È scaduto oggi il New Start, e con esso finisce un’epoca. L’ultimo trattato bilaterale che ha governato per oltre un decennio gli arsenali nucleari di Russia e Stati Uniti – le due potenze che insieme detengono il 90 per cento delle armi atomiche mondiali – diventa storia. Nessuna nuova intesa all’orizzonte, nessuna proroga possibile nei termini attuali. Il mondo entra in una fase inedita: quella del riarmo nucleare senza vincoli giuridici verificabili.
Il timing non potrebbe essere più simbolico. La scadenza coincide con i colloqui di pace tra Stati Uniti, Russia e Ucraina ad Abu Dhabi, in agenda ieri e oggi. E il Cremlino sta usando l’imminente fine del trattato come carta da giocare al tavolo negoziale. Il leader russo Vladimir Putin ha offerto di rispettare i limiti del New start per un altro anno, ma solo se Washington fa altrettanto. E solo, ovviamente, se gli Stati Uniti cedono su altri fronti – primo fra tutti l’Ucraina. Il messaggio di Mosca è chiaro: il controllo degli armamenti è merce di scambio, non più un interesse condiviso.
Il New Start, firmato nel 2010 dai presidenti di allora, Barack Obama e Dmitrij Medvedev, aveva fissato limiti chiari: 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna parte, 700 vettori strategici e 800 lanciatori totali. Ma soprattutto aveva mantenuto in piedi un sistema di trasparenza fatto di ispezioni, scambi di dati e notifiche reciproche. Anche quando le relazioni politiche tra Mosca e Washington si sono deteriorate, questi meccanismi hanno continuato a funzionare – almeno fino al 2023, quando la Russia ha sospeso la propria partecipazione lamentando, tra le altre cose, le sanzioni occidentali per l’invasione dell’Ucraina. Da allora, nessuna ispezione. Solo stime dei servizi segreti al posto della certezza.
Che cosa succede, dunque, in un mondo senza New Start? La risposta più ovvia è: più armi nucleari. Sia Russia sia Stati Uniti hanno arsenali ben oltre i limiti del trattato, se si contano le testate non dispiegate e quelle tattiche. E stanno modernizzando massicciamente le loro forze nucleari. Ma il vero fattore nuovo è la Cina. Pechino ha raddoppiato il proprio arsenale negli ultimi cinque anni, passando da 300 a 600 testate. E secondo alcune stime, potrebbe raggiungere il numero di missili balistici intercontinentali di Russia e Stati Uniti entro il 2030. Per il Pentagono, questo significa confrontarsi con una «doppia deterrenza» – dover contenere contemporaneamente le minacce nucleari russa e cinese.
Ma il vero pericolo non è solo il numero crescente di testate. È la perdita di trasparenza. Senza verifiche sul campo, senza dati condivisi, i gap conoscitivi sui numeri, lo stato operativo e la postura delle forze nucleari cresceranno nel tempo. E in un ambiente più opaco, le valutazioni peggioreranno. Le intelligence diventeranno più politicizzate, i pianificatori militari si orienteranno su scenari peggiori. Le crisi diventeranno più probabili, i tempi di reazione si accorceranno. L’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie aggiungono ulteriore complessità e imprevedibilità alle dinamiche di escalation.
La fine del New Start ha conseguenze anche sul sistema globale di non proliferazione. Il Trattato di non proliferazione nucleare del 1968 si basa su un patto fondamentale: gli Stati non nucleari rinunciano all’arma atomica in cambio dell’impegno delle potenze nucleari verso il disarmo. Ma se anche l’ultimo trattato bilaterale cade senza un sostituto, quel patto si indebolisce. E questo alimenta i dibattiti in corso in Giappone, Polonia, Corea del Sud, Ucraina e altrove sulla possibilità di dotarsi di armi nucleari proprie, come copertura contro l’affievolirsi delle garanzie americane.
Per l’Europa, il problema è ancora più diretto. Un eventuale successore del New Start avrebbe dovuto coprire non solo le armi strategiche, ma anche quelle tattiche – quelle che rappresentano la minaccia più concreta per il continente. Secondo le ultime stime dello Stockholm International Peace Research Institute, la Russia possiede circa 1.477 armi nucleari tattiche, contro le 200 degli Stati Uniti. Sono proprio queste le armi che potrebbero essere usate in uno scenario di conflitto regionale. E proprio queste rimarranno fuori da ogni controllo per il futuro prevedibile.
Il rischio aumenta con il riarmo convenzionale della Nato e, in particolare, con l’acquisizione di sistemi d’arma a lungo raggio ad alta precisione. Questi sistemi, per la loro capacità di colpire anche obiettivi strategici come le forze nucleari russe, vengono definiti “armi non nucleari a effetto strategico”. Gli Stati europei non nucleari che li possiedono devono quindi aspettarsi di essere inclusi in futuri scenari di escalation nucleare. Un contesto militare altamente instabile.
La fine del New Start rimuove, dunque, i meccanismi che un tempo garantivano tempo, visibilità e moderazione. Il risultato è un ambiente più incerto, dove i sistemi che un tempo moderavano la rivalità non si applicano più. Non è chiaro se e quando un nuovo quadro emergerà. Le ambizioni del presidente statunitense Donald Trump di negoziare un nuovo accordo che includa la Cina appaiono, nella migliore delle ipotesi, irrealistiche. La diplomazia transazionale e personalizzata che caratterizza il suo art of the deal non si presta ai negoziati altamente complessi, pazienti e disciplinati necessari per garantire accordi di controllo degli armamenti praticabili.
Più che un interregno, la fine del New Start segna probabilmente una sospensione prolungata, forse indefinita, del controllo bilaterale degli armamenti nucleari. Con profonde implicazioni per la politica nucleare globale. Il mondo dopo il New Start sarà un mondo con più pericoli per la stabilità strategica, per la non proliferazione e per la sicurezza europea.