Visti gli ultimi giorni, viene il sospetto che la politica estera aggressiva di Donald Trump nel suo primo anno di governo abbia avuto un’altra funzione: distogliere l’attenzione dall’uso sempre più personalistico del potere. In una settimana in cui non si è parlato di Groenlandia, Minnesota o dazi, il presidente degli Stati Uniti ha mostrato senza freni il tratto più eversivo della sua presidenza, usando la Casa Bianca nel migliore dei casi come un bancomat; nel peggiore come un’arma per regolare conti personali.
In un’intervista al podcast di Dan Bongino, figura influente dell’ecosistema Maga, Trump ha detto che i politici del Partito Repubblicano dovrebbero cercare di «nazionalizzare il voto» e «prendere il controllo» delle procedure elettorali in «almeno 15 posti», per fortuna senza ancora specificare quali. Il presidente degli Stati Uniti ha spiegato che senza un intervento radicale sul sistema elettorale, i repubblicani «non vinceranno più un’elezione» a causa della presenza di immigrati irregolari. Le elezioni sono regolate dalle leggi dei singoli Stati e amministrate a livello locale, attraverso migliaia di contee e uffici elettorali. Giuristi ed ex funzionari del Dipartimento di Giustizia hanno osservato che la proposta di Trump richiederebbe l’approvazione del Congresso e probabilmente una revisione della giurisprudenza della Corte Suprema, ma ormai siamo pronti anche agli scenari peggiori.
Questa goffa chiamata alle armi è solo l’ultimo tassello di una lunga serie di azioni di Trump che fanno presagire un possibile colpo di Stato alle prossime elezioni presidenziali: l’ordine esecutivo firmato a marzo per imporre requisiti più rigidi sul voto per corrispondenza e sulla prova di cittadinanza, poi bloccato dai tribunali; la richiesta del Dipartimento di Giustizia a diversi Stati, tra cui il Minnesota, di consegnare i registri completi degli elettori; e il recente sequestro di schede e materiali elettorali nella contea di Fulton, in Georgia, legato alle indagini sulle elezioni del 2020, operazione che Trump ha pubblicamente elogiato. L’ex consigliere di Trump, Steve Bannon, ha indicato la strada maestra: «A novembre faremo circondare i seggi dall’ICE. Non staremo qui seduti a permettervi di rubare di nuovo il Paese. Non permetteremo mai più che un’elezione venga rubata.
La minaccia ora fa ridere perché siamo nel 2026 e Trump non ha ancora annunciato (ma neanche smentito) la sua candidatura a un suo terzo mandato, ma visto l’uso disinibito della violenza da parte degli agenti del Board Patrol e dell’ICE a Minneapolis, e la reazione dell’opinione pubblica, la Casa Bianca potrebbe valutare altri metodi più sofisticati.
In attesa delle prove generali alle elezioni di metà mandato, la famiglia Trump approfitta di tutti i vantaggi che comporta avere un papà alla Casa Bianca. Un fondo riconducibile alla famiglia reale di Abu Dhabi ha acquistato pet 500 milioni di dollari il 49 per cento World Liberty Financial, la società di criptovalute fondata nel 2024 dai due figli di Trump: Donald jr. ed Eric. L’operazione è stata chiusa a dicembre attraverso una holding registrata alle Isole Cayman, senza annunci pubblici né comunicazioni ufficiali al momento della chiusura. Lo sappiamo solo da qualche giorno grazie ad alcuni documenti esaminati e pubblicati dal Wall Street Journal. Il referente dell’accordo è Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti e figura centrale nella gestione dei fondi sovrani di Abu Dhabi.
Il solito affare di famiglia fatto in gran segreto non viola formalmente la clausola costituzionale sugli emolumenti stranieri che vieta ai titolari di incarichi pubblici di accettare benefici da governi esteri senza l’autorizzazione del Congresso, ma solo perché la società non è a nome del presidente. La questione politica, però, è apertissima: è plausibile che un’azienda di famiglia attiva nel settore delle criptovalute avrebbe attirato capitali da un paese alleato come gli Emirati Arabi Uniti senza il ruolo centrale svolto da Trump nel promuovere una deregolamentazione del settore? Proprio ieri la Casa Bianca ha convocato a porte chiuse banche e aziende crypto per tentare di sbloccare una legge federale ferma da mesi per dare più poteri alle stablecoin, le criptovalute progettate per mantenere un valore stabile perché ancorate al dollaro.
Sempre parlando di soldi e famiglia, Trump e tre dei suoi cinque figli (Ivanka, Donald Jr. ed Eric) hanno intentato una causa civile da 10 miliardi di dollari contro l’Agenzia delle Entrate statunitense (Internal Revenue Service) e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti accusandoli di non aver protetto adeguatamente le loro dichiarazioni fiscali, successivamente sottratte e diffuse da Charles Littlejohn, un ex contractor dell’IRS poi condannato per il furto. Il ricorso, depositato presso la Corte federale della Florida, sostiene che la violazione abbia causato «danni reputazionali permanenti» e «perdite economiche incalcolabili». Il punto non è chi ha ragione, ma il cortocircuito istituzionale che ne deriva: per la prima volta un presidente in carica trascina in tribunale due agenzie dell’esecutivo che egli stesso supervisiona. Come potranno funzionari e dirigenti di quelle agenzie operare con piena autonomia e credibilità, sapendo di essere stati trascinati in tribunale dal presidente che ne controlla nomine, bilanci e indirizzo politico?
Trump non sembra curarsi molto nemmeno del patrimonio pubblico, come dimostra la sua decisione di chiudere per due anni il John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts. La motivazione ufficiale è quella di far partire dei lavori di ristrutturazione in una data simbolica: il 4 luglio 2026, giorno del 250º anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. La vera ragione, secondo diversi media americani è per mascherare una crisi ormai evidente: il crollo degli investimenti privati e la ritirata di numerosi artisti di primo piano dopo la politicizzazione dell’istituzione da parte della Casa Bianca.
Il presidente ha infatti sostituito otto dei quindici membri del consiglio di amministrazione con donatori e alleati politici, inclusi ex dirigenti della sua campagna elettorale, e ha promosso il rebranding del centro come “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”, nonostante le proteste di ex direttori artistici, sponsor storici e della stessa famiglia Kennedy. Risultato: un calo del 28 per cento delle donazioni private e la cancellazione di oltre trenta produzioni, mentre un numero crescente di musicisti, compositori e compagnie ha ritirato la propria partecipazione in segno di dissenso.
A proposito: prima di essere chiuso per ristrutturazione, il Kennedy Center aveva ospitato la proiezione del perdibilissimo documentario su Melania, la moglie del presidente. Un film che prima di uscire nelle sale è stato comprato per 40 milioni di dollari da una delle società di Jeff Bezos, il patron di Amazon. Anche qui il rapporto ambiguo tra tecnoligarchi e Casa Bianca è noto, ma è diventato ancora più sfacciato per la tempistica. A pochi giorni dall’uscita del documentario, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che ama definirsi pubblicamente “Secretary of War”, ha visitato un impianto di Blue Origin, l’azienda spaziale fondata da Bezos, titolare di contratti pubblici per oltre 2,3 miliardi di dollari nell’ambito dei lanci per la sicurezza nazionale affidati dalla Space Force, oltre a commesse NASA legate ai programmi lunari Artemis e ai servizi di trasporto scientifico, per centinaia di milioni di dollari.
Siccome in politica un incontro è già di per sé un messaggio, chi doveva intendere ha inteso che l’azienda di Bezos è la preferita del presidente per l’ambizioso obiettivo di tornare sulla Luna. E forse questo spiegherebbe anche la frenesia di Musk di fondere le sue due società (SpaceX e xAI,) per attrarre nuovi investimenti. Come sappiamo, l’imprenditore sudafricano non è più nelle grazie di Trump.
L’elenco è lungo e inquietante e oscura un piccolo fatto che solo qualche decennio fa sarebbe stato sufficiente a dominare il dibattito pubblico, in quell’epoca remota in cui i presidenti degli Stati Uniti accettavano bonariamente di farsi prendere in giro dai comici. Trump ha annunciato una querela contro il comico sudafricano Trevor Noah, reo di aver fatto qualche battuta su di lui durante la cerimonia dei Grammy Awards. «Preparati, Noah: mi divertirò un po’ con te», ha scritto Trump sul social Truth, col solito linguaggio da gangster. Pensavamo si fosse già divertito abbastanza, visto il modo in cui sta usando il potere.