John BoltonTrump non capisce la Nato, ma l’Alleanza Atlantica gli sopravviverà

Per l’ex consigliere per la sicurezza nazionale, la linea della Casa Bianca rischia di minare la coesione euro-atlantica. Dall’Artico al Venezuela, dall’Iran alla Cina, serve una strategia più dura contro le autocrazie, ma senza frizioni con i partner

AP/LaPresse

«Gli Stati Uniti devono perseguire un approccio intransigente e determinato contro autocrazie come Cina, Russia, Iran, Cuba e Venezuela, agendo però in sintonia, e non in contrasto, con gli alleati della Nato». È questa la tesi di John Bolton, già rappresentante permanente alle Nazioni Unite e consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nella prima amministrazione Trump. «In ambito geopolitico, esiste l’approccio di Donald Trump e poi quello di gran parte del resto degli Stati Uniti». E la Cina? «Va analizzata nel quadro della partnership che ha oggi con la Russia definita da Xi Jinping e Vladimir Putin senza limiti. Pechino ha aiutato Mosca nella guerra in Ucraina e si aspetta sostegno in caso di crisi su Taiwan. I conflitti regionali in Europa o nell’Indo-Pacifico sono nitidamente connessi tra loro». Per far fronte a questo scenario, Bolton ritiene occorra rafforzare la Nato e coinvolgere partner come Giappone, Corea del Sud, Australia, Singapore e, forse, l’India. «La minaccia sino-russa è globale, dunque anche il focus dell’Alleanza atlantica e la sua risposta verso di essa devono diventarlo».

Perché il predominio dell’Artico è fondamentale per la difesa dell’Occidente e, in particolare, statunitense?
È un’attività crescente da molti anni quella di Mosca e Pechino nella regione, soprattutto con lo scioglimento della calotta polare. La Russia è sempre stata una potenza artica, la Cina aspira a divenire tale. Durante la Guerra Fredda noi americani ci concentravamo sulla regione per il timore dei missili sovietici le cui rotte attraversavano il Polo Nord. Tuttavia, negli ultimi decenni l’abbiamo trascurata: ho scritto recentemente, parafrasando Winston Churchill, che oggi è l’Artico e non il Mediterraneo il nuovo ventre molle dell’Europa. Non si tratta soltanto di una questione di sicurezza per Stati Uniti, Canada, Danimarca e Norvegia: essa riguarda tutta la Nato. La Groenlandia è centrale, ma serve soprattutto maggiore consapevolezza sulle attività regionali di russi e cinesi, e a questo scopo occorre maggiore coordinamento tra alleati. Il passaggio a Nord-Ovest, di cui si parla da tre secoli, ora si sta realmente aprendo. È un tema di sicurezza nazionale americana e dell’intera Nato.

La postura statunitense verso Groenlandia e Canada rischia di indebolire la coesione euro-atlantica?
Il modo in cui Trump ha affrontato il dossier ha indebolito la Nato. Nel 2018 mi disse che un imprenditore suggeriva di acquistare la Groenlandia. Feci studiare l’ipotesi e scoprimmo che, in realtà, l’isola aveva attirato l’interesse americano fin dal lontano 1868. Soprattutto, emerse la nostra precedente e proficua cooperazione con Danimarca e Groenlandia sul tema, avvenuta anche grazie al Trattato di Difesa del 1951. Se otto anni fa avessimo intavolato negoziati con discrezione, oggi forse il tema sarebbe già risolto. Il Trattato di Difesa non affrontava l’aspetto strategico delle risorse minerarie, perché nel 1951 non se ne conosceva il valore. Oggi siamo consapevoli di quanto siano importanti, con il loro futuro che potrebbe essere oggetto di negoziazione. Trattasi comunque di aspetti decisivi e da affrontare in sintonia con gli alleati, senza strappi o frizioni irrimediabili: non è nell’interesse della Nato dividersi e permettere a Russia o Cina di stabilire più facilmente una forte presenza economica in Groenlandia, come altrove. Anzi, è fondamentale impedire che questo avvenga.

Come valuta l’approccio del presidente Trump verso la Nato?
Trump non comprende struttura e valore delle alleanze, Nato in particolare. Ritiene che gli Stati Uniti difendano l’Europa senza ricevere nulla in cambio. È vero che molti nel Vecchio Continente dovrebbero aumentare la spesa militare, ma il nostro presidente sfrutta questo tema per indebolire l’Alleanza atlantica, invece dovrebbe rafforzarla. Attraversiamo un periodo difficile, tuttavia la Nato è più longeva di tre anni di presidenza (quanto manca alla fine del mandato di Trump, previsto per il 20 gennaio 2029, ndr). Dobbiamo limitare i danni nel breve termine, per poter ripararli quando avremo avuto un cambio di vertice alla Casa Bianca. So che è difficile da accettare, considerando ciò che Trump afferma e il modo in cui si comporta quotidianamente. È fondamentale però ragionare strategicamente.

In che modo dovrebbero approcciare gli Stati Uniti alle tensioni in America Latina? Come si comporterà il presidente in questo teatro, alla luce della rinnovata strategia di sicurezza nazionale?
Non darei troppo peso all’attuale Strategia di sicurezza nazionale. Sono sicuro che Trump non l’abbia letta: forse la cita nei discorsi scritti per lui da altri. Non lesse quella del primo mandato, dubito conosca l’attuale. Tornando al 2018-2019: già allora cercammo di rovesciare il regime di Nicolás Maduro e riconoscemmo Juan Guaidó come presidente legittimo del Venezuela, perché erano in gioco interessi concreti di sicurezza nazionale. Infatti, la presenza di Russia, Cuba, Iran e Cina in Venezuela rappresenta una minaccia, ognuna per i propri motivi. Il regime di Maduro è stato storicamente funzionale alle agende politiche di queste autocrazie nell’emisfero occidentale. Di conseguenza, l’ambizione di rovesciarlo non era insita soltanto nel desiderio astratto di promozione della democrazia, pur chiaramente importante per il popolo venezuelano. C’erano in gioco, allora come oggi, interessi strategici e di sicurezza americani. Tuttavia, Trump si è fermato troppo presto in Venezuela: ha rimosso Maduro ma non l’intero apparato chavista, che resta intatto. I suoi vertici fanno concessioni a breve termine sulla gestione petrolifera e il rilascio dei prigionieri politici, al fine di guadagnare tempo e ristabilire il controllo interno.

Come avrebbero dovuto agire gli Stati Uniti in Venezuela?
Avremmo dovuto completare l’operazione di cambio di regime quando Maduro è stato catturato e trasferire il potere a Edmundo González Urrutia, che riconosciamo come presidente legittimo e, secondo osservatori internazionali, avrebbe vinto le elezioni del 2024 con circa il 70 per cento dei voti. È stato un errore non farlo, ma siamo ancora in tempo per agire. Con lo spostamento della portaerei Gerald R. Ford dal Mar dei Caraibi al Medio Oriente, la nostra presenza al largo del Venezuela sarà meno forte. Il regime spera che l’attenzione di Trump si sposti altrove. Non è definibile fallimentare il suo approccio in Venezuela, finora. Eppure, l’operazione contro il regime avrebbe potuto rivelarsi già un successo, se solo fosse stata condotta fino in fondo.

Quali azioni andrebbero condotte contro il regime post-castrista a Cuba?
Per quanto riguarda Cuba, dalla cattura di Maduro non ci sono state spedizioni di petrolio dal Venezuela verso l’isola. Durante la Guerra Fredda, essa dipendeva dal greggio sovietico scambiato con zucchero locale, a prezzi inferiori rispetto al mercato comune. Dopo il crollo dell’Urss, l’economia cubana entrò in grave crisi. Con Hugo Chávez al governo del Venezuela, nel 1998, ripresero le forniture a prezzi sussidiati verso Cuba, che ne hanno sostenuto l’economia per oltre 15 anni. Se le spedizioni di greggio venezuelano scompaiono e anche il Messico riduce le proprie, l’economia cubana sarà in difficoltà tale che il regime post-castrista potrebbe cadere. Con Marco Rubio segretario di Stato degli Stati Uniti e l’imponente comunità cubano-americana presente in Florida, questa è anche una priorità politica interna.

Quali prospettive vede per lo scenario iraniano e che ripercussioni a lungo termine in Medio Oriente saranno prodotte dall’attuale crisi?
Attraversiamo una fase critica. Il regime iraniano è nel suo momento di massima debolezza dal 1979 (anno della Rivoluzione Islamica). L’economia è in pessime condizioni, i giovani sono disillusi e le donne alienate dal regime dopo l’uccisione della giovane attivista Mahsa Amini, avvenuta nel 2022 a causa del rifiuto di indossare il velo. Inoltre, vi sono tensioni etniche. La teocrazia è pronta a reprimere brutalmente ancora ogni protesta ma, secondo la stampa, staremmo finalmente aiutando l’opposizione, fornendole circa 6.000 terminali Starlink che permettono connessione satellitare e internet. Trump, nel frattempo, valuta se usare ulteriore forza militare per destabilizzare il regime o negoziare un nuovo accordo sul nucleare.

Quale soluzione adotterebbe?
Ritengo inutile negoziare: i vertici della teocrazia non rinunceranno mai volontariamente alle armi atomiche. Non lo fecero nel 2015 pur siglando il Jcpoa, l’accordo sul nucleare negoziato dall’amministrazione di Barack Obama che mai hanno rispettato. Certamente, non lo faranno ora. Temono ciò che potremmo mettere in atto contro di loro. Pertanto, avanzeranno bugiardamente qualsiasi promessa ritengano possa fargli guadagnare tempo. Spero che Trump non cada nella trappola. Poiché il regime è debole, colpire strumenti di potere come i vertici dei Guardiani della Rivoluzione e le loro unità potrebbe rafforzare l’opposizione, spingendo anche dei settori dell’apparato militare e politico a riflettere sul futuro. Dobbiamo collaborare strettamente con l’opposizione e identificare chi possa essere convinto a disertare, predisponendo un piano per far cadere il regime. Esso è più vicino al collasso rispetto a quanto sembri: appare forte all’esterno, ma è molto vulnerabile nel suo stesso paese. Non dobbiamo sottovalutare quest’aspetto e sfruttare un’opportunità senza precedenti.

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