Acque profondeDifendere i cavi sottomarini di Taiwan conviene all’Europa, ma ancora non lo sa

Navi con bandiere di convenienza, equipaggi cinesi e ancore usate come armi: gli attacchi alle infrastrutture digitali globali seguono lo stesso schema nel Baltico e nel Pacifico. Taipei ha lanciato un’iniziativa internazionale per farne un problema comune. Convincere i governi del Vecchio continente, però, significa anche chiedere loro di sfidare Pechino apertamente

AP/LaPresse

È da quando sono aumentati gli incidenti ai cavi nel Baltico che Taiwan guarda con sempre maggiore interesse alla cooperazione con i Paesi europei per la sicurezza delle infrastrutture sottomarine. In questo contesto si inserisce l’iniziativa Risk (Risk management initiative on international undersea cables) lanciata a ottobre, in un forum Taiwan-Europa, dal ministro degli Esteri taiwanese Lin Chia-lung. Nei giorni scorsi, il ministro ha presentato l’idea sulle colonne del Taipei Times, spiegandone i quattro pilastri: riduzione del rischio (coordinamento transnazionale per la riparazione e il backup), condivisione di informazioni (scambio di intelligence sulle minacce), riforma sistemica (colmare le lacune normative internazionali nel contrasto alle minacce ibride) e costruzione di conoscenze (formazione professionale internazionale). Quarantadue parlamentari di 18 Paesi europei hanno già espresso il loro sostegno.

Come ha evidenziato Aurelio Insisa in un recente paper per l’Istituto Affari Internazionali, questi episodi vanno inquadrati non come semplici operazioni nella zona grigia, ma come minacce ibride: un concetto più utile perché evidenzia come le azioni nell’ambito infrastrutturale si propaghino nell’ambito dell’informazione, erodendo la fiducia nella capacità delle autorità taiwanesi di rispondere. La rottura del cavo TPKM3 da parte della nave Hong Tai 58 nel febbraio 2025 è una vicenda emblematica. Taiwan ha condannato il capitano, ma la Cina ha risposto con una controffensiva informativa, diffondendo una versione alternativa dei fatti attraverso i media di Stato e alimentando le forze di opposizione interne contrarie al governo progressista di Lai Ching-te. Insisa propone di adottare un approccio di comunicazione strategica per rispondere a queste minacce: chiarire gli standard di attribuzione, aumentare la consapevolezza pubblica, coordinare meglio le istituzioni coinvolte e smontare preventivamente le contronarrazioni cinesi.

In un altro paper per lo stesso istituto, Raffaella Bruno osserva come la politica euro-atlantica fatichi a comprendere perché difendere lo status quo nello Stretto di Taiwan sia nel proprio vitale interesse nazionale. L’argomento più diretto riguarda i sottomarini: le sei unità cinesi della classe Type 096, armate di missili balistici a capacità nucleare, oggi non riescono a raggiungere la costa orientale degli Stati Uniti dalle acque territoriali cinesi. Da basi portuali sulla costa orientale di Taiwan potrebbero farlo. A questo si aggiunge la dipendenza dell’industria della difesa occidentale dai semiconduttori avanzati prodotti dal colosso Tsmc – componenti essenziali per sistemi come l’F-35, i missili ipersonici e, guardando all’Italia, il futuro caccia di sesta generazione Global Combat Air Programme. La caduta di Taiwan, unica democrazia cinese sopravvissuta, darebbe inoltre enorme legittimità al Partito Comunista Cinese e priverebbe l’Occidente di una fonte preziosa di competenze linguistiche e culturali per contrastare la disinformazione di Pechino.

Con riferimento ai cavi sottomarini, quello che è già avviato o facilmente praticabile riguarda soprattutto la condivisione di informazioni: scambio di intelligence su navi sospette (Taiwan ha già compilato una blacklist di 52 imbarcazioni cinesi sotto bandiera di convenienza), segnalazione precoce di anomalie nei pattern di navigazione e adozione di standard comuni per identificare le cosiddette shadow fleet. L’Europa ha vissuto il caso della Yi Peng 3 nel Baltico, Taiwan ha vissuto Shunxin 39 e Hong Tai 58 nello Stretto: le modalità operative sono quasi identiche, quindi condividere dati e procedure ha un senso immediato e relativamente de-politicizzato.

Una seconda dimensione è normativa e giuridica, e forse è quella più sottovalutata nel dibattito pubblico. Taiwan ha appena emendato sette leggi per rafforzare i poteri di fermo, ispezione e confisca dei vettori responsabili di danni ai cavi. Il problema di fondo, però, restano le norme internazionali: la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare lascia enorme spazio di impunità, perché solo lo Stato di bandiera ha giurisdizione sulle proprie navi in alto mare, e le bandiere di convenienza sono per definizione Stati che non collaborano. Il caso della Yi Peng 3 ne è la prova: la Svezia ha criticato apertamente la Cina per aver impedito un’ispezione completa, ma non aveva strumenti per forzarla. Qui Europa e Taiwan potrebbero lavorare insieme per spingere verso norme più stringenti, anche se Taipei non siede in nessuna sede Onu: in pratica significherebbe che i Paesi europei facessero da megafono delle posizioni giuridiche taiwanesi all’Organizzazione marittima internazionale o in altri fori multilaterali.

Una terza dimensione, più delicata, riguarda la sorveglianza marittima. L’Europa sta potenziando la propria presenza navale nelle aree sensibili – Mar Baltico e Mediterraneo – con operazioni di monitoraggio dei fondali e collaborazioni pubblico-privato: la Marina Militare e Sparkle hanno siglato un accordo proprio per la sicurezza di queste infrastrutture critiche. Alcune capacità sviluppate in questo contesto, come droni sottomarini e sistemi di rilevamento acustico, potrebbero essere oggetto di trasferimento tecnologico o di esercitazioni congiunte con Taiwan. Si entra però in un territorio geopoliticamente scivoloso, perché significherebbe una cooperazione de facto in ambito difensivo che molti governi europei ancora faticano a nominare esplicitamente.

C’è infine la dimensione industriale: chi costruisce e ripara i cavi? Le grandi aziende di posa e manutenzione sono poche. Accelerare le capacità di riparazione rapida e garantire che le navi posacavi non siano vulnerabili a pressioni cinesi è un tema su cui Europa e Taiwan potrebbero coordinarsi, anche perché molti cavi che transitano per l’Indo-Pacifico toccano interessi europei diretti.

L’incidente della Yi Peng 3 ha fatto molto per spostare la percezione europea sul tema. Trasformare quella percezione in strutture di cooperazione durature con Taiwan, però, richiede la buona volontà di governi disposti ad andare oltre il timore di irritare Pechino. E quella è un’altra storia.

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