Sparare a salveIl caso Rogoredo e lo scudo mentale che manca a Salvini

Dal sostegno incondizionato alle forze dell’ordine alla richiesta di cautela il passo è breve. Il problema non è solo la marcia indietro, ma l’idea che indagare sia un torto

LaPresse

Ora che i fatti di Rogoredo – l’uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di polizia, che avrebbe reagito davanti alla minaccia di una pistola a salve – si sono dimostrati, grazie alle indagini della procura, ben diversi dalle apparenze, tutti fanno marcia indietro, fanno finta di niente o fanno i finti tonti. A quanto pare la famosa pistola a salve non era dello spacciatore, perché era tutta una messa in scena. Ora è il poliziotto a essere al centro di ricostruzioni inquietanti. Ed è il governo, adesso, a chiedere cautela. Dopo che tutti i suoi principali esponenti, a cominciare da Giorgia Meloni, avevano incautamente cavalcato la notizia per sostenere la tesi secondo cui in casi simili le indagini non dovrebbero neanche partire.

Ma ovviamente il numero uno è sempre Matteo Salvini. Breve elenco delle sue dichiarazioni in proposito (già meritoriamente raccolte e declamate a In Onda da Marianna Aprile). 26 gennaio: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma». 27 gennaio: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato!». 29 gennaio: «Più legittima difesa di così… ritengo davvero ingeneroso, eccessivo, gratuito che il pm abbia aperto un fascicolo per omicidio volontario».

E poi, gran finale, 20 febbraio: «Non entro nel merito di cose che non conosco. Sto sempre dalla parte delle forze dell’ordine. Se qualcuno sbaglia è chiaro che bisogna approfondire». Ora Meloni dice pure che nel decreto sicurezza non c’è nessuno «scudo penale» per le forze dell’ordine. E va bene, abbiamo scherzato. Mi chiedo però se qualcuno non avrebbe bisogno di uno scudo mentale, per proteggersi anzitutto da se stesso.

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