
Da quattro anni gli eroici ucraini si difendono dall’invasione russa su larga scala. Quattro primavere, quattro estati, quattro autunni e cinque lunghissimi inverni di morti, feriti e resistenza. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump insiste per imporre un accordo con Vladimir Putin, tutto a svantaggio di Kyjiv. In questo spazio di ambiguità e stanchezza, tutta occidentale, la lotta di Oleksandra Matviichuk per una pace giusta resta lucida e intransigente. Giurista e direttrice del Center for Civil Liberties, premio Nobel per la Pace nel 2022, Matviichuk ha dedicato questi anni a documentare decine di migliaia di crimini di guerra russi e a sostenere una tesi semplice e scomoda: senza giustizia per il crimine di aggressione, non esiste pace duratura. Linkiesta le ha assegnato il premio Donna europea dell’anno 2025 perché in un momento storico segnato da compromessi facili e memorie corte, il suo impegno difende l’idea stessa di Europa come spazio di diritto, dignità e responsabilità umana. In questi tempi così disumani, non è poco.
Dopo quasi quattro anni di guerra su larga scala, che cosa distingue concretamente una pace giusta da una pace sbagliata, non in astratto, ma nella vita quotidiana degli ucraini?
Lavoro con persone colpite da questa guerra. Posso assicurarvi che in Ucraina le persone sognano la pace. Ma la pace non arriva quando il Paese che è stato invaso smette di resistere. Quella non è pace, è occupazione. E l’occupazione è la stessa guerra, solo in una forma diversa. Non si tratta di cambiare una bandiera di Stato con un’altra. L’occupazione russa significa sparizioni forzate, torture, stupri, negazione della propria identità, adozioni forzate dei propri figli, campi di filtrazione e fosse comuni. Per questo le persone in Ucraina sognano la pace, ma semplicemente non vogliono essere occupate.
Cos’è per lei una pace giusta?
La pace è la libertà di vivere senza il timore della violenza e di avere prospettive a lungo termine. Ed è proprio ciò che milioni di ucraini sotto occupazione russa non hanno. Vivono in una zona grigia e non hanno alcun mezzo per proteggere la propria libertà, i propri beni, la propria vita o i propri figli. Proprio di recente, i russi hanno ucciso una coppia di anziani che cercava di lasciare da sola un villaggio occupato nella regione di Sumy. L’uomo stava trascinando la moglie su una slitta verso un luogo dove li attendevano i soccorritori ucraini. Un drone FPV ha sganciato esplosivi direttamente sulla donna. L’uomo ha pianto per un’ora senza allontanarsi dal corpo della moglie. Poi un secondo drone FPV ha colpito direttamente anche lui.
Cosa teme di più di un trattato di pace ingiusto?
La questione non è se le parti firmeranno un accordo di pace. L’Ucraina ha già firmato due accordi di questo tipo dopo l’occupazione della Crimea. La Russia li ha violati entrambi e ha lanciato un’invasione su larga scala. La vera domanda è se questo accordo di pace sarà in grado di fermare la guerra. Cioè: ci sarà una pace duratura oppure soltanto una pausa, perché Putin possa riorganizzarsi e colpire di nuovo? Per questo dobbiamo discutere di garanzie di sicurezza. Che cosa faranno concretamente gli Stati Uniti e l’Unione Europea se Putin violerà l’accordo e riprenderà la guerra? A suo tempo, l’Ucraina ha rinunciato al terzo arsenale nucleare più grande al mondo in cambio di garanzie di sicurezza, in particolare da parte degli Stati Uniti. Gli ucraini hanno imparato bene questa lezione. Le parole scritte su un foglio non proteggono.
Nel 2025 il Center for Civil Liberties ha documentato oltre 70.000 presunti crimini di guerra. Come si evita che l’accumulo dei fatti produca assuefazione nel pubblico?
Abbiamo riscontrato un numero enorme di crimini di guerra. I russi li utilizzano come metodo di combattimento. I nostri colleghi russi che si occupano di diritti umani lo chiamano “il manuale dei crimini di guerra”. Hanno commesso atrocità terribili in Cecenia, Moldova, Georgia, Mali, Libia e Siria. E non sono mai stati puniti. I russi sono convinti di poter fare tutto ciò che vogliono. Così, mentre questa guerra trasforma le persone in numeri, noi restituiamo alle persone i loro nomi. Perché le persone non sono numeri e ogni vita umana conta. Quando è iniziata l’invasione su larga scala, ho rifiutato di evacuare. Io e il mio team abbiamo continuato il nostro lavoro mentre i russi circondavano Kyjiv. Dopo alcune settimane, ho iniziato a chiedermi: «Per chi stiamo documentando tutto questo? Chi renderà giustizia all’enorme numero di persone che hanno sofferto?». Come avvocata, capivo che ci trovavamo di fronte a un vuoto di responsabilità.
Che tipo di vuoto?
Per esempio, non esiste un tribunale internazionale che possa chiamare Putin e il suo entourage a rispondere del crimine di aggressione. E tutte le atrocità che stiamo documentando sono il risultato della loro decisione di rompere la pace e iniziare una guerra. Sappiamo che difficilmente troveremo nel progetto di accordo di pace qualche riferimento alla punizione dei crimini di guerra russi. Per questo il nostro compito è portare la giustizia su un binario internazionale separato. Mi spiego. La Corte Penale Internazionale non si preoccupa di ciò che verrà scritto nel prossimo accordo di pace con la Russia. La Corte non fermerà i procedimenti né revocherà i mandati di arresto. Dunque il nostro obiettivo è attivare il prima possibile ulteriori meccanismi di responsabilità, in particolare un tribunale speciale per il crimine di aggressione. Tra questi vorrei menzionare anche il credito per le riparazioni, perché la giustizia ha anche una dimensione finanziaria.
Il lavoro sui bambini ucraini deportati è forse il capitolo più sconvolgente della vostra documentazione. Che cosa avete scoperto che l’opinione pubblica europea ancora fatica, o rifiuta, di vedere su questa politica di trasferimenti forzati e rieducazione?
A livello internazionale si parla quasi per nulla di 1,6 milioni di bambini ucraini che vivono sotto occupazione. Vivono sotto una pressione e restrizioni costanti. È vietato loro parlare ucraino. Devono studiare su libri di testo russi, nei quali l’Ucraina non esiste come Stato. Inoltre, sono sottoposti a una militarizzazione totale. I bambini dei territori occupati vengono portati in campi sportivi e “ricreativi”, dove indossano uniformi militari, vivono in caserma e imparano a usare le armi. E questa non è soltanto una questione di diritti umani, ma anche di sicurezza. A partire dai 14 anni, i bambini ucraini sono costretti a ottenere il passaporto della Federazione Russa. Al compimento dei 18 anni, sono soggetti alla leva obbligatoria nell’esercito russo. La Russia sta crescendo una nuova generazione di soldati di Putin partendo da questi 1,6 milioni di bambini ucraini. Perché saranno mandati a uccidere e a morire in qualunque Paese la Russia ordinerà loro di farlo.
Lei ascolta quotidianamente testimonianze di torture, stupri e isolamento estremo.
Ho parlato con centinaia di persone sopravvissute alla prigionia russa. Mi hanno raccontato di essere state picchiate, violentate, rinchiuse in casse di legno, sottoposte a scosse elettriche sui genitali; che sono state tagliate loro le dita, strappate le unghie, perforate le ginocchia, e che sono state costrette a scrivere con il proprio sangue. Una donna mi ha raccontato che le hanno cavato un occhio con un cucchiaio. Nel nostro questionario chiediamo alle vittime se si siano rivolte alle forze dell’ordine o a organizzazioni internazionali per ottenere assistenza legale. Alcune hanno risposto di no, perché non avevano alcuna speranza di ottenere giustizia. Allora ho chiesto loro perché avessero deciso di raccontare la loro storia a me. È emerso che anche le persone che non credono possibile la giustizia continuano comunque a sperare in essa. Ed è per questo che vi hanno affidato racconti che non riescono nemmeno a condividere con le persone più care. E questo comporta una responsabilità enorme.
Alla Conferenza di Ventotene lei ha detto che l’occupazione russa in Ucraina «non riduce le sofferenze, le rende invisibili». Perché questa invisibilità continua a essere così attraente per una parte dell’establishment politico europeo?
Credo che sia perché le persone nei Paesi europei hanno ereditato la sicurezza e la democrazia dai loro genitori. Non hanno mai dovuto lottare personalmente per conquistarle. Sono diventate consumatori della democrazia e danno la libertà per scontata. E la guerra è il tempo delle domande scomode e delle risposte difficili. Difendere il proprio Paese non ha nulla a che vedere con il militarismo. Allo stesso modo, il vero pacifismo non ha nulla a che fare con il compiacere l’aggressore. Nonostante tutte le iniziative di pace, Putin continua la sua offensiva armata al fronte, distruggendo le infrastrutture energetiche e lasciando milioni di persone in Ucraina senza riscaldamento, luce e acqua con temperature sotto zero. La Russia ha il diritto di veto alle Nazioni Unite, possiede armi nucleari, conta 140 milioni di abitanti, dispone di petrolio e gas, cioè di enormi risorse finanziarie. In altre parole, ha un potenziale sproporzionato rispetto al Paese che ha attaccato. Se, in queste circostanze, non si aiutano gli ucraini a contenere l’aggressione russa, di fatto si aiuta la Russia a occupare questo Paese. Credo che le persone all’estero, che non rischiano nulla ma dicono agli ucraini di smettere di resistere e accettare l’occupazione, stiano semplicemente cercando di restare nella propria zona di comfort e di non fare nulla. Ma nel tentativo di rimanere nella loro comodità, hanno ormai superato da tempo i confini dell’etica.
C’è chi sostiene che la giustizia verrà quando la guerra sarà finita. Lei invece insiste che senza giustizia non ci sarà nemmeno una vera fine della guerra. Qual è l’errore concettuale più grave in questa separazione tra pace e responsabilità?
Se vogliamo prevenire guerre di aggressione in futuro, dobbiamo chiamare a rispondere oggi coloro che le iniziano. Sembra del tutto logico, ma nell’intera storia dell’umanità esiste un solo precedente di punizione per il crimine di aggressione: il Tribunale di Norimberga. Tutti gli altri tribunali internazionali di cui avete sentito parlare, per semplificare, hanno giudicato persone per essersi uccise a vicenda, non per aver violato il divieto di aggressione previsto dal diritto internazionale. Dobbiamo portare la guerra di aggressione fuori dal perimetro di ciò che è giuridicamente tollerabile. Il Tribunale di Norimberga è stato un passo fondamentale verso la giustizia nel secolo scorso. Ma ha anche fissato una regola non scritta: che la giustizia sia un privilegio dei vincitori. Perché era un tribunale che ha punito criminali il cui regime era già crollato. Oggi però viviamo in un nuovo secolo, e la giustizia non è un privilegio, ma un diritto umano. Il nostro compito è quindi rendere la giustizia indipendente da come e quando la guerra finirà. Ed è per questo che, francamente, non comprendo il ritardo dei Paesi dell’Unione Europea nell’aderire al tribunale speciale per il crimine di aggressione.
Perché gran parte degli europei non riconoscono la natura imperiale di questa invasione?
Mentre per le società occidentali la fine della Seconda guerra mondiale ha segnato la vittoria del bene sul male, per l’Europa centrale e orientale ha rappresentato la vittoria di un male su un altro. Mentre i criminali di guerra nazisti venivano processati al Tribunale di Norimberga, il Gulag totalitario sovietico non è mai stato giudicato né punito. Quando il mondo intero ricorda le vittime della Seconda guerra mondiale dicendo “Mai più”, la Russia celebra il Giorno della Vittoria proclamando: “Possiamo farlo di nuovo”. Non esiste alcuna giustificazione per le azioni della Russia. Non c’è alcuno scopo legittimo nel costringere le persone a scendere in cantina, ordinare loro di indicare alcuni volontari e poi fucilarli. Nessuno scopo nel divertirsi a sparare con i carri armati contro persone in bicicletta, i cui corpi sono rimasti sparsi per le strade fino alla liberazione. Nessuno scopo nel fare irruzione in una casa, uccidere il proprietario e violentare una madre davanti al figlio di nove anni. Nessuno scopo nel sparare a bruciapelo a un ragazzo di quattordici anni che stava semplicemente giocando con un pallone nel cortile. Non esiste alcuna ragione legittima per fare tutto questo. Né vi è alcuna necessità militare. I russi hanno compiuto questi atti terribili semplicemente perché potevano farlo.
Lei lavora anche a stretto contatto con avvocati e dissidenti russi perseguitati ed esiliati. Che cosa le stanno raccontando oggi sulla società russa?
La Russia è un impero. I popoli oppressi di Bielorussia, Cecenia, Daghestan, Tatarstan, Jakuzia e di altre regioni sono sottoposti a russificazione forzata, espropriazione delle risorse naturali, divieto della propria lingua e cultura, e a un cambiamento forzato dell’identità. Un impero ha un centro, ma non ha confini. Un impero tende sempre a espandersi. Per questo, se la Russia non verrà fermata in Ucraina, andrà oltre. Questa non è la guerra di un solo uomo. È la guerra di un popolo che, nel desiderio di restaurare la “grandezza russa”, ha perso la capacità di distinguere tra bene e male. E così si rallegra per l’occupazione dei territori ucraini e scrive denunce contro il padre di Masha Moskalova, la cui figlia aveva fatto a scuola un disegno contro la guerra. A causa di quel disegno infantile contro la guerra, il padre è finito in prigione e lei stessa in un istituto. Quando chiedo ai miei colleghi russi che si occupano di diritti umani come posso aiutarli, mi rispondono sempre: «Siate semplicemente vincenti». Perché il successo dell’Ucraina e la sconfitta della Russia offrono una possibilità di trasformazione democratica anche all’interno della stessa Russia. Sì, una possibilità non è una garanzia. Ma è un’opportunità reale di muoversi in una direzione diversa dall’autoritarismo e dal militarismo. Ed è proprio per questo che avere una possibilità è un lusso così grande.
In un’Europa che appare stanca, impaurita e tentata dalla normalizzazione dell’aggressione, che cosa significa oggi, per lei, sentirsi europea?
Sono nata nell’Unione Sovietica, che fortunatamente per me è crollata quando avevo sette anni. Noi in Ucraina forse non siamo nati europei, ma lo siamo diventati in questa lotta. Perché la Russia ha messo in discussione i valori che i Paesi europei considerano fondamentali. Questa non è soltanto una guerra tra due Stati, è una guerra tra due sistemi: autoritarismo e democrazia. Putin vuole dimostrare che la democrazia, lo Stato di diritto, la libertà e i diritti umani sono valori fittizi, perché non proteggono più nessuno. Vuole convincerci che un Paese dotato di una potente forza militare e di armi nucleari possa infrangere l’ordine internazionale, imporre le proprie regole alla comunità mondiale e perfino modificare con la forza confini riconosciuti a livello internazionale. Permettetemi di dirlo chiaramente: le persone che vivono nell’Unione Europea non possono permettersi il lusso di stancarsi di questa guerra e di non preoccuparsi della giustizia, della fine dell’impunità per le azioni russe in Cecenia, Moldova, Georgia, Siria, Libia, Ucraina e in altri Paesi del mondo.
Perché?
Perché i prossimi potrebbero essere loro. Putin non ha iniziato questa guerra per impadronirsi di un’altra parte del territorio ucraino. L’ha iniziata per occupare l’intero Paese e andare oltre. Vede l’Ucraina come un ponte verso l’Europa. La sua logica è storica: sogna di restaurare l’impero russo con la sua influenza sul continente europeo. Se oggi le persone nei Paesi europei vivono in sicurezza, è solo perché gli ucraini hanno fatto da scudo, impedendo all’esercito russo di avanzare oltre.