Due destre a confrontoL’America di Trump avrebbe messo alla prova anche Berlusconi

Il leader di Forza Italia ha sempre difeso un’idea forte e liberale degli Stati Uniti. Di fronte a un presidente deciso a riscriverne priorità e alleanze, mantenere quella “grande stima” non sarebbe stato semplice, scrivono Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos, diplomatici con lui a Palazzo Chigi, in “Berlusconi, il mondo secondo lui”

AP/LaPresse

In termini storico-cronologici Silvio Berlusconi potrebbe essere stato una fonte di ispirazione per Donald Trump. Lo stile del primo, diretto, apparentemente populista ed efficacemente istrionico, potrebbe indurre a pensarlo, benché questi due autori non dispongano di alcuna evidenza in tal senso. Si potrebbero individuare alcune somiglianze nella forte autostima che caratterizzava il leader italiano e che appare smisurata in quello statunitense. Tuttavia, le derive di Trump nel suo primo e, soprattutto, nel suo secondo mandato, che come abbiamo già commentato denotano una palese incontinenza comportamentale, non possono essere accostate, e non appartengono in alcun modo, alla persona e all’esperienza politica di Silvio Berlusconi. È indubbio che Berlusconi sia stato uno dei primi a adottare una postura maggiormente personalistica, e sovente anche autocelebrativa in politica, tanto all’estero che negli affari interni, ma egli non è mai arrivato alle vette di cattivo gusto di cui ha dato e sta dando prova Donald Trump.

Berlusconi dispensava costantemente sorrisi, sprizzava entusiasmo e un forte senso dell’umorismo, Trump ha un’espressione costantemente arcigna, ride poco e sembra sempre caratterizzato da una sgradevole animosità verso i suoi rivali politici.

La fama di Berlusconi ha travalicato i confini nazionali assai più di qualunque altro dei suoi numerosi predecessori. Potere, televisioni, affari immobiliari, relazioni complicate con il potere giurisdizionale, passione per le belle donne sono alcune delle caratteristiche che, almeno a livello superficiale, potrebbero accomunarlo a Donald Trump. Berlusconi, peraltro, non è mai sembrato entusiasta dell’accostamento a Trump. In un’intervista per La7 del 2017 confidò: «Io come Trump? Non mi lusinga né mi fa piacere. Lasciamo pure che lo dicano, si dicono tante cose… Di Trump, però, mi piace la moglie Melania, per la bellezza, lo stile e il fascino». Fu una presa di distanza mascherata con un complimento, in pieno stile Berlusconi.

Le differenze tra i due, in realtà, si possono cogliere facilmente. Berlusconi era gioviale, trasudava ottimismo e speranza per il futuro. «A sunshine-in-my-pocket kind of guy», uno che aveva il sole in tasca, così lo aveva definito Mattia Ferraresi in un articolo per The New York Times. Trump, invece, colpisce appunto per lo sguardo cupo, l’espressione corrucciata e infuriata, le parole prive di rispetto e sovente cariche di odio e disprezzo. L’immagine più comune di Berlusconi resta, al contrario, l’ampio sorriso perennemente stampato sul volto. Quando con battute colorite intratteneva gli ospiti veniva fuori la sua vera natura. La sua personalità aveva «un che di dolce vita» completamente estraneo a Trump.

Anche il cammino di vita di Berlusconi è diverso da quello di Trump, sin dalle origini. Nacque a Milano il 29 settembre 1936 in una modesta famiglia borghese. Papà Luigi era impiegato di banca, ma in futuro sarebbe diventato un alto dirigente. La mamma, Rosa Bossi, lavorava come segretaria di direzione alla Pirelli. Il quartiere Isola dove Berlusconi è cresciuto non era tra i più malfamati, però certo non si poteva definire signorile. Non era ancora uno dei centri più vivaci della movida milanese. Aveva studiato in un collegio cattolico romano, dove già in età precoce aveva dato prova di doti imprenditoriali. Si era laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano. Da ragazzo, appena dopo la laurea, aveva iniziato a guadagnare i primi soldi cantando per i vacanzieri sulle navi da crociera. L’attività imprenditoriale vera e propria era iniziata negli anni Sessanta, sposando progetti immobiliari che si rivelarono fortunati anche un po’ grazie al boom economico sperimentato dall’Italia in quel periodo. A venticinque anni chiuse il primo affare immobiliare, da solo. Non era né figlio né nipote di imprenditori.

Trump, invece, erede di una famiglia di costruttori facoltosi, immobiliaristi nel DNA, deve la propria fortuna al padre, Fred, accorso più di una volta a tirarlo fuori dai pasticci. Tra i vari fallimenti, c’è il caso clamoroso degli enormi debiti accumulati per il casinò Taj Mahal di Atlantic City, il più vasto e sfavillante mai costruito fino a quel momento. Nel 1991 il progetto, secondo i sogni di Trump, avrebbe dovuto addirittura fare invidia a Las Vegas e invece è ricordato come un enorme tracollo. Tra i due, il self made man è stato senz’altro l’italiano, non l’americano.

Trump potrebbe essere definito un provinciale. Nato nel Queens, era oltremodo affascinato dalle luci della ribalta e negli anni non ha fatto che sperperare il proprio patrimonio, andando spesso incontro alla bancarotta. L’impero di Silvio Berlusconi, invece, potrà aver perso dei pezzi, ma è ancora in piedi.

Un altro tema classico su cui poggia il parallelismo tra Berlusconi e Trump è il rapporto con i media. È innegabile che Berlusconi abbia sfruttato il potere conferitogli dalla televisione allo stesso modo in cui oggi alcuni politici utilizzano i social network, ma anche in questo caso tra le due personalità le divergenze sono evidenti. Berlusconi ha creato un colosso mediatico, Mediaset, noto anche a livello globale. Nel 2003, la sua quota sui ricavi totali derivanti dalle trasmissioni televisive in Italia era pari al 33,6%; la sua quota di guadagni dalla pubblicità televisiva era pari al 59%. Nel 2007, Mediaset ha raggiunto il 27° posto tra le società mediatiche più importanti al mondo in termini di fatturato. Trump, al contrario, ha sfruttato la fama di imprenditore per diventare una star della tv. L’apice l’ha toccato come conduttore e fenomeno del reality The Apprentice dove si cimentava nella famosa espressione «You’re Fired!» Berlusconi, invece, era l’editore a capo di una televisione commerciale che ha fatto fortuna anche con i reality. Se Berlusconi fosse stato americano, in una parte della sua vita Trump sarebbe stato un suo dipendente, come Nicolas Sarkozy fu parte del team legale delle imprese di Berlusconi in Francia.

Di entrambi si è scritto e si è detto molto sull’inclinazione al libero mercato e al liberalismo spinto di ispirazione reaganiana. Berlusconi, probabilmente, era più vicino a Ronald Reagan di quanto lo sia mai stato Trump, protezionista convinto.

Inoltre, nei rapporti umani Berlusconi è stato un maestro di equilibrio, Trump un campione dell’esagerazione, un eroe dello scontro. In politica estera, Berlusconi è stato un fervido sostenitore del multilateralismo e della cooperazione internazionale, sebbene preferisse i rapporti bilaterali. Trump, al contrario, nel corso del proprio mandato, ha fatto di tutto per prendere le distanze da alleanze e importanti accordi internazionali creati nei decenni precedenti proprio su impulso degli Stati Uniti e necessari alla migliore governance globale.

La distanza maggiore tra i due si coglie nel rapporto con le rispettive istituzioni di riferimento. Seppur talvolta assai critico in particolare verso l’ordine giudiziario, Berlusconi manifestò un grande rispetto per le istituzioni del Paese. Trump, invece, non ha esitato a trattare le istituzioni, interne e internazionali, in modo sprezzante. Il caso esemplare per quanto riguarda Silvio Berlusconi risale al 12 novembre 2011, quando egli si recò al Quirinale per rassegnare le proprie dimissioni al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A spingerlo fu il senso di responsabilità: «Mi sono dimesso senza essere stato mai sfiduciato dal Parlamento, dove possiamo ancora contare, sia alla Camera sia al Senato, sulla maggioranza assoluta». Trump, di contro, ha disconosciuto la sua sconfitta elettorale del 2020 finendo per essere accusato di cospirazione per il comportamento ambiguo tenuto durante l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.

In un ipotetico incontro tra i due leader in carica ci sarebbero state sicuramente scintille come quelle tra due primedonne per le luci della ribalta, ma l’aspetto sorridente, ironico, comunicativo e ottimistico di Berlusconi avrebbe sicuramente impressionato e impattato maggiormente rispetto all’immagine costantemente tetra e irritata dell’attuale Presidente statunitense.

Se Silvio Berlusconi fosse stato al potere con Donald Trump come Presidente americano si sarebbe trovato dinanzi a un serio dilemma: avrebbe avuto non poca difficoltà a mantenere la grande stima sempre nutrita per gli Stati Uniti d’America mentre l’inquilino della Casa Bianca era apparentemente impegnato a disfare tutte quelle iniziative che per il leader italiano avevano reso l’America grande e fonte di ispirazione.

Di Trump avrebbe sicuramente apprezzato la schiettezza, la capacità di parlare chiaro e di centrare le preoccupazioni dell’elettore medio americano, avrebbe sposato la sua concretezza e abbracciato il suo spirito imprenditoriale, ma sarebbe rimasto perplesso dinanzi alle numerose prese di posizione che stanno lacerando la solidarietà transatlantica con conseguenze difficilmente prevedibili. Convinto assertore del mercato e del libero commercio, Berlusconi non avrebbe sicuramente apprezzato i dazi, mentre avrebbe forse trovato rassicurante il diverso approccio che il Presidente USA, sin dal suo insediamento, sta riservando verso Putin e la Federazione Russa; rassicurante perché suscettibile di evitare una pericolosa escalation del conflitto ucraino in un confronto aperto tra Stati Uniti e Russia, circostanza che Berlusconi, e non solo lui fortunatamente, avrebbe considerato catastrofica per l’umanità. È indubbio che lo statista italiano, contando proprio sul narcisismo di Trump, esponenzialmente superiore al suo, avrebbe trovato il modo giusto per ammaliarlo.

Il minimo che si possa dire, comunque, è che quello tra i due sarebbe stato un rapporto contrassegnato da non pochi chiaroscuri.

Tratto da “Berlusconi, il mondo secondo lui” (Guerini associati), di Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos, 22€, 264 pagine.

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