Geometria variabileVon der Leyen spinge l’Europa a più velocità per sbloccare gli investimenti

I leader dell’Ue provano a superare il meccanismo dell’unanimità senza rompersi: la presidente della Commissione apre alla cooperazione rafforzata, mentre Meloni e Merz parlano di eurobond e “Made in Europe”. La sfida è diventare una potenza senza aspettare che tutti siano pronti

AP/Lapresse

L’Europa deve trovare capitali, ridurre le barriere interne e trasformare il mercato unico in una leva di crescita economica. È su questi principi che nei giorni scorsi la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha rimesso sul tavolo l’idea di un’Europa a più velocità. «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata», ha detto giovedì al termine del ritiro informale dei leader al castello di Alden Biesen, in Belgio.

Sul tavolo c’erano dossier concreti: l’integrazione dei mercati dei capitali, la riduzione dei costi energetici, la semplificazione normativa, la nascita di un “ventottesimo regime” per le imprese europee, nel solco dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta. In altre parole, si deve evitare che l’Unione resti un grande mercato frammentato mentre Stati Uniti e Cina giocano la partita delle grandi potenze.

Von der Leyen ha rilanciato il Capital Markets Union — dal marzo 2025 evolutasi nella Savings and Investments Union, l’iniziativa strategica di Bruxelles per creare un mercato unico dei capitali in tutti gli Stati membri — come strumento per mobilitare fino a quattrocentosettanta miliardi di investimenti. E ha aggiunto un avvertimento politico: se entro giugno 2026 non ci saranno progressi sostanziali, un gruppo di nove Stati potrà chiedere e ottenere di procedere con la cooperazione rafforzata.

Perché proprio nove? La risposta è, come sempre, nel Trattato sull’Unione europea (TUE). In particolare l’articolo 20, quello che disciplina la cooperazione rafforzata. Questo strumento consente a un gruppo di Stati membri di avanzare insieme su specifici dossier, purché gli obiettivi non possano essere raggiunti dall’Unione nel suo insieme e partecipino almeno nove Paesi. Si intuisce che la cooperazione rafforzata nasce per essere un’eccezione, non la regola. Ma al momento sembra uno strumento indispensabile. «Spesso ci muoviamo alla velocità del più lento», ha detto von der Leyen. Così l’idea è evitare che il minimo comune denominatore definisca al ribasso l’ambizione europea.

I numeri parlano di una frammentazione della forza economica. Secondo il Fondo monetario internazionale, le barriere interne equivalgono a dazi del quarantaquattro per cento sui beni e del centodieci per cento sui servizi. Il commercio intra-Ue è sceso dal 23,5 al ventidue per cento del Pil tra il 2023 e il 2024.

Per questo ad Alden Biesen si è discusso anche della cosiddetta “European preference”: favorire imprese europee in settori strategici come intelligenza artificiale, difesa, spazio, tecnologie pulite. È una specie di contro-protezionismo dal volto umano. L’Ue non spingerà mai per una vera chiusura dei mercati, ma può darsi un criterio di selettività negli appalti pubblici e negli investimenti strategici.

Su questo punto si apre la solita frattura metodologica tra Francia e Germania. Parigi spinge per un “Buy European” rigoroso, limitato ai Paesi dell’Area economica europea, con clausole stringenti sul contenuto locale. In sostanza: se il denaro è europeo, anche la produzione deve esserlo. La Germania, più esposta all’export e più attenta alle ritorsioni commerciali, preferisce un approccio più elastico, una specie di “Made with Europe” che includa partner affidabili e Paesi con cui esistono accordi di libero scambio. La Commissione cerca di mediare, di favorire prodotti con contenuto europeo nei settori critici, ma prevedere eccezioni per i cosiddetti trusted partners, nel rispetto delle regole del commercio internazionale.

La discussione non è solo un tecnicismo, riguarda la postura dell’Europa rispetto al mercato mondiale: se Bruxelles vuole diventare una potenza industriale e tecnologica, deve decidere fino a che punto è disposta a usare il mercato unico come leva strategica.

La presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni ha annunciato un gruppo di lavoro su competitività guidato da Italia, Germania e Belgio – con diciannove Paesi presenti al pre-vertice. Meloni si è detta «favorevole agli eurobond», specificando però che «è un tema divisivo». Il classico artificio retorico per avere il piede in due scarpe. La prudenza (o indecisione) di Meloni è condivisa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, decisamente più cauto di Emmanuel Macron.

Meloni probabilmente vorrebbe imporsi come ponte tra Nord e Sud Europa, tra frugali e interventisti. Ma se si vogliono rispettare i piani di competitività delineati da Draghi bisognerà trovare uno strumento comune di finanziamento, in un modo o nell’altro. Nel rapporto Draghi del 2024 si stimava in ottocento miliardi di euro l’anno il fabbisogno di investimenti aggiuntivi; la Bce oggi parla di milleduecento miliardi perché include le nuove ambizioni di difesa: senza integrazione dei mercati dei capitali, senza strumenti comuni di finanziamento, senza una politica industriale coordinata, quelle cifre restano irraggiungibili.

Chiuso il vertice di Alden Biesen, ieri si è aperta la Conferenza sulla sicurezza di Monaco. I due appuntamenti affrontano dossier diversi – economia da una parte, politica estera dall’altra – ma il tema di fondo è comune: l’Europa può essere un grande mercato, e in parte lo è già, o ambire a diventare una grande potenza. Dopotutto, autonomia industriale e difesa sono due facce della stessa medaglia.

Il mondo non aspetta che l’Europa risolva i suoi dilemmi interni. Stati Uniti e Cina competono in ogni angolo del pianeta su più fronti contemporaneamente – economia, deterrenza, risorse. Se l’Unione vuole evitare di diventare un’arena regolata dalle scelte altrui, deve imparare a muoversi più velocemente, magari attraverso un’integrazione imperfetta, a più velocità, tutto quel che serve per non restare immobile.

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