Prima Carney, poi StarmerQuando la Casa Bianca allontana gli alleati, loro bussano alla porta di Xi

Dal Canada al Regno Unito, i partner storici di Washington cercano autonomia commerciale. Brexit e imprevedibilità di Trump spingono verso nuovi equilibri, nonostante i rischi per la sicurezza nazionale

AP/LaPresse

Domani Sir Keir Starmer inizierà una missione di tre giorni tra Pechino e Shanghai. È dal 2018 che un primo ministro britannico non volava in Cina per incontrare il leader Xi Jinping. Un viaggio legato a doppio filo con la vicenda dell’ambasciata cinese, la più grande in Europa per la Repubblica popolare, che sorgerà a Royal Mint Court, già sede della Zecca. La controversa sede diplomatica era stata osteggiata per vari motivi, tra cui la possibilità che venisse utilizzata come base di spionaggio, il rischio che cavi sensibili nelle vicinanze potessero essere intercettati e la possibilità che vi si svolgessero proteste contro la Cina. La scorsa settimana è arrivato il via libera del governo. E, di conseguenza, quello di Pechino alla missione del primo ministro Starmer.

La visita di Starmer arriva in un momento in cui le mosse imprevedibili di Donald Trump stanno ridisegnando gli equilibri transatlantici. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti (che ad aprile volerà in Cina) sulla Groenlandia e le critiche verso gli alleati nato per il loro contributo in Afghanistan hanno suscitato alcune delle reazioni più dure mai espresse da Starmer nei confronti dell’alleato storico. Per Pechino, si tratta di un’occasione strategica per avvicinare un altro partner chiave degli Stati Uniti, dopo la visita del primo ministro canadese Mark Carney, già governatore della Banca d’Inghilterra dal 2013 al 2020, all’inizio del mese, durante la quale i due Paesi hanno messo da parte le tensioni precedenti: Pechino ha tolto i dazi sulle importazioni di semi di colza canadesi mentre Ottawa ha aperto le porte ai veicoli elettrici cinesi, in netto contrasto con le politiche commerciali americane che di fatto li bloccano.

La Cina punterà a sfruttare il successo della missione britannica come trampolino di lancio per la prevista visita del cancelliere tedesco Friedrich Merz a febbraio, con l’obiettivo di riparare i rapporti tesi con l’Unione europea e approfittare delle crescenti divisioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali. Il governo Starmer ha già fatto capire di voler ricostruire i legami commerciali con Pechino dopo anni di tensioni, con incontri ad alto livello che vedranno la partecipazione di imprenditori di entrambi i Paesi per migliorare il dialogo economico. Particolare attenzione sarà dedicata alla transizione verde, settore in cui il Regno Unito cerca una maggiore collaborazione con la Cina, nonostante i rischi legati alla dipendenza da Pechino nelle catene di fornitura globali di veicoli elettrici, batterie ed energie rinnovabili. La Cina è già il principale fornitore di pannelli solari per il Regno Unito e si sta affermando come fornitore di componenti per turbine eoliche: l’anno scorso Octopus Energy, il maggiore fornitore di elettricità britannico, ha siglato un accordo con il produttore cinese Ming Yang Smart Energy per le prime turbine made in China da installare nel Paese.

Il messaggio è chiaro: mentre l’alleanza di sicurezza con gli Stati Uniti resta solida (dei Five Eyes, la rete di signals intelligence, fanno parte anche Australia e Nuova Zelanda, oltre a Stati Uniti, Regno Unito e Canada), le partnership commerciali seguono sempre più logiche indipendenti. Oggi più che mai. La Brexit e l’imprevedibilità di Washington – a meno che queste missioni a Pechino non suggeriscano all’amministrazione Trump una correzione di rotta – hanno spinto Londra a cercare nuovi equilibri economici.

Tutto questo solleva preoccupazioni per la sicurezza nazionale e le dipendenze strategiche che potrebbero crearsene, con osservatori critici che mettono in guardia sui rischi legati all’interdipendenza economica in settori strategici come le infrastrutture critiche e la transizione energetica. La mitigazione dei rischi, dunque, assume un valore ancor più centrale.

Il via libera dell’ambasciata cinese è arrivato una settimana fa, dopo che l’intelligence britannica non ha presentato formali opposizioni. In una lettera congiunta inviata ai ministri di Interno ed Esteri il giorno della decisione, Sir Ken McCallum e Anne Keast-Butler, rispettivamente direttore generale di MI5 (il servizio d’intelligence interna) e direttrice del GCHQ (il servizio di signals intelligence) hanno avvertito che i rischi per la sicurezza nazionale legati alla nuova ambasciata cinese a Londra non possono essere completamente eliminati. Tuttavia, hanno sottolineato che il lavoro svolto dai servizi di intelligence britannici e dai dipartimenti del governo britannico per formulare un «pacchetto di misure di mitigazione della sicurezza nazionale per il sito è stato, a nostro avviso, esperto, professionale e proporzionato». Aggiungono un altro elemento: la nuova ambasciata sostituirà «sette diversi siti accreditati diplomaticamente in tutta Londra che la Cina gestisce attualmente», il che, secondo loro, comporta «chiari vantaggi in termini di sicurezza». Stessa posizione che aveva espresso a novembre a Bloomberg Sir Richard Moore, poche settimane dopo aver lasciato il timone del Secret Intelligence Service, il servizio segreto britannico per l’estero anche noto come MI6, alla sua vice, Blaise Metreweli: «Capirete anche perché tendo a scoraggiare i politici dall’essere troppo moralisti sulla questione dello spionaggio in sé. Il Regno Unito dispone di organizzazioni di intelligence piuttosto efficaci e stiamo attivamente raccogliendo informazioni su altri paesi». E ancora: «Dove invece bisogna essere meno tolleranti è rispetto a quel tipo di attività di guerra ibrida che stiamo vedendo dalla Russia: incendi dolosi, tentativi di assassinio».

Metreweli, nel suo primo discorso da C, ovvero da capo di MI6, aveva sottolineato l’importanza del lavoro dei funzionari alla luce del fatto che la Cina, che conosce abbastanza bene avendo anche vissuto parte dell’adolescenza a Hong Kong, «sarà un elemento centrale della trasformazione globale che avrà luogo in questo secolo»: «È essenziale che noi, come MI6, continuiamo a informare il governo sull’ascesa della Cina e sulle implicazioni per la sicurezza nazionale del Regno Unito».

In un intervento incentrato sulla zona grigia («Operiamo oggi in uno spazio tra pace e guerra»), e dunque anche sulla minaccia ibrida cinese, la nuova C aveva preferito non indugiare troppo su Pechino. Sia per non spostare il focus dalla principale minaccia alla sicurezza britannica, ovvero la Russia. Sia perché da lì a poco il governo  avrebbe dovuto assumere la decisione cruciale sull’ambasciata cinese. Una decisione che fotografa il dilemma del Regno Unito post Brexit: bilanciare opportunità economiche e rischi per la sicurezza in un mondo dove Washington non è più il partner affidabile di un tempo.

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