Nato sotto stressTrump è il problema, ma la vera sfida della difesa è europea

I toni transazionali di Trump e l’ideologia di Vance mettono a nudo un rischio per l’Europa: se non investe ora in forze proprie, diventerà ancora più vulnerabile

AP/LaPresse

Il rapporto tra la Nato e gli Stati Uniti è profondamente mutato da un anno a questa parte, dopo l’insediamento a Washington della seconda amministrazione di Donald Trump. È già un segnale il semplice fatto di parlare del legame tra un’alleanza militare e un suo membro – anche tralasciando il fatto che quest’ultimo sia tra i fondatori e il principale per peso militare, spese per la difesa, ruolo politico-strategico e leadership operativa. Eppure, il piano in ventotto punti per la pace in Ucraina presentato dagli Stati Uniti a novembre, dopo averlo negoziato con l’invasore, ovvero la Russia, menzionava il ruolo di Washington come mediatore tra la Nato e la Russia. Ma non solo. Basti pensare alle dichiarate mire dell’amministrazione Trump verso la Groenlandia, ovvero un territorio di un altro Stato membro della Nato, la Danimarca.

È fondamentale, oggi più che mai, che in Europa non si attivi quel meccanismo psicologico di negazione che si era innescato nei confronti della Russia dopo il discorso del presidente Vladimir Putin nel 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. La sua visione, sottovalutata dalle cancellerie europee, si sarebbe materializzata nel tempo: in Georgia nel 2008, in Ucraina nel 2014 e a partire dal 24 febbraio 2022, in Romania con i tentativi di interferenze elettorali alla fine del 2024, senza dimenticare le varie ingerenze nei Paesi membri dell’alleanza e dell’Unione europea.

Mercoledì, Trump ha dedicato uno dei suoi post su Truth Social alla Nato, dubitando degli alleati. «Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non sarebbero al fianco nostro», ha scritto. La Russia e la Cina «non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti», ha aggiunto, ribadendo che la maggior parte dei membri della Nato «non pagava i propri contributi, finché non sono arrivato io. Gli Stati Uniti stavano, stupidamente, pagando per loro». «Io, con rispetto, li ho portati al cinque per cento del prodotto interno lordo e ora pagano, immediatamente», ha concluso con riferimento agli impegni assunti dai trentadue leader nell’ultimo summit alleato – che, come detto, sono impegni non spese immediate.

Poche ore dopo è stato JD Vance, il suo vice, a rincarare la dose in un’intervista a Fox News. Gli europei «si appellano sempre al passato: abbiamo combattuto insieme nella Seconda guerra mondiale, abbiamo combattuto insieme nella guerra al terrorismo», ha detto. «Ne siamo grati e felici di avere alleati del genere. Ma solo perché hai fatto qualcosa di intelligente venticinque anni fa non significa che non puoi fare qualcosa di stupido adesso», ha continuato. È passato quasi un anno dal discorso di Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. Da poco insediatosi alla Casa Bianca, il vicepresidente aveva avvertito che il sostegno statunitense all’Europa sarebbe stato dipeso dalle scelte politiche europee (in particolare i pacchetti della Commissione europea sugli ecosistemi digitali (Digital Services Act e Digital Markets Act), e in generale aveva criticato le istituzioni comunitarie.

Alle recenti dichiarazioni di Trump e Vance è sacrosanto rispondere ricordando che l’articolo 5 del Trattato Nato è stato attivato una volta soltanto, dagli stessi Stati Uniti, all’indomani dell’11 settembre. Una chiamata a cui tutti gli alleati avevano risposto presente pagando con vite umane nel contesto della lotta al terrorismo. E anche che Al Qaeda vedeva gli Stati Uniti e Israele, definiti rispettivamente il Grande Satana e il Piccolo Satana, come il nemico, non l’Europa, colpita in funzione anti-americana (caso esemplare è l’attentato di Madrid del 2004, il cui obiettivo era far ritirare la Spagna dall’Iraq, e infatti l’attacco ebbe un effetto politico immediato).

Ma non basta, perché, come detto, il rapporto è cambiato. A guidare gli Stati Uniti nel rapporto con l’Europa non è più – o quantomeno non più soltanto – la condivisione di valori, bensì la logica del ritorno dell’investimento.

C’è dunque una sola risposta possibile, che non passa né dalla nostalgia atlantica né dall’indignazione rituale. Se il rapporto con Washington è ormai governato da una logica transazionale, l’Europa deve smettere di presentarsi come una rendita di posizione strategica e tornare a essere un attore. Non contro la Nato, né necessariamente contro gli Stati Uniti, ma per sé stessa. La difesa europea non è più un progetto identitario o un vezzo federalista: è una polizza di assicurazione in un mondo in cui anche gli alleati possono diventare incerti, intermittenti o condizionali.

Questo significa capacità militari reali, interoperabili, finanziate e politicamente governate a livello europeo. Significa una base industriale della difesa meno frammentata, una catena di comando credibile, una cultura strategica condivisa che oggi ancora manca. Significa, soprattutto, accettare che la sovranità, nel ventunesumo secolo, non si difende da soli ma neppure delegandola interamente a terzi. L’autonomia strategica non è l’anticamera del disimpegno americano: è il suo unico complemento sostenibile.

Continuare a nascondersi dietro l’ombrello statunitense mentre si spera che a Washington «passi la nottata» equivale a ripetere l’errore fatto con la Russia dopo Monaco 2007: scambiare un segnale strutturale per una parentesi politica. Trump non è un incidente della storia, ma il sintomo di una tendenza profonda della politica americana. Ignorarla sarebbe una scelta, e una scelta pericolosa.

L’Europa ha risorse economiche, capitale umano e peso geopolitico sufficienti per farsi carico della propria sicurezza. Quello che manca non è la possibilità, ma la volontà. E se la difesa europea continuerà a essere rimandata in nome di equilibri interni, tabù politici e alibi atlantici, allora il prezzo da pagare non sarà l’irrilevanza strategica, ma la vulnerabilità. In un mondo che torna a organizzarsi attorno alla forza, l’Europa può decidere se essere protetta — o se essere presa sul serio.

X