Perfetti sconosciutiEpstein, e l’illusione che sbirciare le mail altrui ci faccia conoscere le persone

Dal tinello del film di Genovese all’hacking dei server Sony, fino ai messaggi del finanziere americano, continuiamo a leggere ciò che non era destinato a noi, e ci convinciamo di sapere tutto

AP/Lapresse

Tra qualche giorno saranno dieci anni dall’uscita di “Perfetti sconosciuti”, il film che realizzò quello che all’epoca ci sembrava il peggiore degli incubi possibili: i nostri amici, i nostri amanti che ci guardano nei telefoni e scoprono quel che volevamo tenere nascosto.

In un certo senso è un’istantanea al capezzale del mondo di prima, quello in cui ciò che tenevamo nascosto costituiva la nostra identità; poi c’è stato uno slittamento, non abbiamo voluto più tenere nascosto niente, e abbiamo spostato l’identità nei modi in cui potevamo rompere i coglioni agli altri.

Non sono più ciò che mi tengo per me, sono quanto ti faccio disperare per non violare i confini delle mie allergie alimentari, dei miei pronomi, dei miei capricci esibiti e mai nascosti. Ma un anno e mezzo prima di “Perfetti sconosciuti” ci fu un incubo ancora più perfetto, solo che non lo riconoscemmo come tale.

Alla fine del novembre 2014, alcuni hacker coreani pubblicarono tutte le mail di chiunque avesse avuto corrispondenze con dirigenti della Sony. C’era dentro mezza Hollywood, con tutto quel che voleva tenere nascosto al pubblico e ai conoscenti. La foto di cui tutti avremmo voluto avere l’audio fu scattata due settimane dopo, a un pranzo per le donne di Hollywood organizzato da una rivista. C’era Amy Pascal, all’epoca ancora capo della Sony, che abbrancava Angelina Jolie col piglio di chi deve assolutamente chiarire; Angelina la ascoltava con espressione impenetrabile.

Tra le mail hackerate dai coreani c’erano degli scambi in cui la povera Pascal – che due mesi dopo per quelle mail si sarebbe dovuta dimettere – dava corda a Scott Rudin, produttore di noto caratteraccio la cui carriera sarebbe stata brasata solo nel 2021, dalle accuse di collaboratori maltrattati.

Rudin sghignazzava di Angelina, mocciosa viziata dal talento infinitesimale, che gli aveva detto di stare studiando dei film per un “Cleopatra” che avrebbe dovuto fare. Pascal ovviamente non gli diceva «come ti permetti», perché una cosa che scopre chiunque si trovi a leggere messaggi che non gli sono destinati è che nessuno dirà mai «come ti permetti» quando qualcuno parla male d’un assente, neanche quelli che l’assente crede siano suoi amici o suoi amori.

Le mail della Sony erano peggio di quelle degli amici nel tinello di “Perfetti sconosciuti” perché non erano solo «i tuoi cari vedono che ti sei comportato male»: erano «tutto il mondo lo vede». Se gli sceneggiatori di “Perfetti sconosciuti” erano così a corto d’una conclusione plausibile da dover ripiegare sull’espediente «era tutto un sogno», la vita e la Sony hanno dimostrato che una conclusione realistica c’è, ed è che tutto si dimentica: hanno tutti continuato a lavorare, Amy Pascal non dirige più la Sony ma fa comunque la produttrice, perfino Rudin a primavera produrrà un “Morte di un commesso viaggiatore” a Broadway.

A dieci anni da “Perfetti sconosciuti”, stiamo di nuovo sapendo troppo dei fatti altrui, grazie alla pubblicazione delle mail e dei messaggi a e da Jeffrey Epstein. Per quanti milioni di messaggi possiamo leggere della vita di qualcun altro, ci mancherà comunque un pezzo, ma questa ovvietà non ci risulta mai ovvia, presi come siamo dalla fregola di percepirci custodi della verità.

Oltretutto qui non è come nelle mail della Sony o nei telefoni di quel film: mica si tratta di pettegolezzi, si tratta di reati. Senonché si tratta perlopiù di pettegolezzi, perché neanche Totò Riina aveva solo conversazioni che attenessero a reati, e noi – come sempre accade quando i telefoni altrui vengono sequestrati – leggiamo roba una minima parte della quale è rilevante, e quasi mai quella di cui ci piace indignarci.

Guarda, c’è la moglie di Woody Allen che dice che la quindicenne cui Weiner mandava le foto dell’uccello è una poco di buono. Guarda, c’è un Agnelli che dice a Epstein che vuole presentargli una certa Pilar Fogliati. Guarda, c’è Elon Musk che non capisce che lo invitano a un festino se non glielo esplicitano ben bene. Guarda, c’è Sarah Ferguson che si fa pagare i biglietti aerei, business per lei ed economy per le figlie.

Massimo Gramellini ha scritto un contrito elzeviro perché tra le mail c’è un promemoria che Epstein manda a sé stesso su Bill Gates che si sarebbe preso una malattia venerea da chissà quale accompagnatrice e gli avrebbe chiesto degli antibiotici da far prendere di nascosto alla moglie. Gramellini non si capacita, Gramellini pensava che Gates fosse uno dei buoni (i buoni non prendono malattie veneree). Intanto Gates dice che nulla di ciò che Epstein scriveva a sé stesso è mai successo, e noi non sapremo mai la verità. (In caso foste distratti: Epstein è stato trovato morto in cella sei anni e mezzo fa).

Gramellini non conosceva Gates prima e non lo conosce adesso, ma questo è un concetto che l’umanità rifiuta nel secolo delle relazioni parasociali: pensiamo di avere rapporti con gente che vediamo in tv o sul telefono, pensiamo di sapere la verità delle vite di gente di cui abbiamo letto messaggi non diretti a noi.

Il dettaglio interessante è che, mentre riteniamo di conoscere gente le cui parole fuori contesto abbiamo letto nelle cronache giudiziarie, poi ci precipitiamo a dire che mai avremmo voluto avvicinare quella stessa gente e magari capirci qualcosa in più. Una delle due modalità più diffuse in questi giorni è l’ostentazione di purezza: dire che di Epstein si son sempre respinti gli inviti e ci si è sempre ben guardati dall’andare a una qualunque delle sue cene.

La miglior risposta riferisce d’averla data Tina Brown, invitata a una serata con Epstein e il principe Andrea e Woody Allen: «Che cos’è, il gran ballo dei pedofili?». Ma com’è possibile che Tina Brown, una delle migliori osservatrici a cavallo dei due secoli, non fosse curiosa di vedere da vicino questo tizio che dal nulla era diventato il procacciatore di carne giovane al centro di tutte le relazioni di potere occidentali? (E non solo occidentali: leggiamo che Deepak Chopra scriveva a Epstein che «dio è un costrutto, le belle ragazze sono vere», e se non è un inizio di grande romanzo questo).

Da una parte quelli che vantano di non esserci mai cascati, dall’altra quelli che si contriscono di essere nelle mail anche se in maniera del tutto innocente, perché non serve aver trafficato in minorenni, anche solo se si è risposto una volta in cui Epstein chiedeva l’ora si ritiene di doverne dar conto, sembra d’esser tornati a quel picco di maccartismo che fu il MeToo.

«Quel che gli avvoltoi ardentemente desiderano è una risposta pubblica, cosicché si crei lo spazio per una ridda di attacchi pubblici, molti dei quali provenienti da gente in cerca di pubblicità o da spostati d’ogni sorta, ai quali è impossibile rispondere (come provi che non sei un neonazista che vuole uccidere gli ebrei, o uno stupratore, o qualunque altra accusa sia in arrivo?)».

È un pezzetto d’un testo che Epstein copincolla a un suo consigliere nel febbraio 2019, dicendo che sono le raccomandazioni di Noam Chomsky. Chomsky forse non lo sa, ma sta raccomandando la sempre saggia politica reputazionale di Justine Sacco: sii un inerte grumo di molecole.

Da quando queste righe – scritte cinque mesi prima che Epstein venga arrestato per l’ultima volta, sei mesi prima che venga trovato morto in cella – sono state notate tra le centinaia di migliaia di mail del caso Epstein, Chomsky viene insultato dall’internet, che si comporta esattamente come da lui previdentemente fotografato: spera in una risposta pubblica per poi dirgli che fa ancora più schifo.

La folla vuole qualcuno a morte, Barabba o quell’altro è uguale. Se quello su cui vorrei riversare la mia disapprovazione ha avuto la scortesia di impiccarsi o farsi impiccare in carcere, me la prenderò con chi gli era contiguo: l’importante è che possa sentirmi migliore di qualcuno.

Per fortuna Chomsky ha 98 anni e non si mette a discutere con Vongola75 che è pronta a urlare «i bambini non si toccanoooo» con lo stesso impeto ai presunti pedofili e a Chiara Ferragni. Per fortuna, quasi centenario e dopo una vita di interpretazioni filosofiche non esattamente illuminanti, è riuscito ad averci almeno una volta visto pienamente giusto. Grazie, internet: se non avessi questa passione per lo spionaggio legalizzato dei telefoni altrui, Chomsky sarebbe morto senza che molti di noi gli avessero mai dato ragione.

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