Serve una strategiaL’Italia deve imparare a reagire alle minacce ibride

Nel 2025 Roma ha finalmente abbandonato ogni ambiguità sui pericoli di disinformazione, coercizione economica e cyberattacchi: fanno parte di strategie ostili coordinate. Intelligence, Parlamento e Quirinale hanno adottato una definizione condivisa del fenomeno, mentre nuovi episodi, dai droni sugli aeroporti ai sabotaggi infrastrutturali, hanno reso evidente la sua natura sistemica. Ora serve una strategia che integri tutti gli attori e un Consiglio di sicurezza nazionale capace di coordinare politiche e risposte

AP/LaPresse

Complice una postura di deterrenza percepita debole e indecisa, i nostri avversari hanno considerato i tempi maturi per misure di pressione sempre più fisiche e visibili, di cui i droni fluttuanti nei cieli degli aeroporti europei sono l’incarnazione più plastica e recente. Inoltre, la fin troppo graduale presa di coscienza di un divario transatlantico ormai forse incolmabile ha contribuito a un sano senso di allarme su una minaccia finora sacrificata a questioni più compatibili con la soglia di attenzione dell’opinione pubblica. È dunque finito il negazionismo e si è attenuata la confusione. Dall’intelligence al Parlamento, fino al Quirinale e ai ministeri più sensibili, le minacce ibride sono entrate nel lessico quotidiano.

La relazione annuale del “Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica”, pubblicata a inizio anno, introduce finalmente una definizione completa del perimetro della minaccia ibrida: interferenze sui processi democratici, disinformazione, coercizione economica e attacchi cyber. È la prima volta che il comparto intelligence ricompone pubblicamente questi fenomeni in un’unica cornice concettuale, riconoscendo che non si tratta più di episodi isolati ma di tasselli di campagne concertate attorno a un unico obiettivo strategico.

Seguendo questo sentiero, la 3ª (Esteri e Difesa) e 4ª (Politiche dell’Unione europea) Commissione del Senato hanno condotto un ciclo di audizioni sulle ingerenze straniere nei processi democratici, culminato in una risoluzione che riconosce l’esistenza di attori esterni impegnati in operazioni di manipolazione dell’informazione, influenza politica e pressione economica, con l’obiettivo di condizionare opinione pubblica e processi decisionali.

Un altro segnale è arrivato dal Quirinale. A novembre, il Consiglio Supremo di Difesa, che con lungimiranza aveva già messo a fuoco la «trasversalità delle minacce ibride» nel 2023 e la necessità «di una più efficace architettura di sicurezza», ha per la prima volta inserito il tema all’ordine del giorno della sua ultima riunione, ribadendo la necessità di nuovi strumenti per affrontare la sfida.

Infine, il non-paper diffuso dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, non introduce novità sostanziali ma descrive in modo accessibile una minaccia complessa e ne mette in luce il perimetro.

Nel frattempo, le minacce ibride si fanno spazio in televisione e sui giornali: droni sugli aeroporti, esplosioni subacquee e tagli di cavi sottomarini segnano uno spostamento verso l’estremo più violento dello spettro e attirano l’attenzione pubblica.

Nel 2025, dunque, abbiamo preso atto che le minacce ibride esistono e sono più ampie della loro dimensione cibernetica o cognitiva. Siamo più vicini a comprenderne l’essenza sistemica, ovvero il modo in cui le loro gradualità e dispersione fanno leva sulle caratteristiche fondamentali delle società democratiche, trasformando la libertà in superficie di attacco. È il momento di passare alla cura. Per l’Italia, significa partire dalla constatazione che l’architettura di sicurezza nazionale è stata superata dall’evolvere delle sfide. Parlare di minacce ibride significa prendere atto che le minacce multivettoriali richiedono un nuovo concetto di sicurezza nazionale, verso un perimetro che abbracci sanità, competitività, ricerca accademica e altri ambiti tradizionalmente estranei.

È altrettanto cruciale accettare che la trasversalità delle rivoluzioni tecnologiche, e il fatto che da esse dipende sempre di più il benessere collettivo, impone alle democrazie liberali un nuovo rapporto pubblico-privato. Siccome le nostre tecnologie e infrastrutture sono in misura preponderante in mano a soggetti privati, essi sono una parte fondamentale della nostra superficie di attacco. Nei sistemi autoritari, dove gli interessi dei privati sono in ultima analisi subordinati a quelli dello Stato, questo problema semplicemente non esiste. In un’epoca in cui la supremazia tecnologica coincide sempre di più con quella strategica, le società libere sono invece costrette a cercare un nuovo equilibrio fra Stato e aziende per evitare la sottomissione o lo scivolamento, a loro volta, verso l’autoritarismo.

Riconoscere le minacce ibride significa dunque rimodulare l’architettura di sicurezza all’insegna della fusione. In particolare, alla stregua di quanto fatto dai suoi principali alleati, l’Italia deve dotarsi di un Consiglio di sicurezza nazionale, un organo non di vertice e non di crisi, che funga da punto di fusione costante e permanente delle priorità dei diversi stakeholder (fra cui i privati da cui dipende l’infrastruttura critica del Paese) in una direttrice di governo armonica. In virtù dei suoi compiti di coordinamento, l’organo dovrebbe essere guidato da una figura di diretta emanazione del capo del governo, e non di una delle amministrazioni che lo compongono. Oltre a essere una garanzia di imparzialità, questo rispecchia la necessità di rafforzare un concetto di sicurezza nazionale completo e non appiattito su una delle sue dimensioni tradizionali, evitando i tempi lunghi e le risposte frammentate tipiche delle architetture a silos – le condizioni in cui le minacce ibride prosperano e l’esito su cui puntano i nostri avversari. La frammentazione, e la debolezza che ne discende, sono mali anche europei. A fronte del proliferare del dibattito e della consapevolezza, i Paesi dell’Unione europea sembrano ancora sostanzialmente inermi su deterrenza e ritorsione. Le minacce ibride prosperano perché restano al di sotto della soglia che innescherebbe una risposta forte, chiara e visibile: non abbastanza gravi da scatenare misure straordinarie ma sufficientemente incisive da modificare percezioni e comportamenti ed erodere il sistema.

Se questo è il terreno scelto dai nostri avversari, l’Europa deve smettere di inseguire e cambiare il parametro che permette alla minaccia di perpetuarsi, ovvero la soglia di reazione. Oggi è troppo alta, prudente, ancorata a una concezione novecentesca della coercizione. Abbassarla non significa cedere all’escalation ma ridefinire ciò che consideriamo accettabile nella zona grigia, e chiarire che certi comportamenti rappresentano a tutti gli effetti un attacco alla sicurezza nazionale. Ciò implica decisioni che finora l’Europa ha esitato a prendere. Se droni anonimi sorvolano aeroporti civili, vanno neutralizzati senza esitazione. Se fondi riconducibili a reti russe di influenza, propaganda o intermediazione energetica vengono congelati, devono essere requisiti e destinati a rafforzare le capacità di difesa contro quelle stesse minacce. Se navi sospette operano nei pressi di cavi sottomarini o infrastrutture energetiche, occorre prevedere protocolli di intervento automatici, non rinviabili a valutazioni caso per caso. Anche nel dominio informativo, una soglia più bassa implica capacità di attribuzione più rapide e una comunicazione pubblica più assertiva.

Serve dunque una nuova grammatica della deterrenza, fondata meno sull’eccezionalità della risposta e più sulla sua prevedibilità. Reagire presto e reagire sempre.

Sia sul piano nazionale che su quello europeo, passare dalla consapevolezza all’azione richiederà un bene sempre più scarso, il coraggio politico. In particolare, quello di toccare lo status quo, gli equilibri istituzionali e l’inclinazione al rischio; di dotarsi di strumenti che riducono l’ambiguità, anziché moltiplicarla; di dichiarare che la vulnerabilità non è il prezzo della democrazia, ma il risultato delle sue esitazioni. Il 2025 è stato l’anno del risveglio.

Il 2026 deve essere quello della scelta: rimanere fermi nella propria postura difensiva, continuando a lasciare l’iniziativa ai nostri avversari, o decidere di rispondere nello spazio grigio con la stessa determinazione di chi lo utilizza contro di noi.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.

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