
È probabile che voi – voi, lettori – conosciate alcune frasi celebri di Enzo Tortora. Ad esempio, quella in cui, rivolgendosi ai suoi giudici, dice: «Io sono innocente. Spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi». Oppure l’altra che pronuncia il 20 febbraio 1987, alle venti e trenta circa di un venerdì italiano, mentre va in onda la prima puntata del nuovo ciclo di Portobello, dopo che il presentatore è ritornato vivo dall’inferno giudiziario: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Ma basta sapere qualche frase per conoscere davvero Enzo Tortora? No. No, davvero.
Per conoscere bisogna capire «le due vite di Enzo Tortora», come recita il sottotitolo del libro di Vittorio Pezzuto «Applausi e sputi», che fu edito da Sperling & Kupfer nel 2007 e ritorna ora in libreria con Piemme, con una versione arricchita, aggiornata e che ha tutto il sapore e il valore di un classico che, come tutti i classici, non si conosce e che, invece – maledizione – dovete conoscere. Perché, leggendo le pagine di Pezzuto, giornalista che è tra i fondatori del quotidiano La Ragione, su Tortora s’impara a conoscere sé stessi, ci si guarda allo specchio e si vede l’Italia che non cambia mai, pur mutando.
Cos’è il “caso Tortora”? Il simbolo della malagiustizia. E non siamo ancora immersi nella malagiustizia? Il “caso Tortora” è, allora, il “caso Italia”.
Alle ore 4,15 del mattino del 17 giugno 1983 bussano alla porta di una camera dell’Hotel Plaza di Roma. Si rovista. Si fruga. Si mette un po’ tutto a soqquadro. Poi via con Enzo Tortora, stralunato, che non capisce cosa sta succedendo. L’alfetta va verso via In Selci, sede del nucleo operativo dei carabinieri. Tortora è condotto in ufficio, davanti a una scrivania carica di incartamenti. Poche chiacchiere. «Lei è in stato di arresto». «Come?». «C’è un ordine d’arresto della procura di Napoli». «Ma per cosa?». «Non lo sappiamo». È proprio così: non lo sanno. Devono solo eseguire.
Scrive Pezzuto: «I militari hanno l’ordine di aspettare mezzogiorno per tradurlo nel carcere di Regina Coeli, nessuna fretta deve compromettere la riuscita di una regia studiata da tempo. Il cellulare è stato posteggiato dall’altra parte della strada per meglio consentire a teleoperatori e fotografi di vivisezionare, in tutta calma, il volto del prigioniero, zoomando sulle manette che stringeranno i suoi polsi. Il tempo sgocciola. All’uomo vengono prese le impronte digitali e scattate le foto di rito: faccia e profilo. La faccia e il profilo di Enzo Tortora».
Ora, se avete il libro – oppure quando lo acquisterete – andate nelle pagine centrali del volume, lì dove ci sono le fotografie, e vi troverete anche una di quelle foto scattate la mattina del 17 giugno 1983: Tortora è tra due carabinieri e ha le manette ai polsi. Quella fotografia, scattata quarantatré anni fa, racconta l’Italia di ieri, di oggi, di domani? Racconta – lo vogliate o no – la storia di un Paese intero che pratica l’inciviltà dei processi in piazza, convincendosi che la barbarie del capro espiatorio sia la Giustizia.
La nuova edizione del gran libro di Vittorio Pezzuto reca una Prefazione di Davide Giacalone, che sottolinea, giustamente, che la vicenda di Tortora non è la storia di un errore giudiziario «ma di una speculazione giudiziaria, resa possibile dall’inciviltà collettiva e dal latrare colpevolista dei mezzi d’informazione». Enzo Tortora era, forse, l’italiano più popolare. Sorridente. Gentile. Galantuomo. In una notte e un giorno divenne colpevole. Camorrista. Trafficante di droga.
La sua stessa popolarità si rovesciò in colpa: «Il processo in piazza, il processo sui mezzi d’informazione, non ha alcuna regola – scrive ancora Giacalone – e il cittadino bersaglio non ha alcun modo per difendersi». I giornali, invece di custodire le garanzie civili dei cittadini – c’è differenza tra indagato, imputato, condannato e la presunzione d’innocenza non è uno scherzo – pubblicano documenti forniti dagli stessi procuratori e il cerchio si chiude intorno al collo dell’indagato di turno, che si ritrova privo di habeas corpus, alla mercé di tutti. Non è questo il «caso Tortora»? È questo il «caso Italia».
I giudici che condannarono Tortora – e che, durante le indagini e durante il processo, potevano correggere le proprie accuse, il libro di Pezzuto lo dimostra in modo preciso – fecero tutti carriera, mentre il giudice che lo assolse, Michele Morello, non fece una grande carriera e fu messo sotto procedimento disciplinare al Csm per aver detto: «Abbiamo condannato chi andava condannato e assolto chi andava assolto». Perché c’è sempre bisogno di discernere, criticare, distinguere. Mentre in Italia si fa confusione, si grida, s’incolpa, perché il morbo dell’inciviltà giuridica è dentro di noi e non lo possiamo debellare se non lo riconosciamo e non lo rifiutiamo. Il libro di Vittorio Pezzuto, attraverso il dramma di Enzo Tortora, racconta la storia della coscienza incivile italiana.
