Il documento del PentagonoPer Trump la Cina non è più la priorità militare, e gli alleati devono far da sé

La National Defense Strategy conferma il focus dell’amministrazione sulla sicurezza dell’Emisfero Occidentale e la volontà di mettere pressione sugli europei per la condivisione degli oneri di sicurezza. Segnali di riavvicinamento con Pechino

AP/LaPresse

Alla fine della scorsa settimana, il Pentagono ha pubblicato la National Defense Strategy 2026, un documento che segna una svolta radicale nelle priorità della difesa americana. Per la prima volta in almeno un decennio, la minaccia cinese non occupa il primo posto nell’agenda strategica di Washington. Al suo posto, la sicurezza dell’Emisfero Occidentale – dai confini meridionali degli Stati Uniti fino alla Groenlandia, passando per il Canale di Panama e quello che il documento chiama Golfo d’America – diventa la priorità assoluta del Dipartimento della Guerra, come l’amministrazione Trump ha ribattezzato il Pentagono.

La strategia, firmata dal segretario Pete Hegseth, utilizza un linguaggio insolitamente diretto. L’introduzione attribuisce la pericolosa situazione di sicurezza alle amministrazioni post-Guerra Fredda, accusate di aver «sperperato» i vantaggi americani, aperto i confini e «esternalizzato l’industria americana, compresa la base industriale della difesa».

La prima delle quattro linee d’azione strategiche è esplicita: difendere la patria americana. Non solo difesa missilistica o cyber, ma sigillare i confini, respingere «forme di invasione», deportare immigrati illegali, colpire i «narcoterroristi» ovunque si trovino. E poi c’è quello che viene chiamato il Trump Corollary alla Dottrina Monroe: gli Stati Uniti non cederanno più accesso o influenza su terreni chiave nell’Emisfero Occidentale.

Le operazioni militari già condotte vengono citate come modello: Operation Absolute Resolve contro il Venezuela di Nicolás Maduro, Operation Midnight Hammer contro il programma nucleare iraniano. Il messaggio è chiaro: l’America di Donald Trump è pronta a usare la forza militare in modo unilaterale nel proprio «cortile di casa».

Il cambiamento più significativo riguarda la Cina. «Il presidente Trump cerca una pace stabile, commercio equo e relazioni rispettose con la Cina», si legge. L’obiettivo dichiarato non è «dominare la Cina; né strangolarla o umiliarla». Si parla invece di «aprire una gamma più ampia di comunicazioni militari» e di raggiungere «una pace decente, a condizioni favorevoli agli americani ma che la Cina possa accettare».

Certo, la strategia prevede ancora la costruzione di una denial defense lungo la Prima Catena di Isole nel Pacifico occidentale. Ma l’enfasi è su «forza, non confronto». Taiwan non viene mai menzionata esplicitamente. Gli analisti notano che questo potrebbe preparare il terreno per un accordo tra Trump e il leader cinese Xi Jinping, con un incontro già previsto a Pechino per aprile 2026.

Se questa lettura è corretta, saremmo di fronte a una revisione profonda dell’approccio americano all’Indo-Pacifico. L’idea di sfere di influenza – in cui Washington si concentra sull’Emisfero Occidentale mentre Pechino consolida la propria posizione in Asia orientale – rappresenterebbe un ribaltamento della strategia del «pivot to Asia» perseguita dalle amministrazioni precedenti.

Il messaggio agli alleati europei è altrettanto brutale. «L’economia della sola Germania eclissa quella della Russia», osserva il documento. La conclusione è inevitabile: l’Europa deve assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale, con «supporto critico ma più limitato» dagli Stati Uniti. Il nuovo standard Nato di spesa per la difesa è fissato al 5% del PIL totale. Gli alleati che non si conformano riceveranno meno cooperazione e condivisione di intelligence. Quelli che dimostrano di fare la loro parte – definiti «alleati modello» come Israele – riceveranno trattamento preferenziale. Particolarmente significativo è il passaggio sull’Ucraina: «Come il presidente Trump ha detto, la guerra in Ucraina deve finire. Come ha anche sottolineato, tuttavia, questa è prima di tutto responsabilità dell’Europa».

Una delle quattro linee d’azione principali è «potenziare la base industriale della difesa». La retorica è ambiziosa: si parla di «mobilitazione nazionale» paragonabile ai rilanci industriali delle guerre mondiali. Ma gli analisti notano una lacuna sorprendente: mancano i dettagli operativi. Non c’è menzione delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori, dei controlli alle esportazioni, dei minerali critici o della competizione tecnologica con la Cina. L’intelligenza artificiale viene citata genericamente. Soprattutto, non esiste una National Defense Industrial Strategy aggiornata. Non si può potenziare ciò che non è stato mappato.

La critica più fondamentale riguarda l’assenza di impegni concreti. Il documento non contiene allocazioni di bilancio specifiche o decisioni sulla postura delle forze. Si tratta, di fatto, di framework strategico, come la Strategia di sicurezza nazionale pubblicata poche settimane fa d’altronde, piuttosto che un blueprint operativo.

La National Defense Strategy 2026 stabilisce direzioni chiare – meno Europa, più emisfero occidentale; possibile détente con la Cina; pressione sugli alleati – ma lascia aperte le questioni cruciali su come, quando e con quali risorse. Per l’Europa, il documento rappresenta un campanello d’allarme che riecheggia le minacce già sentite durante il primo mandato Trump, ma ora formalizzate in strategia ufficiale. La domanda non è più se gli Stati Uniti ridurranno il loro impegno nel continente, ma quanto rapidamente lo faranno.

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