Trump se ne fregaL’America non è più il poliziotto del mondo, ma il gangster del mondo

L’improvvisato rapimento del dittatore venezuelano Maduro, un brutto ceffo che merita di essere processato per i suoi crimini, rischia di avere effetti devastanti per le democrazie liberali, per l’Europa e per Taiwan. Ma Washington anziché preoccuparsi della fine dell’alleanza occidentale sembra avere pianificato il suo smantellamento a maggior gloria di Cina e Russia

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L’America di Trump ha smesso di fare il poliziotto del mondo per trasformarsi nel gangster del mondo, con buona pace dei fessi, anche italiani, che spiegavano che Trump sarebbe stato un presidente pacifista e non guerrafondaio e che avrebbe meritato il Nobel per la pace.

In meno di un anno, Trump ha bombardato due paesi, Venezuela e Iran, più qualche altra operazione speciale qua e là, ha dato il via libera al governo Netanyahu per spianare Gaza, attaccare il Libano, la Siria, lo Yemen e l’Iran, ed è il principale responsabile, dopo Vladimir Putin, della recrudescenza della guerra russa all’Ucraina, avendo legato le mani ai resistenti ucraini in ogni modo possibile – militare, politico, finanziario, diplomatico, e con l’intelligence – e avendo accolto tutta la narrazione criminale del Cremlino sull’esigenza di punire gli ucraini per il solo fatto di essere ucraini e non russi.

Maduro, gli Ayatollah, Hamas, Hezbollah e Assad sono personaggi orribili e organizzazioni violente, il peggio del peggio assieme ad altri cari amici di Trump che però pagano il pizzo al Cialtrone in chief e quindi non vengono toccati nemmeno con un fiore. Per nessuno di loro si può sprecare una lacrima, e certamente il mondo è un posto migliore senza questi ceffi o con un ruolo depotenziato, ma le conseguenze del raid militare trumpiano in Venezuela, eseguito in modo perfetto e quasi cinematografico, sono ancora da valutare, considerato che non sono state pianificate con doverosa cautela da una Casa Bianca che agisce prima di pensare.

L’idea che ora il Venezuela sarà governato direttamente da Trump da Washington per il semplice fatto che il presidente venezuelano e sua moglie sono stati rapiti è una grande presa in giro, oltre che un’eclatante manifestazione di neo imperialismo americano.

Donald Trump ha citato la «dottrina Monroe», che da mitomane narciso ha subito ribattezzato «Donroe», appropriandosi del nome come già fatto col Kennedy Center. Naturalmente Trump non sa nulla della dottrina Monroe, la politica estera americana di duecento anni fa che stabiliva che il continente americano era zona di esclusiva influenza statunitense, e guai alle potenze europee se ci avessero messo becco.

Il concetto è ripreso nella nuova Strategia di sicurezza nazionale pubblicata qualche settimana fa, quella dell’abbandono definitivo dell’Europa, che nella sua interpretazione più nobile significa che la Russia ha lo stesso diritto di fare quello che crede nella sua zona d’influenza, a cominciare dall’Ucraina e dall’Europa orientale, che la Cina può invadere Taiwan senza che a Washington venga il mal di testa, e che la destra estremista e razzista israeliana può occupare ogni centimetro di terra altrui che vuole.

Questo spiega anche l’apparente, ma non più significativa, contraddizione della politica trumpiana, che abbraccia l’imperialista Putin in Ucraina e fa fuori il suo alleato venezuelano in America e quello iraniano e siriano in Medio Oriente. Ma chiedere coerenza ideologica a Trump è una fatica inutile, così come chiedergli come mai rimuove un presidente come Maduro accusato di esportare droga negli Stati Uniti mentre ne grazia un altro, Juan Orlando Hernández dell’Honduras, già condannato a 45 anni di carcere da una corte americana per traffico di droga negli Stati Uniti.

La questione del narcotraffico venezuelano è solo un pretesto in grado di servire due interessi fondamentali di Trump. Il primo interesse lo ha spiegato lui stesso durante la conferenza stampa a Mar-a-Lago: dopo il raid a Caracas, le compagnie petrolifere americane torneranno a gestire i giacimenti petroliferi del Venezuela, i più grandi del mondo. Per usare le parole di J.D. Vance, ieri in versione Pietro Savastano, «il petrolio rubato deve tornare agli Stati Uniti», insomma mica vogliono esportare la democrazia o abbattere un dittatore, si vogliono riprende tutto quello che considerano cosa loro (nel linguaggio tra boss mafiosi, poi, non importa che il petrolio in questione non è affatto americano, ma venezuelano, e che semmai americani sono alcuni degli impianti di estrazione nazionalizzati dalla rivoluzione socialista di Hugo Chávez).

Il secondo interesse di Trump è quello classico del presidente americano in difficoltà a causa del conto della spesa insostenibile per molti americani, che poi si riflette nei sondaggi. Il diversivo Venezuela serve per cambiare argomento, per mostrare forza, per vantare un successo nella lotta all’epidemia di droga che affligge il paese. Trump si presenta come un super eroe, come il Capitan America che uccide, arresta e ferma i trafficanti per proteggere i cittadini, mentre l’opposizione democratica parla di legalità internazionale, di buona creanza e di altri cavilli con cui vorrebbe limitare il potere del Commander in Chief di difendere gli americani.

Il rapimento di Maduro però apre anche due questioni rilevanti, nessuna delle quali sembra preoccupare l’incosciente e irresponsabile Trump. La prima questione è quella del governare il Venezuela da Washington senza alleati nel paese, senza soldati sul campo e col regime che nega di essere pronto a cedere, al contrario di quanto rivendicato dalla Casa Bianca.

La seconda questione pericolosa ci riguarda da vicino, e anch’essa non interessa a Trump: l’applicazione della dottrina Monroe, cioè che le Americhe sono il cortile di casa di Washington, comporta una divisione del mondo per sfere d’influenza e significa dare il via libera alla Cina su Taiwan, con le conseguenze evidenti su tutta l’area Asia e Pacifico, e anche il lasciapassare a Putin sull’Ucraina e sull’Europa orientale.

In fondo c’è una coerenza nella politica trumpiana: con l’operazione Maduro, e tra gli applausi dei suoi fessi seguaci europei, Trump ha avviato la fase finale del progetto politico orchestrato dalle grandi autocrazie del pianeta, Cina e Russia, per smantellare il mondo libero e dividersi le zone di influenza regionale in mandamenti su cui esercitare un potere mafioso. Prima c’era l’America a scongiurare questa ipotesi, e a lavorare per ampliare l’alleanza tra le democrazie, ma da quando alla Casa Bianca c’è un presidente anti americano, peraltro ignorante e narcisista e corrotto, il progetto si sta compiendo.

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