervenire automaticamente in Europa non è più scontata. Anzi, Washington ha messo nel mirino la Groenlandia, territorio che fa parte di uno Stato alleato Nato, la Danimarca. Questo si traduce in segnali di ambiguità strategica: pressioni sugli alleati, minacce economiche e iniziative che mettono alla prova la coesione atlantica. Di conseguenza, i governi europei non possono più basare la propria sicurezza su garanzie incondizionate.
Nel frattempo la Russia ha dimostrato capacità di adattamento e una propensione a sfruttare finestre strategiche. La modernizzazione delle forze, la disponibilità a operare sotto soglia e la volontà di testare la determinazione occidentale sono elementi che aumentano la probabilità di provocazioni. Se l’Europa appare divisa o incerta, la tentazione di spingere i limiti cresce. Per questo motivo la pianificazione europea deve partire dal peggior scenario possibile: non per alimentare allarmismi, ma per garantire che la difesa sia credibile anche in assenza di un intervento immediato degli Stati Uniti.
Materialmente l’Europa non è priva di risorse: arsenali, industrie e tecnologie esistono. Il problema è politico e organizzativo. La deterrenza funziona quando i messaggi sono netti — soglie definite, risposte credibili, alleanze che parlano con una voce comune — ma oggi queste soglie sono sfocate. Non è tanto la quantità di mezzi a mancare quanto la chiarezza su quando e come verrebbero impiegati. Molte capacità sono presenti solo sulla carta: battaglioni non pienamente equipaggiati, squadroni con carenze di munizioni e personale tecnico, navi con problemi di manutenzione e scorte missilistiche insufficienti. La dipendenza dagli Stati Uniti per intelligence, sorveglianza, ricognizione e rifornimento in volo rimane un vincolo significativo.
Gli annalisti hanno recentemente ripreso la dottrina 30-30-30-30 teorizzata dal generale James Mattis quando era segretario alla Difesa degli Stati Uniti nella prima amministrazione Trump: essere in grado di schierare 30 battaglioni, 30 squadroni aerei e 30 navi in 30 giorni. Come evidenzia l’International Institute for Strategic Studies, l’obiettivo è oggi lontano: le forze esistono in molteplici inventari nazionali, ma la prontezza operativa, le scorte e la capacità industriale per sostenere un conflitto prolungato mancano. Il think tank britannico sottolinea che la priorità non è semplicemente aumentare i numeri, bensì costruire capacità industriali e logistiche reali; senza questo, l’autonomia militare europea resta più un obiettivo politico che operativo.
Le lacune operative sono chiare e risolvibili, ma richiedono scelte politiche rapide. Scorte di munizioni adeguate sono la priorità immediata: senza munizioni, i sistemi d’arma più avanzati sono inutili. Logistica e mobilità devono funzionare come un sistema paneuropeo: trasporti strategici, depositi, manutenzione e hub pronti a sostenere grandi movimenti di truppe. Interoperabilità e intelligence condivisa sono essenziali per reazioni rapide e coordinate; senza di esse le risposte saranno sempre ritardate e frammentate. La dispersione di unità per ragioni politiche indebolisce la capacità di risposta collettiva. Prima di investire miliardi in nuovi sistemi complessi, l’Europa deve rendere utilizzabile ciò che già possiede: manutenzione, scorte e interoperabilità prima dei grandi programmi d’armamento.
Le soluzioni sono concrete e richiedono volontà politica: coordinare ordini pubblici per munizioni e incentivare la produzione europea con contratti congiunti; creare hub logistici regionali per ridurre i tempi di dispiegamento; stabilire livelli minimi di prontezza per brigate selezionate e finanziare la loro rotazione; integrare le reti di intelligence con piattaforme condivise e intensificare esercitazioni congiunte; semplificare le procedure decisionali per interventi rapidi con meccanismi di voto accelerato in caso di crisi. Queste misure non sono facili, ma non sono nemmeno vaghe: richiedono scelte politiche chiare, coordinamento e risorse mirate.
L’Europa non è impotente, ma è in ritardo. Il richiamo al «massimo pericolo» di Cattler deve essere letto come una chiamata all’azione: trasformare potenzialità in capacità operative credibili. Non si tratta di rompere con Washington, ma di costruire una difesa che regga anche in sua assenza. Se l’ombrello statunitense resta, tanto meglio; se non c’è, l’Europa non deve trovarsi nuda sotto la pioggia. Servono priorità chiare, decisioni rapide e coordinamento politico: senza questi elementi, la deterrenza rimarrà più una promessa che una realtà.