Conosci il tuo nemicoI servizi inglesi allertano partiti e università sulle ingerenze straniere, mentre l’Italia sonnecchia

L’MI5 crea un portale per segnalare interferenze nella ricerca e suona la sveglia alla politica dopo alcuni casi di spionaggio. Da noi, invece, manca una cultura condivisa della minaccia e gli strumenti sono deboli, al più su base volontaria

AP/LaPresse

Potrebbe non essere un caso che i recenti incontri di MI5 e National Cyber Security Centre (Ncsc, l’autorità tecnica del Regno Unito per la sicurezza informatica) con i partiti politici e le università del Regno Unito si siano tenuti pochi giorni dopo il viaggio del primo ministro Sir Keir Starmer in Cina. Potrebbe essere un segnale. Di Londra a Pechino? Del servizio di sicurezza interna e dell’agenzia di cybersicurezza al decisore politico? Possiamo soltanto speculare.

Ciò che appare chiaro, e che emerge anche dagli interventi pubblici dei direttori delle agenzie d’intelligence britanniche, è che il Regno Unito, così come ogni altra democrazia occidentale, è minacciato da altri Stati che sfruttano l’essenza stessa del sistema liberal-democratico, ovvero l’apertura. Blaise Metreweli l’ha detto a dicembre, nel suo primo discorso da C, ovvero da capo del Secret Intelligence (o MI6, il servizio segreto estero): ha parlato di «cyberattacchi contro le infrastrutture critiche; droni che sorvolano aeroporti e basi; attività aggressive nei nostri mari, sopra e sotto la superficie; incendi dolosi e sabotaggi sponsorizzati dallo Stato; operazioni di propaganda e di influenza che aprono e sfruttano le fratture all’interno delle società». Si riferiva alla Russia e al suo mettere alla prova il Paese «nella zona grigia, con tattiche che restano appena al di sotto della soglia del conflitto armato». Basta ascoltare i più recenti interventi del suo predecessore, Sir Richard Moore, in carica fino a settembre, per rendersi conto che probabilmente la scelta di Metreweli di concentrarsi tanto sulla Russia e poco sulla Cina in quel suo primo intervento sia stata dettata da ragioni politiche, non dall’assenza di minacce paragonabili.

Senza dimenticare due aspetti. Primo: per Londra, Mosca e Pechino non sono uguali. La Russia è uno dei due Paesi (l’altro è l’Iran) per il quale sono previste norme più stringenti in materia di influenza straniera (ai sensi del Foreign Influence Registration Scheme adottato pochi mesi fa dopo la revisione della legge sulla sicurezza nazionale datata 2023). Nonostante le pressioni politiche e sociali, il governo ha scelto di non adottare la stessa decisione per la Cina, scegliendo una via più “europea”, ovvero riconoscendola come concorrente economico e rivale sistema ma anche come partner di collaborazione sui temi globali. Secondo aspetto: pochi giorni dopo l’intervento di Metreweli, il governo britannico ha dato il via libera alla costruzione di una mega-ambasciata cinese, che sarà la più grande d’Europa, dopo che i servizi d’intelligence hanno rassicurato sulle capacità di mitigare i rischi per la sicurezza nazionale; in cambio, Londra ha ottenuto da Pechino luce verde per la visita del primo ministro.

Ma se a essere sfruttata dalle campagne ibride è l’essenza stessa del modello democratico, ecco che gli incontri dell’intelligence con politica e università riguardano la difesa a prescindere dall’attaccante. Anche perché Nathan Gill, leader di Reform UK in Galles e prima membro dello Ukip (i due partiti di Nigel Farage), è stato recentemente condannato a dieci anni di carcere dopo aver confessato di avere accettato tangenti durante il mandato da europarlamentare, tra il 2014 e il 2020, in cambio di alcune sue dichiarazioni in favore della Russia. Ma ci sono stati anche i casi di sospetto spionaggio che hanno riguardato la Cina e sono emersi nel 2025 con due ricercatori (Christopher Cash e Christopher Berry), nel 2023 con un imprenditore (Yang Tengbo) e nel 2022 con un’avvocato (Christine Lee). Le storie sulle attività negli atenei del Regno Unito da parte di attori legati a Russia e Cina (in questo caso soprattutto tramite grandi aziende che sfruttano le difficoltà economiche del sistema universitario britannico) sono moltissime. Basti pensare che dal 2020 al 2024 le principali università del Paese – quelle del Russell Group – hanno ricevuto quasi cinquanta milioni di sterline da società cinesi, compresa Huawei dopo il ban imposto dal governo sulle sue tecnologie 5G nel 2020. C’è poi il caso di Laura Murphy, professoressa di diritti umani e schiavitù contemporanea alla Sheffield Hallam University, in Inghilterra, che ha documentato il lavoro forzato imposto alla popolazione uigura nello Xinjiang e che è stata vittima di una campagna di intimidazioni e minacce per silenziare il suo lavoro, tanto che l’università le aveva comunicato che non avrebbe potuto proseguire le sue ricerche sulle catene di approvvigionamento e sul lavoro forzato in Cina.

In questo scenario serve, dunque, resilienza, per riprendere un termine abusato durante il periodo Covid-19. Questo il messaggio di MI5 e Ncsc.

Sir Ken McCallum, direttore generale di MI5, e Richard Horne, capo del National Cyber Security Centre, hanno tenuto la scorsa settimana un briefing riservato con i vicecancellieri di oltre 70 università britanniche, illustrando nel dettaglio i metodi impiegati da attori ostili per influenzare ricerca e insegnamento accademico. Durante l’incontro sono stati discussi l’uso di piattaforme professionali come LinkedIn per avvicinare personale accademico e studenti, gli incentivi finanziari offerti per condizionare le linee di ricerca, e le pressioni esercitate per censurare contenuti sensibili. A questo si aggiunge un briefing separato, il primo del suo genere, rivolto a funzionari di tutti i partiti politici britannici, in cui i capi dell’intelligence hanno messo in guardia sui tentativi di manipolare i processi democratici attraverso donazioni straniere, corruzione e altre forme di coercizione. Il governo ha stanziato tre milioni di sterline per un pacchetto di misure che include la creazione di un portale sicuro – l’Academic Interference Reporting Route – attraverso cui gli atenei potranno segnalare direttamente ai servizi di sicurezza approcci sospetti o tentativi di interferenza, oltre allo sviluppo di un servizio di consulenza per aiutare accademici e amministratori universitari a riconoscere e resistere a queste minacce.

La storica collaborazione tra università e intelligence nel Regno Unito ha “protetto” l’iniziativa da aspre critiche. Lo stesso non si può dire del fu articolo 31 che alla fine è stato tolto dal decreto-legge sicurezza di inizio 2025, che prevedeva che «le pubbliche amministrazioni e i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità» fossero «tenuti a prestare» all’intelligence italiana «collaborazione e assistenza necessarie per la tutela della sicurezza nazionale» (è stato confermato, invece, l’ampliamento delle cosiddette garanzie funzionali per i funzionari di intelligence, fino alla direzione di associazioni con scopi terroristici). Inoltre, i servizi segreti avrebbero potuto «stipulare convenzioni con questi soggetti, nonché con le università e con gli enti di ricerca». C’è chi evidenzia l’autonomia – eccessiva, a suo dire – di cui godono da sempre gli atenei italiani anche in termini di rapporti internazionali. E chi sottolinea come il fatto di dover ricorrere a un’iniziativa di legge metta in risalto le difficoltà del Paese ad affrontare i temi di sicurezza nazionale tout court, a partire dalla consapevolezza della minaccia.

La relazione pubblicata un anno fa dall’intelligence italiana faceva riferimento a «strategie assai sofisticate messe in campo da attori ostili determinati ad appropriarsi delle nostre conoscenze più avanzate, allo scopo di rafforzare la loro potenza geopolitica». Sono numerosi gli accordi di ricerca con le università cinesi “a rischio” e sugli Istituti Confucio non è mai stato aperto un dibattito pubblico mentre diversi Paesi alleati hanno iniziato a chiudere varie sedi per propaganda e spionaggio. Inoltre, il sistema italiano ha una forte dipendenza dagli studenti internazionali (inclusi cinesi) per ragioni di sostenibilità finanziaria. In questo contesto, il piano del governo per la sicurezza della ricerca, varato a novembre 2024, è su base volontaria e con auto-valutazione. Ciò non ha impedito che alcune università italiane siglassero, dopo il varo, nuove intese con i “Sette figli della difesa nazionale”, gli atenei che la Cina considera strategici per lo sviluppo militare e a rischio elevato di trasferimento tecnologico.

Sul fronte politico, la situazione italiana appare ancora più fragile. A differenza degli Stati Uniti, dove il Foreign Agents Registration Act obbliga chi rappresenta interessi stranieri a registrarsi pubblicamente, o del Regno Unito, dove esiste il già citato Foreign Influence Registration Scheme, l’Italia non dispone di strumenti analoghi di trasparenza e accountability. Non esistono registri pubblici di lobbying per conto di potenze straniere, né protocolli consolidati per identificare e gestire tentativi di interferenza nei processi democratici.

La questione non è tanto se l’Italia sia più o meno esposta di altre democrazie occidentali – le vulnerabilità sono comuni – ma se disponga degli strumenti necessari per riconoscere e affrontare queste minacce quando si presentano. E al momento, la risposta sembra essere negativa, anche perché non sembra esserci una condivisione della percezione della minaccia.

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