Deterrenza senza briglieFine degli accordi Start, all’orizzonte una nuova corsa all’atomica

Dal 1972 in poi, la stabilità tra superpotenze si era fondata su limiti verificabili, ispezioni reciproche e riduzioni progressive degli arsenali. Oggi quel quadro si sgretola: Mosca aggiorna la triade, Pechino accelera sull’espansione, Washington ripensa le proprie difese. In un sistema ormai tripolare e ad alta tecnologia, cresce l’incertezza e si affaccia il pericolo di errori di calcolo, umani o algoritmici

AP/LaPresse

Lo scorso 4 febbraio, l’ultimo grande accordo sulla regolamentazione delle armi atomiche, il trattato New Start, ha cessato di esistere. La sua fine porta a compimento un lungo processo di controllo degli armamenti iniziato nel 1972 con la firma degli accordi Salt e Abm. Con essi, Stati Uniti e Unione Sovietica stabilizzarono le proprie capacità di deterrenza nucleare, garantendo un periodo di relativa stabilità e sicurezza strategica.

Il trattato Salt (Strategic arms limitation talks) regolamentava i dispositivi di tipo offensivo, quindi tutti quei mezzi, tra cui missili e sottomarini, capaci di lanciare un attacco atomico su vasta scala e lungo raggio. L’intesa Abm (Anti-ballistic missile), invece, si occupava delle difese strategiche, ossia di quelle contromisure atte a limitare le capacità offensive avversarie. L’accordo consentì la costruzione di due siti Abm per parte, di cui uno a difesa della più importante base militare con capacità di attacco nucleare proprio per garantire la possibilità di esercitare una rappresaglia atomica.

In un certo senso, regolamentando capacità di difesa e attacco, i due accordi stabilizzarono, garantendola, la cosiddetta Mad (mutual assured destruction), dottrina in base alla quale, in caso di attacco nucleare condotto da una superpotenza, l’altra avrebbe comunque avuto a disposizione una capacità di rappresaglia atomica, cosiddetta di second strike, sufficiente a infliggere perdite devastanti – se non, persino, la totale distruzione – alla parte attaccante. Entrambe, consapevoli della rappresaglia che le avrebbe colpite in caso di primo attacco (first strike), sarebbero state dissuase dal compierlo.

Il cammino per la regolamentazione degli armamenti strategici era appena iniziato, la corsa agli armamenti atomici era in pieno sviluppo e le due superpotenze pensarono di frenarla stabilendo un tetto massimo a vettori e testate nucleari che, al momento della firma del trattato, non era stato ancora raggiunto. Nel caso del Salt, si potrebbe parlare, pertanto, di limiti al rialzo: Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero potuto continuare a produrre e schierare dispositivi strategici sino al raggiungimento di ogni particolare tetto massimo (distinto per tipologia di sistema d’arma) concordato.

Con la serie Start (Strategic arms reduction treaty), invece, il controllo degli armamenti raggiunse un livello di sviluppo più elevato. Si trattava di accordi che non stabilirono più delle soglie massime da raggiungere, bensì dei limiti al ribasso, cioè valori che erano già stati superati, per il cui rispetto sarebbe stato necessario distruggere missili, bombardieri e sottomarini già in servizio.

Il primo trattato della serie, lo Start I, venne firmato nel 1991 e consentì una significativa riduzione di vettori e testate. Per avere un’idea del peso strategico di questo accordo si tenga presente che, al momento della firma, Stati Uniti e Unione Sovietica disponevano di circa 10.000 testate nucleari strategiche installate su missili terrestri (Icbm, inter-continental ballistic missile), navali (Slbm, submarine-launched ballistic missile) e bombardieri pesanti. Lo Start I fissò il tetto delle 6.000 ogive per parte, comportando una riduzione del 40% dell’arsenale di testate nucleari strategiche allora schierato. Si tenga presente che quando si parla di “testate nucleari strategiche” si fa riferimento a ogive ad altissimo potenziale distruttivo, dell’ordine di centinaia di kilotoni se non – persino – decine di megatoni. Bombe, quindi, decine o centinaia di volte più potenti di quelle sganciate su Hiroshima (15 kilotoni) e Nagasaki (20 kilotoni).

Per quanto riguarda i vettori (missili, sottomarini e bombardieri pesanti), se al momento della firma gli Stati Uniti disponevano di circa 2.000 dispositivi e l’Unione Sovietica 2.400, il limite delle 1.600 unità comportò la distruzione, rispettivamente, del 20 e 33% degli arsenali.

Queste riduzioni diedero risultati concreti sul piano della sicurezza strategica, abbassando i rischi di guerra nucleare grazie al minor numero di atomiche schierate e maggior collaborazione tra Stati.

Il trattato New Start rientrava nel solco della tradizione di buone pratiche per la regolamentazione degli arsenali strategici tracciato dal primo accordo Start. Firmato nell’aprile 2010 da Barack Obama (Stati Uniti) e Dmitrij Medvedev (Federazione Russa), l’accordo stabiliva dei limiti allo schieramento di vettori e testate ancor più stringenti rispetto a quelli concordati nel 1991: tetto massimo di 700 dispositivi per parte tra missili balistici intercontinentali terrestri, missili a lungo raggio posizionati su sottomarini strategici e bombardieri pesanti. Sul totale di questi mezzi non sarebbe stato possibile caricare un numero di testate superiore alle 1.550 unità. Venne poi previsto un ulteriore limite di 800 unità tra pozzi di lancio (cosiddetti silos) per Icmb e Slbm, e bombardieri pesanti, operativi e in riserva.

A garanzia del rispetto dei limiti previsti, il trattato stabilì una serie di controlli e obblighi di aggiornamento sullo stato delle forze: ispezioni a basi e siti dove erano schierati i sistemi d’arma (18 sopralluoghi l’anno per parte), l’invio di report sullo stato di vettori e testate (ogni sei mesi) e la notifica di qualsiasi aggiornamento sul numero e le caratteristiche tecniche dei dispostivi strategici e sulle strutture dove erano dislocati (frequenza giornaliera). In caso di controversie, le parti avrebbero potuto ricorrere a un apposito organismo, la Bilateral consultative commission, per favorire la risoluzione pacifica delle stesse.

Il trattato entrò in vigore il 5 febbraio 2011, con una durata iniziale di dieci anni e la possibilità, a scadenza, di procedere a proroghe di cinque anni ciascuna. Alla prima scadenza, nel febbraio 2021, Stati Uniti e Federazione Russa concordarono un primo prolungamento che ha permesso l’estensione della validità dell’accordo sino al 4 febbraio 2026. Dopodiché, come è noto, non vi è stata alcuna proroga e il trattato si è, pertanto, concluso.

Se si confrontano i limiti indicati nel 1991 e quelli in vigore sino a qualche settimana fa si nota quanto siano importanti le loro differenze numeriche, il che è interpretabile come un segnale di progresso dei meccanismi di gestione e controllo degli armamenti e del clima di stabilità strategica che è prevalso negli ultimi decenni. Ma, allo stesso modo, la mancata proroga del New Start è un indicatore del fatto che quella stessa stabilità strategica, oggi, non è più garantita.

Lo scenario internazionale dei primi mesi del 2021 (in cui fu possibile procedere alla proroga dell’accordo) è ben diverso da quello odierno: l’invasione su vasta scala dell’Ucraina non era ancora avvenuta e i più importanti competitor degli Stati Uniti, la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese, non avevano ancora adottato una postura nucleare che condizionerà, poi, gli sforzi per il mantenimento della bilancia strategica globale.

Da tempo Mosca è impegnata in un piano di potenziamento di tutte le componenti della triade strategica che prevede, tra le altre cose, la messa in servizio di nuovi Icmb (RS-24 Yars), sottomarini (classe Borey) e una nuova versione del bombardiere strategico Tu-160 Blackjack, denominata “Tu-160M2”. Questo processo ha riguardato vettori regolamentati dalle disposizioni del New START: pertanto, è avvenuto nel pieno rispetto dell’accordo.

Ma, nel marzo 2018, il presidente russo Vladimir Putin annunciò lo sviluppo di ben sei nuovi sistemi d’arma con capacità di attacco nucleare i quali, a eccezione del primo, per le particolari caratteristiche tecniche sembrerebbero non rientrare tra quelli disciplinati dal trattato: il missile intercontinentale a testate multiple Sarmat (sostitutivo del missile SS-18 Satan, regolamentato dal New Start), i missili ipersonici Khinzal e Zircon, il veicolo di rientro ipersonico con avanzate capacità di elusione delle difese antimissile avversarie Avangard, il missile da crociera a propulsione nucleare Burevestnik e il vettore sottomarino capace di trasportare una testata atomica da decine di megatoni Status-6/Poseidon. Tutti questi sistemi sembrerebbero operativi o prossimi alla messa in servizio. Il Kinzhal, tra l’altro, nella versione a testata convenzionale, viene spesso impiegato in attacchi missilistici contro obiettivi in Ucraina. Inoltre, nel novembre 2024, Putin ha promulgato un nuovo testo della dottrina strategica che abbassa la soglia di impiego delle armi nucleari, rendendo così il loro utilizzo meno incerto.

È chiaro che, in uno scenario caratterizzato da un forte richiamo russo all’atomica, l’interesse americano per una proroga del New Start si è – quantomeno – ridimensionato.

A ciò va aggiunto il fatto che, causa pandemia da Covid-19, da marzo 2020 le ispezioni alle basi erano state interrotte, e da qualche anno l’impegno del Cremlino al rispetto del trattato era alquanto limitato. Utilizzando come pretesto un attacco con droni a una base di bombardieri strategici russi (velivoli regolarmente impiegati in attacchi convenzionali contro l’Ucraina), infatti, nel febbraio 2023 Putin dichiarò la sospensione della partecipazione russa all’accordo. Da allora Mosca non ha più trasmesso alla controparte americana i report e gli aggiornamenti sullo stato dell’arsenale strategico.

Il Cremlino ha spesso dichiarato l’intenzione di continuare a rispettare i limiti numerici del trattato, un impegno formale di limitato valore visto che i meccanismi di controllo e verifica sono fattori determinanti, sui quali si è fondata la volontà delle parti di siglare l’accordo. Senza di essi, l’intesa non ha alcuna concretezza ed è priva di qualsiasi ragion d’essere.

Ma, oltre all’atteggiamento della Federazione Russa, sulla mancata proroga del New Start ha certamente pesato la politica di riarmo strategico della Repubblica popolare cinese. Il presidente statunitense Donald Trump lo ha evidenziato più volte, soprattutto negli inviti a Pechino per diventare parte dell’accordo (o di un nuovo trattato simile a esso). Xi Jinping, però, non ha mostrato alcun interesse a partecipare a eventuali negoziati a riguardo. Il motivo è semplice: da anni la Cina sta portando avanti un importante programma di potenziamento del proprio deterrente nucleare, con investimenti rivolti soprattutto alle forze missilistiche strategiche e ai mezzi alla Marina.

Si prenda in considerazione, a tal proposito, la costruzione di tre nuove basi di lancio per missili balistici intercontinentali nelle regioni interne del Gansu (città di Yumen), Xinjiang (Hami) e della Mongolia interna (Ordos). Su queste installazioni militari potrebbe essere schierata la nuova variante del missile balistico intercontinentale DF-31 armata di testate multiple indipendenti Mirv (multiple independently-targetable reentry vehicles), denominata “DF-31BJ”, e il DF-61, mezzo mostrato alla parata militare dello scorso 3 settembre, armato con un veicolo di rientro ipersonico con avanzate capacità di elusione delle difese missilistiche avversarie che richiama l’Avangard russo citato in precedenza.

Per quanto riguarda la Marina, invece, appare opportuno ricordare il varo di due nuovi sottomarini strategici Type-094 (classe Jin), che quando entreranno in servizio porteranno a otto il totale di questo tipo di vascelli schierati. Tra l’altro, è in fase di sostituzione il sistema d’arma più importante caricato su queste unità, il missile balistico a lunga gittata Juland JL-2, che verrà sostituito dal più moderno JL-3, vettore armato con una testata di circa 500 kilotoni, accreditato di un raggio d’azione di almeno 9.000 km. Entro la fine del decennio, poi, dovrebbe entrare in servizio un’altra classe di sottomarini strategici, i Type-096 classe Tang, certamente più performanti dei Type-094.

Oltre ai vettori, la Repubblica popolare cinese sta investendo anche nell’ampliamento dell’arsenale atomico: in soli cinque anni ha raddoppiato il numero di testate, passando da 300 a 600 unità, con previsione di raggiungere il migliaio entro la fine del decennio.

La Cina non ha alcun interesse a siglare un accordo simile al New Start. Per poter sostenere lo scontro geopolitico con Washington, Pechino necessita di un deterrente nucleare più ampio di quello oggi a disposizione: 300 missili balistici intercontinentali, sei sottomarini strategici e una dozzina di bombardieri H-6N sono numeri lontani dal limite dei 700 vettori imposto dall’accordo. Stesso ragionamento per quel che riguarda le testate: sia l’ammontare corrente (600 ogive) che quello previsto nel 2030 (1.000) resta ben al di sotto del valore di 1.550 concordato tra Stati Uniti e Federazione Russa nel New START. Quindi, nonostante gli appelli a sottoscrivere una proroga dell’accordo, coinvolgendo, eventualmente, la Repubblica popolare cinese, la realtà è che nessuna delle parti ha interesse a farlo.

Sembrerebbe si stia già sviluppando una sorta di spirale del riarmo strategico per la quale, secondo un effetto domino, l’iniziativa di un Paese indurrebbe gli altri a rispondere con nuovi programmi militari. Si pensi al Golden Dome, il progetto per la costruzione di un complesso sistema di difesa strategica promosso recentemente dall’amministrazione Trump: non è da escludere che sia stato proprio il potenziamento degli arsenali russo e cinese a spingere la Casa Bianca per il suo sviluppo. Allo stesso modo, in vista di un nuovo scudo spaziale americano che richiama le Star Wars di Ronald Reagan (Sdi, Strategic defense initiative) e un crescente deterrente nucleare cinese ai confini asiatici, Mosca potrebbe ritenersi giustificata nel portare avanti  gli sforzi finalizzati alla modernizzazione e sviluppo del proprio arsenale.

Così come Pechino, a sua volta, tenuto conto delle iniziative di Washington e Mosca, si riterrebbe ancor più giustificata nel proseguire lo sviluppo dei programmi di potenziamento della propria triade strategica. E così via, seguendo, appunto, una spirale di riarmo atomico tra potenze nucleari per la quale, oggi, risulta difficile ipotizzare come e quando arriverà a termine.

Le conseguenze di questo processo sono diverse. Sul piano regionale, un aumento degli arsenali di questi Paesi potrebbe innescare delle reazioni da parte di altre potenze nucleari minori. Pensiamo al riarmo della Cina, che potrebbe suscitare qualche timore per l’India la quale, per mantenere una certa scala di equilibrio di deterrenza regionale, potrebbe essere incentivata ad aumentare il numero di vettori e testate. A sua volta, questo porterebbe a una medesima reazione in Pakistan.

Stesso discorso potrebbe riguardare l’Europa. A fronte del potenziamento strategico russo, Francia e Regno Unito potrebbero intraprendere nuovi programmi per rafforzare le proprie forze di deterrenza nucleare, ancor più in un frangente storico in cui gli Stati Uniti chiedono un maggior impegno degli europei nella difesa del continente.

A livello mondiale, invece, un ammontare maggiore di testate nucleari aumenterebbe, per un semplice fattore numerico, i rischi di incidenti dovuti a falsi allarmi. Ciò è ancor più vero nella misura in cui Mosca e Pechino sembrerebbe stiano impiegando l’Intelligenza Artificiale nella gestione del proprio deterrente. Che sarebbe accaduto, la notte del 26 settembre 1983, se nel bunker Serpuchov-15 al posto del Tenente colonnello Stanislav Petrov ci fosse stata una macchina? Avrebbe evitato di segnalare, impropriamente, un attacco missilistico americano evitando, così, la rappresaglia nucleare sovietica?

Quando iniziò il processo di regolamentazione degli armamenti strategici i contendenti erano soltanto due, Stati Uniti e Unione Sovietica. Un contributo importante alla firma del Salt I venne dato dalla Crisi dei missili di Cuba dell’ottobre del 1962. L’episodio viene ancora oggi ricordato come quello che portò il mondo a un passo dalla catastrofe atomica. Fu uno shock, tanto per i decisori politici quanto per i cittadini, uomini e donne di entrambi i blocchi, al punto che, chi ebbe modo di viverlo, ricorda ancora oggi la tensione internazionale di quei giorni.

Lo scenario di oggi è diverso rispetto a quello di 60 anni fa. Probabilmente è più complesso per via del fatto che gli attori più importanti sul piano della deterrenza nucleare di livello strategico sono almeno tre. L’auspicio è che in questa nuova era atomica si possa trovare un equilibrio senza che sia necessario un ulteriore shock nucleare come fu, al tempo, quello di Cuba. Anche perché, in alcune basi missilistiche di Mosca e Pechino, potrebbero non esserci più degli Stanislav Petrov capaci di mettere in dubbio un first strike con soli cinque Icbm, ma dei software di Intelligenza Artificiale capaci di scambiare il riflesso dei raggi del sole su alcune nuvole come tracce termiche di missili americani in arrivo, attivando così una rappresaglia atomica in risposta a un attacco mai avvenuto.

X