
La morte di un oppositore russo in una colonia penale artica e quella di un uomo d’affari rifugiato nella campagna inglese tornano oggi a incrociarsi. A riaprire il dossier è la rivelazione, da parte di Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia, che Alexei Navalny sarebbe stato ucciso con una versione sintetica dell’epibatidina, tossina rara scoperta in rane dell’Ecuador. Un’indicazione maturata grazie ad analisi condotte nel centro di ricerca di Porton Down, nel Regno Unito. L’oppositore russo morì dopo che gli Stati Uniti chiesero al Cremlino di includerlo in uno scambio di prigionieri. E così, la conclusione secondo cui sarebbe stato avvelenato rafforza la supposizione che Putin lo abbia fatto uccidere per evitare di doverlo scambiare. Lo scambio, in effetti, ebbe luogo dopo la sua morte. All’epoca, gli intelligence europee sospettano che dietro l’uccisione di fosse la mano del leader russo; più prudente era quella statunitense.
Ma l’annuncio sull’avvelenamento ha riacceso i riflettori su un altro caso rimasto avvolto dai dubbi: la morte di Alexander Perepilichny, informatore chiave in indagini su riciclaggio e corruzione russa. Nel 2012 Perepilichny collassò mentre faceva jogging vicino alla sua casa nel Surrey, dopo un improvviso malore e vomito – un dettaglio che oggi molti accostano alle sofferenze patite da Navalny prima di morire il 16 febbraio 2024 in una colonia penale siberiana.
Nel 2018 il medico legale stabilì che il quarantaquattrenne «probabilmente» morì per cause naturali, indicando una morte improvvisa per aritmia, pur senza poter escludere del tutto l’avvelenamento. L’udienza mise però in luce falle investigative: campioni andati persi o non adeguatamente analizzati; telecamere dell’area mai verificate; una scena non trattata sin dall’inizio come potenzialmente criminale.
Secondo l’investitore finanziario Bill Browder, che con Perepilichny contribuì a smascherare un presunto schema di riciclaggio da 230 milioni di dollari, le analogie tra i due decessi meritano un riesame. Browder – promotore di leggi contro i responsabili di abusi dei diritti umani in Russia – sostiene, citato dal Telegraph, che le autorità del Surrey abbiano archiviato troppo in fretta il caso, compromettendo prove che oggi potrebbero risultare decisive alla luce delle nuove informazioni sul veleno usato contro Navalny.
A rendere ancora più controverso il fascicolo Perepilichny sono le rivelazioni secondo cui l’intelligence statunitense avrebbe trasmesso a Londra elementi «di alto livello» che indicavano un possibile assassinio «su ordine diretto di [Vladimir] Putin o di persone a lui vicine», criticando la gestione ritenuta maldestra dell’indagine. Elementi emersi nel 2017 grazie al lavoro di Buzzfeed che raccontò 14 sospetti omicidi russi sul suolo britannico. Se confermati, aggraverebbero l’ombra di una sottovalutazione politica e investigativa.
Il Cremlino ha sempre respinto accuse di coinvolgimento nelle morti di oppositori e dissidenti all’estero. Ma la sequenza di casi – da avvelenamenti accertati a decessi giudicati naturali tra molte perplessità – alimenta interrogativi sulla capacità e volontà delle democrazie europee di attribuire responsabilità quando i sospetti toccano attori statali.