Russificazione forzataSenza libertà politica, la Georgia rischia di perdere la sua identità culturale e sociale

Il regime di Tbilisi sta adattando la legalità formale all’obiettivo della completa normalizzazione antidemocratica di un Paese trasformato in una periferia di Mosca. È una minaccia a cui l’Europa deve reagire, perché la riguarda direttamente

AP/Lapresse

Il recente arresto di Zura Manchkhashvili, manifestante pacifico contro il governo di Sogno Georgiano, segna l’ennesimo passo indietro nella sempre più compromessa democrazia georgiana. Questa vicenda, pur sembrando una piccola nota di cronaca locale, getta luce su una crisi ben più profonda di quanto le vicende quotidiane possano raccontare.

Un arresto per una protesta su un marciapiede potrebbe apparire come un episodio marginale, ma in realtà rappresenta una delle prime crepe visibili di una frattura più grande e inquietante, ma ancora mascherata dietro una formale normalità democratica. Il governo di Tbilisi sta progressivamente consolidando un modello autoritario, dove la libertà di manifestare e di dissentire sta diventando un atto di coraggio, rischioso e potenzialmente molto costoso.

La condanna di Manchkhashvili a cinque giorni di carcere amministrativo, pur essendo avvenuta in un contesto di legalità formale, è la dimostrazione di come il software repressivo abbia infiltrato il sistema giuridico e politico georgiano. Il suo caso è emblematico di una repressione che si nutre di violenze quotidiane, seppur piccole, ma insidiose.

Questa repressione si manifesta, innanzitutto, nel processo di “normalizzazione” delle limitazioni ai diritti fondamentali e costituisce il sintomo di un disegno politico più ampio. Non si tratta solo del caso di un singolo manifestante, ma di un processo organico di politicizzazione e strumentalizzazione della giustizia. Si tratta di un regime, ormai distante dalle sue radici democratiche, che adatta la legalità all’obiettivo di piegare la società civile e garantire il controllo di una classe politica sempre più distante dal popolo ed eterodiretta da Mosca.

La manipolazione del sistema giuridico per ostacolare la libertà di espressione sta diventando uno dei temi centrali. In questo contesto, è legittimo chiedersi se non stiamo assistendo, passo dopo passo, alla creazione di una “democrazia autocratica” che non ha nulla a che fare con i principi europei. I diritti civili, che devono essere considerati concetti universali da difendere e limiti insormontabili all’esercizio di qualunque potere sovrano, sono sacrificati in nome di una presunta stabilità, che coincide con il mantenimento degli attuali equilibri di potere. Ma una democrazia senza libertà non è altro che una maschera per un’autorità sempre più centralizzata e per un dispotismo plebiscitario.

Se la situazione interna è sempre più preoccupante, l’influenza russa sulla Georgia, sia sul piano politico-culturale che economico, aggiunge una dimensione ulteriore alla crisi.

La Georgia si trova infatti ad affrontare una sottomissione soft alla Russia, un processo lento e subdolo che non si manifesta solo nei conflitti violenti di piazza, denunciati anche dalla Bbc, ma anche attraverso un crescente controllo economico, culturale e politico. La diaspora russa, che ha invaso la Georgia dal 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina, è uno degli strumenti principali di questa strategia di influenza indiretta.

Molti dei nuovi arrivati hanno preso il controllo di settori economici vitali, come il turismo e le tecnologie digitali, introducendo modelli di business che non favoriscono lo sviluppo della competitività locale e che, anzi, aggravano le disuguaglianze economiche. L’influenza della diaspora russa sta accelerando un processo che rende l’economia del Paese sempre più dipendente da investimenti esterni, anziché favorire lo sviluppo autonomo.

Le piccole e medie imprese georgiane si trovano a competere con aziende russe che hanno maggiori risorse, connessioni internazionali e la possibilità di eludere il sistema fiscale. Le disuguaglianze economiche che ne derivano alimentano una crescente frustrazione sociale, specialmente tra i giovani, che vedono ridotte le opportunità economiche e professionali.

Il rischio concreto è che la Georgia si trasformi in un Paese sempre più sottomesso a logiche economiche esterne, dove l’autonomia e l’identità economica locale sono messe in discussione. Una classe imprenditoriale locale, frammentata e incapace di competere, rischia di perdere la propria voce, soffocata dalle forze esterne che vedono la Georgia come un mero punto di transito o un mercato di facile accesso. In questo scenario, l’integrazione europea diventa sempre più lontana, mentre la sottomissione economica alla Russia si fa più concreta.

Non si tratta però solo di economia: l’influenza culturale di Mosca è sempre più invasiva e mette a rischio l’identità georgiana. Mentre il governo georgiano giustifica la sua ambiguità con una realpolitik che sa di paura, mirata a garantire una sopravvivenza precaria e legata agli oligarchi e agli interessi che devono essere esauditi, i cittadini si trovano di fronte a un Paese che ha perso autonomia politica e rischia di perdere anche la propria indipendenza culturale.

La Russia pervade ormai la vita quotidiana della Georgia, e sta minando lentamente ma inesorabilmente la sua identità nazionale. Nel contesto di crescente tensione che attraversa la Georgia, la polarizzazione sociale potrebbe rappresentare un pericolo ancora maggiore per la stabilità del Paese.

Non solo la società georgiana è irritata per il distacco dai valori europei, ma è anche profondamente delusa dalla classe politica. Il governo di Sogno Georgiano ha perso la fiducia di una parte consistente della popolazione, che aveva sostenuto inizialmente il partito di Ivanishvili e accusa ora le élite politiche di aver tradito le promesse di democrazia, libertà e integrazione europea.

La distanza crescente tra il popolo e la politica rischia di compromettere la capacità di reazione della Georgia a questa deriva autoritaria. Se le forze di dissenso non riusciranno a unirsi in un fronte comune, rischiano di essere schiacciate dalla macchina del potere che si è ormai consolidata. In questo scenario, il vero pericolo non è solo l’autoritarismo, ma la frammentazione della società, incapace di fare fronte comune contro l’influenza russa e contro Sogno Georgiano. Le manifestazioni popolari, per quanto diffuse e radicate, potrebbero rimanere semplici scintille in un Paese che rischia di scivolare verso l’apatia e il disincanto.

Il rischio, dunque, non è solo la perdita dell’identità democratica della Georgia, ma anche di quella culturale. La lingua russa sta tornando in auge, il modello economico di Mosca si radica sempre più e la cultura georgiana rischia di essere erosa da un’influenza esterna che non è solo economica, ma anche psicologica e ideologica. La Georgia rischia di diventare una nazione senza radici, priva di una visione chiara di sé stessa, che si adatta a un mondo che non ha scelto. Il paradosso è che la Georgia sta cercando di entrare nell’Europa, ma allo stesso tempo si vede attratta da un modello che l’Europa ha sempre combattuto.

Il popolo georgiano ha davanti una strada lunga e difficile. L’Europa, che ha sempre sostenuto la Georgia nel suo percorso di democratizzazione, non può permettersi di restare in silenzio. Non basta guardare dall’esterno, non basta pronunciare parole vuote. L’Unione europea deve diventare un interlocutore fermo e deciso, che non permetta alla Georgia di smarrirsi nelle sabbie mobili dell’autocrazia. Non c’è più tempo per rimanere spettatori di questa tragica commedia. La libertà di protestare, di dissentire e di esprimere la propria opinione è l’essenza stessa della democrazia. La Georgia deve fare di questa libertà la sua bandiera, non sacrificarla in nome di un’illusoria stabilità.

La battaglia della Georgia non è solo politica, ma esistenziale. Il Paese non deve scegliere solo tra Est e Ovest, ma tra democrazia e autoritarismo. Se non sarà capace di proteggere le proprie libertà fondamentali, se non resisterà alla tentazione della “normalizzazione” dell’intolleranza, la Georgia rischia di trasformarsi in un Paese che sogna l’Europa ma finisce nelle mani di un’altra potenza autoritaria. E sarebbe una sconfitta, non solo per la Georgia, ma per tutta l’Europa.

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