Tempi orrendiTrump, le autocrazie, e l’epoca fragile del mondo democratico

Dopo l’Ucraina e il Venezuela, le liberaldemocrazie appaiono sempre più prive di difese e di anticorpi. L’America abdica al proprio ruolo di faro dell’Occidente e l’Europa è chiamata a scegliere se restare spettatrice o diventare soggetto politico e strategico di primo piano

AP/Lapresse

Tempi duri, per le democrazie? Magari: tempi orrendi, nel mondo che si profila minacciosamente dopo l’invasione della disgraziata Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin; ma ancor più, soprattutto e paradossalmente, dopo la recente invasione e decapitazione di uno Stato ricettacolo di tutti i difetti possibili, il Venezuela, ma pur sempre uno Stato sovrano, nel disprezzo di ogni diritto, interno e internazionale. L’invasione è stata possibile grazie alla disgraziatissima, seppur ineccepibilmente democratica e legittima, elezione dell’ultimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Da autocrate modello qual è, Donald Trump sta pilotando la superdemocrazia dell’ultimo secolo in un’inerme e inerte organizzazione priva e privata delle proprie autodifese, dei mitici pesi e contrappesi; e persino di una percettibile opposizione.

Un mondo che si profila non solo minacciosamente, come detto sopra, ma inequivocabilmente. Soprattutto se di qui a pochi mesi un elettorato non particolarmente provveduto e lungimirante, quale quello a cui si deve quell’evento disgraziato, non correggerà nell’elezione di medio termine, l’errore fatale del novembre del 2024. Quel voto, per quanto limitato, dovrebbe frenare il goffo e inquietante presidente dal progettare e realizzare in solitudine atti e decisioni degne di un perfetto dittatore.

Ma cosa potrà mai succedere di tanto catastrofico da giustificare toni tanto nefasti, da produrre effetti definitivi o comunque di lungo periodo? Per cominciare, la perdita di autonomia delle democrazie già debilitate, rispetto alla possibilità di scegliere o non scegliere, e non accasarsi – meglio spontaneamente, finché possibile –, presso uno dei tre padroni del pianeta. Per ora, i tre, in reciproco e probabilmente provvisorio accordo, e in vista di chissà quale resa dei conti; dopodiché, il tipo di regime finale sarà deciso dal padrone prescelto con l’unico strumento rimasto e praticato: una serie di guerre strazianti.

Che cosa resta da fare, alle democrazie sussistenti, quelle ancora dotate della fondamentale –effettiva, genuina – pratica del voto? (In sostanza, si parla del territorio europeo, e poco d’altro, tipo il Giappone). Un paio di scelte, una di tipo interno a ogni Paese, a partire dal nostro: smetterla di cianciare e insultarsi l’una con l’altra, maggioranze e sedicenti opposizioni, in cerca di un’alternativa: mettendo al primo posto un’azione comune, di protezione e difesa di una Costituzione che non il caso ha voluto forte e misurata sull’orrore di una dittatura malefica, e che la crescente, dilagata inettitudine dei partiti ha reso una scatola in gran parte vuota pur nella propria inalterata eleganza formale. Così da consentire il paradosso di una pratica istituzionale incompatibile con il modello creato dai Costituenti.

In sintesi, è necessario anteporre la difesa dei valori democratici alla mera competizione per il potere. Quest’ultima, infatti, premia ormai da tempo coalizioni che rappresentano una minoranza esigua rispetto alla vasta platea dell’astensionismo: cittadini che, rifiutando l’offerta politica attuale, restano privi di rappresentanza.

In questo scenario, occorre guardare oltre i confini nazionali e valorizzare l’opportunità strategica offerta dall’Unione europea. L’Unione non è un caso, ma un insieme di Stati democratici che, agendo con saggezza, possono sviluppare una capacità di difesa e iniziativa comune dalla forza dirompente. Il primo passo fondamentale sarà evitare che i meccanismi decisionali permettano a un singolo Stato di imporsi sulla volontà della collettività.

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