Il gioco dei falchiTrump, gli Ayatollah e il rischio di un accordo limitato sull’Iran

Gli oltranzisti di Teheran consolidano il controllo politico e guidano la trattativa con Washington, mentre Netanyahu spinge per condizioni più dure

AP/Lapresse

Due linee a Washington, una sola a Teheran: questo è quel poco che si comprende delle trattative in corso tra Donald Trump e gli Ayatollah sciiti, con il contorno di un Benjamin Netanyahu che vola a Washington per provare ad appoggiare la linea più intransigente. Il tutto mentre si consolida il nuovo asse tra Ryiad, Ankara, Islamabad e il Cairo per impedire qualsiasi azione militare americana contro l’Iran, nel timore che l’eventuale caduta del regime destabilizzi il Medio Oriente.

Dunque, un quadro incerto, aperto a diverse evoluzioni, ma con una certezza: in Iran rafforzano il proprio peso politico gli oltranzisti, con il pieno appoggio di Ali Khamenei. Sono loro a definire gli ambiti della trattativa e a sfruttare la situazione di tensione per rafforzare le proprie posizioni, colpendo l’ala più moderata del regime.

Nei giorni scorsi, infatti, sono stati effettuati a Teheran alcuni arresti di personalità legate al presidente Mahmoud Pezeshkian: Javad Emam, Ebrahim Asgharzadeh, Azar Mansouri, Mohsen Aminzadeh. Sono tutti esponenti dell’ala cosiddetta “riformista”, che in realtà non propone riforme strutturali del sistema, ma sostiene la necessità di una trattativa con Washington allo scopo di ottenere la fine delle sanzioni e quindi il miglioramento delle condizioni di vita degli iraniani.

Le accuse contro di loro parlano di «attacchi all’unità nazionale, prese di posizione contro la Costituzione, promozione della resa, appartenenza a gruppi politici deviazionisti, creazione di meccanismi sovversivi segreti e coordinamento con la propaganda nemica».

La Procura di Teheran li accusa esplicitamente di «intelligenza con Israele e gli Stati Uniti» e di «avere giustificato le azioni dei terroristi», cioè dei manifestanti. Accuse che indicano l’intenzione della componente oltranzista del regime, in particolare dei vertici dei pasdaran, di continuare sulla strada della repressione interna (cinquantaduemila sarebbero gli arrestati delle scorse settimane) e di impedire che la trattativa con gli Stati Uniti limiti i propri progetti regionali.

A fronte di questo quadro, relativamente chiaro per quanto riguarda la strategia oltranzista iraniana, permane l’incertezza sulla posizione personale di Donald Trump, che è ovviamente determinante. Se è chiaro che l’avvio della trattativa è stato in parte una scelta obbligata – non solo perché richiesto da alleati fondamentali come sauditi, turchi, pakistani ed egiziani, ma anche per permettere il dispiegamento della “formidabile armada” a difesa delle numerose installazioni americane potenzialmente raggiungibili dai missili iraniani – non è altrettanto chiara la posizione finale del presidente americano.

Più definita appare invece quella del Segretario di Stato Marco Rubio, che continua a ribadire, in linea con la posizione israeliana, che la trattativa deve includere la fine degli appoggi iraniani ai proxy dell’Asse della Resistenza e il ridimensionamento dell’arsenale missilistico. Questa, tuttavia, non sembra essere la posizione di Donald Trump, che continua a parlare di “grandi progressi nelle discussioni”, nonostante gli emissari iraniani si limitino a offrire soluzioni parziali di riduzione del materiale radioattivo arricchito e continuino a negare la disponibilità a includere nella trattativa i rapporti con Hamas, Hezbollah e Houthi, così come il ridimensionamento dell’arsenale missilistico.

Rimane dunque la possibilità che Trump sia disponibile a un accordo limitato con gli Ayatollah, anche per favorire indirettamente Vladimir Putin. A meno che la dinamica reale sia diversa e che Donald Trump, a sorpresa, stia giocando una partita differente, che potrebbe condurre anche a un confronto diretto tra Stati Uniti e Iran.

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